Hack e Di Marco: L'anima della terra

Lunedì 05 Luglio 2010 10:21 Giulio Gori
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“L’anima della terra (vista dalle stelle)”
spettacolo di parole e musica

Margherita Hack, voce
Ginevra di Marco, voce cantante
Andrea Salvadori, chitarra e tzouras
Francesco Magnelli, piano
Luca Ragazzo, batteria

Teatro Romano di Fiesole – Estate Fiesolana

Ad ascoltare le parole semplici e taglienti di Margherita Hack, vengono in mente le parole del premio Nobel per la letteraratura, Josè Saramago, recentemente scomparso: “Diventare vecchi significa diventare liberi e diventare liberi significa diventare radicali”. Margherita Hack è un’intellettuale che parla col buon senso. La nitidezza del pensiero è un dovere etico di chi non è un politico, ma fa politica per un istinto irrinunciabile.
Non si tratta di negare il dubbio come elemento ineludibile di un pensiero evoluto; al contrario, è la ricerca, naturale, spontanea, dei pochi ma essenziali punti fermi su cui poggiare la propria umanità.
Quell’umanità, umile e allegra, che spiazza e che commuove, specie quando, brandendo fuori tempo il bastone, accompagna le note di “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti”: a guardare quei movimenti gioiosi e sconnessi, non sembra di essere catapultati nella giullarata del matto sotto la croce, la pagina più alta del Mistero Buffo di Dario Fo?
La rivolta e l’indignazione verso le ingiustizie del mondo sono pagine che non possiamo rinunciare a sfogliare, ci racconta Margherita Hack; ma allo stesso modo non dobbiamo smarrire la serenità e l’allegria di chi può andare fiero della propria onestà, di chi non ha bisogno di delegare le responsabilità della propria coscienza a un Dio o, peggio, a una bieca regola di obbedienza.
In questo spettacolo inconsueto si parla delle ingiustizie subite dai migranti, di oggi e di ieri; si parla di contadini e di operai, di pendolari e di donne che reclamano diritti; ma tra una canzone popolare interpretata da Ginevra Di Marco e un racconto di Margherita Hack, si arriva anche a parlare della nostra politica, con i “ladri di polli” che finiscono in galera e i “ladri di miliardi” che guadagnano il parlamento.
In questo percorso zigzagante, l’ex cantante dei CSI, interpreta splendidamente canzoni popolari tutt’altro che scontate, frutto di una minuziosa ricerca tra piccole e grandi gemme musicali. La sua voce, potente e melodica, si addice perfettamente alla forza e al dinamismo di sonorità così limpide. Forse persino di più che a quel punk (malgrado il punk di Giovanni Lindo Ferretti fosse ormai assai smussato, quasi irriconoscibile rispetto a quello ortodosso dei CCCP) da cui il suo percorso artistico è cominciato.
Particolarmente toccante è stato, del resto, il brano “Fel Shara”, un capolavoro a metà tra un esperanto e una sorta di gramelot mediterraneo, che racconta in modo ilare di un amore non corrisposto per incomunicabilità linguistica. Come a dire che le differenze quasi sempre nascono dall’ignoranza; e che soltanto dalla fantasia e dall’inventiva il mondo può ripartire.

Giulio Gori

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