El pueblo de Ixcan

Mercoledì 23 Febbraio 2011 09:18 Angela Mori
Stampa
Arrivata a Nuevo Orizaba, la frontiera con il Guatemala, ho chiesto alle  persone che si affaccendavano a varcare il confine, dove fosse l'ufficio  immigrazione per poter vistare il passaporto. "Non c'e'" mi hanno  risposto.
Pensando di non essere riuscita a farmi capire ho chiesto  ancora, ma la risposta e' stata sempre quella  "no esta". Il taxi mi ha portato  fino alla linea, cioe' fin dove si trova un cartello che  dice "qui finisce il Messico".
Poco piu' in la' c'e' un altro cartello  che dice invece "qui comincia il Guatemala". Il mio ingresso in  Guatemala e' cominciato cosi', allegramente, ad un posto di frontiera  dove non esiste alcuna persona che rilascia il visto e nessun controllo  di polizia. Legalmente clandestina sono arrivata con un minibus a Playa  Grande e durante quel tragitto, su una strada sterrata, che in  confronto a quella che avrei percorso nei giorni  seguenti, sembrava un' autostrada, il minibus su cui viaggiavo ha  forato anche una gomma. Non
riusciro' mai a capire come in meno di  cinque minuti, l'autista e il ragazzo che lo aiutava, siano riusciti a  cambiare la ruota, senza cric e con quindici persone a bordo, nonostante  avessi proposto di farci scendere tutti quanti per alleggerire il  carico e facilitare l'operazione.
A Playa Grande, grazie a Berta e  Dora che mi hanno fatto conoscere le persone che lavorano nella pastoral  social de Ixcan, ho cominciato, piano, piano a capire un po' di piu'  della realta' di questo territorio.

Don Marcelino ed Efren mi hanno  detto "la guerra e' finita, ma le cause che l'hanno determinata  continuano ad esistere e la violenza continua in una forma diversa, ma  altrettanto brutale."
Durante gli anni '70, '80 e '90 nei villaggi  del municipio di Ixcan e nel dipartimento del Quiche', l'esercito ha  compiuto i massacri tra i piu' feroci, bruciando i villaggi, torturando e  uccidendo. Le persone che riuscivano a scappare si sono rifugiate in  montagna mangiando erba per sopravvivere. Altre sono scappate in  Messico. Dopo gli accordi di pace del '96, molti sono tornati per  ripopolare i loro villaggi. Grazie a Berta e Dora ho avuto la  possibilita' di conoscere  alcune comunita' che vivono in questo  territorio, tanto bello
quanto inaccessibile.

Quando giovedi sera  siamo arrivate a Xalbal, siamo state subisto invitate a cena a casa di  Lilia: Yucca, zuppa di verdura,patate, tortillas e bevanda fatta dal  mais. Anche il mattino seguente eravamo a colazione dalla sua famiglia:  babbo, mamma e dodici figli che vivono come tutte le famiglie di questi  villaggi in case modestissime, fatte con poco cemento come base, legno e  tetto in lamiera.

Qui a colazione si mangia riso, fagioli,  tortilla, patate.La mamma di Lilia si e' alzata alle tre del mattino per  ammazzare la gallina, cucinarla e offrircela a colazione, alle 7 del  mattino. Le famiglie mangiano il pollo in brodo solo quando fanno festa e  quando ci sono ospiti. E quella colazione e' stata davvero una gran  festa.
Quel giorno a Xalbal si festeggiava anche il quinto  anniversario della nascita di di Radio Sembrador, la radio comunitaria  nata nell'ambito delle attivita' della pastoral social de  Ixcan, e la mamma di Lilia, insieme a le altre donne del villaggio hanno  preparato da mangiare per venderlo poi durante la festa e raccogliere  fondi per la radio.
Sabato siamo andate a Nueva Esperanza. La strada  che conduce a quel villaggio e' a dir poco agghiacciante. Curve,  discese, salite e un manto stradale dove la pietra piu' piccola e' grande quanto un pallone da calcio. Una curva presa un millimetro piu' larga, ci ha visto frenare e inchiodare l'auto a margine di un precipizio a causa di alcuni tronchi messi di traverso. Grazie all'aiuto di un
campesino a cui avevamo dato un passaggio che ha liberato con il machete quel tratto e alla bravura di Berta nel fare la manovra giusta, siamo ripartite, tirando piu' di un sospiro di sollievo.
Berta e Dora sono suore missionarie e la la loro attivita' si esprime non solo con la preghiera ma anche e soprattutto con la presenza tra e con  le persone attraverso  il coinvolgimento nelle attivita' comunitarie.
Anche a Nueva Esperanza e poi dopo a Centro Uno ho avuto modo di parlare con uomini, donne e bambini. Ci siamo scambiati le nostre esperienze. Alcuni mi hanno raccontato anche le loro storie. La guerra pero' ha lasciato in loro delle ferite cosi' profonde che non gli consentono ancora di superare quel dolore cosi' grande. Ed e' questo forse il motivo per cui fanno molta fatica a
raccontare quel periodo.
Sono stata accolta con grande calore da tutti. Ospite nelle famiglie a mangiare "caldo de gallina", uiskil,elote, papas,yucca,queso, frijioles, arroz.
Tutti mi chiedevano di suor Giacomina, consorella di Berta e Dora che per molti anni ha condiviso con loro la vita comunitaria. Tutti.
Hermana Giacomina, el pueblo de Ixcan te saluda y te recuerda con mucho cariño.

Share