La "family" pirandelliana di Salvatores

Giovedì 25 Marzo 2010 18:16
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Teatro e cinema si intrecciano e dialogano tra loro nel nuovo lavoro del regista Gabriele Salvatores, “Happy Family”, che uscirà nelle sale italiane venerdì 26 marzo.

C’è teatro perché il film, che si apre e si conclude con un sipario, è infatti la trasposizione cinematografica dell’omonima piéce teatrale scritta da Alessandro Genovesi (anche sceneggiatore del film) e messa in scena dal Teatro dell’Elfo di Milano. E c’è Teatro perché nei suoi meccanismi narrativi cita apertamente i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello (1921).

L’altra faccia della medaglia è una forte connotazione cinematografica, che si manifesta a partire dal soggetto, per arrivare al meta-cinema, al «parlare di cinema», allo “svelamento” della finzione: il film è diviso in tre parti, introdotte da cartelli sullo stile del muto, i personaggi parlano spesso in macchina, rivolgendosi direttamente allo spettatore (un meccanismo, questo, che a lungo andare risulta essere ridondante, dal momento che sembra quasi che gli attori abbiano paura che lo spettatore si perda qualche passaggio), le ambientazioni sono quasi tutte ricostruite in studio e le scene di Rita Rabassini sono caratterizzate da dominanti cromatiche: il giallo dell’incidente, il verde dell’ospedale, il rosso dell’amore, il bianco del ricovero.

Il tutto in una Milano dalla veste insolita, deserta e assolata, così irreale che fa emergere ciò che di solito non si vede, perché sovrastato dalla confusione e dalla frenesia. Irreale al punto che il protagonista si chiede: “Cosa cazzo ci fa un gabbiano in una città senza mare?”

Ezio è uno sceneggiatore e sta scrivendo una «storia che poi altri racconteranno», la storia di due famiglie che non si conoscono ma che si incontreranno di lì a poco, a cena. Una è composta da Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), dalla sua seconda moglie Anna (Margherita Buy), dalla figlia di lui Caterina, avuta dal precedente matrimonio, 27 anni, pianista (Valeria Bilello) e dal figlio di Anna, Filippo (Gianmaria Biancuzzi) 16 anni; nell’altra invece ci sono un’isterica madre (Carla Signoris), un rilassato padre (Diego Abatantuono) e la loro figlia sedicenne Marta (Alice Croci). Sono i personaggi stessi a presentarsi nella prima parte del film, intitolata “Personaggi e interpreti”. Realtà/finzione e finzione si intersecano quando Ezio investe Anna con la bicicletta e viene invitato da lei alla stessa cena cui parteciperà anche la famiglia di Marta, perché lei e Filippo vogliono sposarsi. Ecco allora la parte delle “confidenze”, quella in cui scatta la paura della novità, paura di non essere all’altezza, di cambiare le proprie abitudini per qualcosa che non si conosce. “Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere, nella vita non c’è una trama!”: è la citazione - di Groucho Marx - preferita di Ezio, che a un certo punto decide di concludere il film senza un finale. Ed i suoi personaggi si ribellano, piombando nel suo loft e convincendolo a portare a termine la sceneggiatura.

L’apoteosi dello “svelamento” si ha nel pre-finale, quando, come nei “Soliti sospetti”, si scopre che il lavoro di Ezio è nato dai pochi materiali a sua disposizione, ad esempio il disco di Simon & Garfunkel che fa da colonna musica del film.

Ma le citazioni non finiscono qui: se il mondo delle due family ricorda molto “I Tenenbaum” di Wes Anderson, il finale (superfluo, tra l’altro) riecheggia quello di “Sliding Doors”. E se il bellissimo omaggio a Milano, un viaggio in bianco e nero nella Milano notturna sulle note del “Notturno op.20” di Chopin ricorda “Entr’acte” di Renè Clair (in particolare nell’accostamento tra il bianco-nero delle strisce pedonali e il bianco-nero dei tasti del pianoforte), Salvatores si diverte anche ad auto-citarsi facendo dire a Diego Abatantuono, rivolto a Bentivoglio: “Mi sa che ci siamo già visti tempo fa in Marocco”.

In conclusione, il film risulta essere un divertito e ben riuscito esercizio stilistico, impeccabile nella forma, non altrettanto nel contenuto. Una fiera di luoghi comuni - a cominciare dal tema della famiglia vissuta in senso conflittuale, ormai popolare nell’ultimo cinema italiano (vedi le ultime uscite di Muccino, Ozpetek, Virzì, Veronesi) - da cui, contraddicendo Alessandro Genovesi, è uscito poco o niente di originale.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 25 Marzo 2010 19:17 )