La riforma del mercato del lavoro sembra infine giunta all'approvazione. Mercoledì 3 dicembre il Jobs Act è stato infatti approvato dal Senato della Repubblica Italiana con 166 voti favorevoli, 112 contrari e un astenuto. Il passaggio alla Camera dei Deputati era stato il 25 novembre e in tale sede la legge aveva subito alcune modifiche, per questo la necessità di ripassare dal Senato.
La legge proposta dal primo ministro Matteo Renzi è stata negli ultimi tempi duramente contestata dai sindacati e dai diversi schieramenti politici: oltre alle opposizioni è stata molto forte anche la polemica tra esponenti dello stesso partito del premier. Uno dei punti più scottanti è quello dell'articolo 18, cioè l'articolo che disciplina il reintegro dei lavoratori nel posto di lavoro. Suddetto articolo recita: "Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un'indennità risarcitoria".
Secondo l'opinione di chi era favorevole all'abolizione di tale articolo (e che il Jobs Act ha effettivamente abolito) tale norma intimorisce i datori di lavoro, diminuendo le assunzioni. Secondo chi era contrario all'abolizione invece l'articolo 18 rappresentava una importante garanzia contro la precarietà e la facilitò di licenziamento. In particolare i sindacati confederali (CGIL e UIL) hanno chiamato uno sciopero generale per il 12 dicembre anche se a questo punto viene da chiedersi se non sia troppo tardi per dare battaglia..