Teatro: Enrico IV di Shakespeare

Mercoledì 14 Marzo 2007 21:31 Giulio Gori
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Enrico IV

Teatro Stabile di Bolzano - Teatro Stabile della Sardegna presentano ‘Enrico IV’ di William Shakespeare. Riduzione Marco Bernardi e Angelo Dallagiacoma. Con Paolo Bonacelli, Carlo Simoni, Stefano Artissunch, Alvise Battain, Antonio Caldonazzi, Corrado d'Elia, Luigi Ottoni, Maurizio Ranieri, Libero Sansavini, Giovanni Sorenti, Marco Spiga, Riccardo Zini. Scene Gisbert Jaekel; costumi Roberto Banci; musiche Franco Maurina; luci Andrea Travaglia. Regia Marco Bernardi.

Enrico IV fa parte delle cosiddette cronache storiche di Shakespeare. E’ la narrazione di un regno nato con la forza e proseguito nel terrore, tra assolutismo, rivolte, repressioni. Ma è anche la storia dell’ascesa al trono di un erede, delle sue ambizioni e dei suoi inganni; inganni che sono sempre alle fondamenta di un trono e che ne determinano contemporaneamente la forza e i pericoli. Ma Enrico IV è anche opera burlesca, in cui il popolo delle taverne emerge nella sua genuinità picaresca a fare da contrasto alla falsa ieraticità del potere, a diventarne eco e distorsione.
Questa storia inglese è tra le più complesse di tutta l’opera shakespeariana: non sono perché getta nello stesso tempo i semi della tragedia e della commedia, ma anche per la straordinaria quantità di personaggi, per il sapiente lavoro psicologico che sta dietro ciascuno di loro, per la bellezza del testo, per la solidità dell’architrave ideologica.
Certo, Shakespeare è autore difficile da mettere in scena, soprattutto quando la materia teatrale è così ampia e multiforme: lungi dal rispettare la regola aristotelica di unità di luogo, l’Enrico IV obbliga ad una mise en scène vorticosa, nell’alternarsi continuo i scenografie diverse. La compagnia di Marco Bernardi, dal canto suo, sceglie di risolvere queste continue rotture con un impianto scenografico agile e efficace, benché poco innovativo; preferisce non rischiare strade inesplorate per concentrarsi sul dissidio tra potere e sudditanza, tra cerimoniale e edonismo. Ci sono pure dei passaggi scenografici originali, come l’enorme sfera sopra le teste che, per introdurre la battaglia, si spalanca e rovescia sul palcoscenico un cumulo di ossa; c’è molta attenzione al valore metaforico e, forse, molto poca a quello figurativo.
Ma è sul testo di rara bellezza che Bernardi vuole concentrarsi. Così scopriamo la modernità di Shakespeare, la sua presa di coscienza (per molti versi novecentesca) che è il potere che distrugge chi lo possiede, che non c’è possibilità di assoluzione, che non esiste amore nel suo esercizio. Comando e obbedienza si ottengono con la forza e con il terrore; nel terrore un re costringe i sudditi a vivere e nel terrore vive il re, timoroso ogni giorno di agguati e di vendette.
A fare da contraltare a Enrico IV c’è tuttavia Falstaff, alcolista, prodigo, ladro, bugiardo incallito, puttaniere, ad insegnarci il proprio “catechismo” anarchico, ridicolizzando il potere, il “morso arrugginito di quella pagliacciata che si chiama legge”, e domandandosi a cosa serva mai il concetto di onore: “E’ un abituccio buono per i funerali”, è un premio per i morti, non per i vivi; e guardando il cadavere di sir Walter Blunt sul campo di battaglia, ci imbecca: “Se non è vanità questa...”. Falstaff è talmente divertente, per la sua comicità, per il sapore sulfureo delle sue battute, che persino la regina Elisabetta I ne rimase incantata, tanto da commissionare a Shakespeare un seguito comico per il suo personaggio, facendo così nascere Le allegre comari di Windsor (è in ogni caso stupefacente che il pensiero dell’autore inglese possa essere sembrato ai contemporanei tanto letterario quanto poco ideologico. Ma Shakespeare è maledettamente ideologico, blasfemo, iconoclasta, tutt’altro che inoffensivo).
Un Paolo Bonacelli con un enorme pancia posticcia, nei panni del giullare da osteria, straripa sul palco, e non solo per le misure. La sua parlata etilica, sbiascicata, non priva di qualche concessione al turpiloquio (per nulla fuori luogo), le guance rosse fuoco, il gorgoglio gutturale, incarnano l’esilarante espressione di un uomo che ha il vizio per passione e la blasfemia per vocazione.
Falstaff-Bonacelli, eccetto una scanzonata imitazione del re, è l’unico che non recita in questa commedia nella tragedia. Recita il futuro Enrico V, che si dà scientemente alla lascivia, per poter essere incoronato col manto della redenzione, in una falsa società cristiana in cui il pentimento è preferito alla coerenza; recita l’arcivescovo di York (interpretato da uno splendido Alvise Battain, ottimo anche nelle parti del Conte di Northumberland e del Presidente della Corte Suprema), nella sua viscida e sibilante prosa prelatizia; recita Enrico IV, che come ogni squallido ducetto deve darsi una vigorosa credibilità di fronte ai sudditi. A recitare stavolta non sono gli attori, ma i personaggi stessi. E in fondo il re morente lo rivela a chiare lettere quando dice: “Il mio regno è stato il palcoscenico...” e ce lo dimostra anche il figlio, quando si mette in testa troppo presto la corona: non è forse quello un errore nella scelta di tempo? Non è come l’errore di un attore in una recita?.
Bisogna pur dire che nella buona prova complessiva della compagnia si riscontra un calo di tensione, nel secondo atto, durante la scena della battaglia, quando lo sforzo fisico impedisce a molti attori di esprimersi con la consueta efficacia. Ma, al di là di questo, le interpretazioni sono state correttamente artificiose, ovvero capaci di riprodurre compiutamente l’idea di un’umanità costantemente costretta ad inseguire una maschera, a calarsi in panni diversi da quelli della propria natura per soddisfare i propri obiettivi; e non in un pirandelliano adattarsi al ruolo che per noi viene scelto dalla società, bensì in una scientifica impostura volta a sopraffare chi ci sta intorno, a regnare “Contro il mondo intero”.
Non è sorprendente che il pubblico abbia accolto con una certa freddezza un lavoro così difficile e insolito. Ma bisogna rendere merito a chi ha deciso di imbarcarsi in percorsi non banali, come Paolo Bonacelli, che prima di questo Enrico IV aveva recitato nel film Gli Astronomi (opera prima di Diego Ronsisvalle), davvero molto bello, e tuttavia troppo complesso per non essere ignorato dai canali di distribuzione cinematografica (e che solo grazie a D.E.A. è riuscito a essere proiettato a Firenze).

Al Teatro della Pergola fino a domenica 18 marzo 2007.

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 14 Marzo 2007 22:30 )