I CASI SONO DUE
di Armando Curcio, regia di Carlo Giuffrè
con Carlo Giuffrè, Angela Pagano, Ernesto Lama, Vincenzo Borrino, Paola Verrazzo, Pier Luigi Iorio, Danilo della Calce, Gennaro Di Biase, Vincenzo La Marca.
Scene e costumi Aldo Terlizzi, luci Luigi Ascione, musiche Francesco Giuffrè.
Teatro della Pergola, Firenze
In una Napoli tipicamente spaccata in due da distanze sociali secolari e immobili, c’è una gustosa storia di intrecci, di malintesi, con cui si cerca almeno per un attimo di mischiare le carte, di scambiare dei ruoli consolidati, con effetti comici molto gustosi e ben calibrati. I casi sono due di Armando Curcio è una garbata commedia sociale, che rappresenta una sintesi della comicità napoletana elegante. C’è la parodia dei costumi, ci sono i toni picareschi tipici del teatro partenopeo, ci sono le beffe, gli inganni, la strafottenza, il servilismo e il beato gusto del «fottere» il prossimo.
Recitata in modo assai efficace da una compagnia che cerca spesso di lavorare sotto le righe per non dare alla rappresentazione un canonico retrogusto grottesco, I casi sono due è un calibrato esercizio di stile di un teatro di buone maniere che cerca, centrando l’obiettivo, di staccarsi dai toni del teatro popolare, risalendo idealmente via Toledo, per lasciare il teatro Augusteo e arrivare fino ai palchi nobili del Bellini. Eccellente la prova di Angela Pagano; imponente per presenza scenica Carlo Giuffrè, pur condizionato da una certa afonia.
Tuttavia, nella sua tipicità napoletana, la pièce sconta senz’altro un limite legato al genere, ovvero l’eccessiva prevedibilità degli sviluppi della trama. Del resto, come nella migliore tradizione partenopea, non possono mancare il senso dell’ineluttabilità e un gusto amarissimo a far da sfondo alla commedia. Nel conservatorismo tipico della cultura napoletana c’è un implicito ma inesorabile riferirsi al «concetto dell’ostrica» di Giovanni Verga, alla necessità per l’uomo di rinunciare alla «vaghezza dell’ignoto» e alla «brama del meglio» per restare attaccato al proprio comodo scoglio. Ma rispetto al pessimismo verista, nella napoletanità esistono un’ironia e un’irrefrenabile gusto per la celia, che non rappresentano soltanto una via di fuga, ma esattamente una filosofia di vita. Anzi, sono la vita stessa. In un implacabile ordine sociale, nella cadenza quasi ineluttabile dei nostri giorni, ciò che resta, ciò che conta, sta proprio nel saper ridere di sé e degli altri.
Giulio Gori
di Armando Curcio, regia di Carlo Giuffrè
con Carlo Giuffrè, Angela Pagano, Ernesto Lama, Vincenzo Borrino, Paola Verrazzo, Pier Luigi Iorio, Danilo della Calce, Gennaro Di Biase, Vincenzo La Marca.
Scene e costumi Aldo Terlizzi, luci Luigi Ascione, musiche Francesco Giuffrè.
Teatro della Pergola, Firenze
In una Napoli tipicamente spaccata in due da distanze sociali secolari e immobili, c’è una gustosa storia di intrecci, di malintesi, con cui si cerca almeno per un attimo di mischiare le carte, di scambiare dei ruoli consolidati, con effetti comici molto gustosi e ben calibrati. I casi sono due di Armando Curcio è una garbata commedia sociale, che rappresenta una sintesi della comicità napoletana elegante. C’è la parodia dei costumi, ci sono i toni picareschi tipici del teatro partenopeo, ci sono le beffe, gli inganni, la strafottenza, il servilismo e il beato gusto del «fottere» il prossimo.
Recitata in modo assai efficace da una compagnia che cerca spesso di lavorare sotto le righe per non dare alla rappresentazione un canonico retrogusto grottesco, I casi sono due è un calibrato esercizio di stile di un teatro di buone maniere che cerca, centrando l’obiettivo, di staccarsi dai toni del teatro popolare, risalendo idealmente via Toledo, per lasciare il teatro Augusteo e arrivare fino ai palchi nobili del Bellini. Eccellente la prova di Angela Pagano; imponente per presenza scenica Carlo Giuffrè, pur condizionato da una certa afonia.
Tuttavia, nella sua tipicità napoletana, la pièce sconta senz’altro un limite legato al genere, ovvero l’eccessiva prevedibilità degli sviluppi della trama. Del resto, come nella migliore tradizione partenopea, non possono mancare il senso dell’ineluttabilità e un gusto amarissimo a far da sfondo alla commedia. Nel conservatorismo tipico della cultura napoletana c’è un implicito ma inesorabile riferirsi al «concetto dell’ostrica» di Giovanni Verga, alla necessità per l’uomo di rinunciare alla «vaghezza dell’ignoto» e alla «brama del meglio» per restare attaccato al proprio comodo scoglio. Ma rispetto al pessimismo verista, nella napoletanità esistono un’ironia e un’irrefrenabile gusto per la celia, che non rappresentano soltanto una via di fuga, ma esattamente una filosofia di vita. Anzi, sono la vita stessa. In un implacabile ordine sociale, nella cadenza quasi ineluttabile dei nostri giorni, ciò che resta, ciò che conta, sta proprio nel saper ridere di sé e degli altri.
Giulio Gori
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