2. Il primo anno
Apriamo il secondo numero della Rivista «D.E.A.» (finito di stampare il 19 ottobre 1990).
A pagina 2 appare subito confermato l’interesse per la difficile situazione del Tibet: ma l’impostazione si fa molto più decisa rispetto al primo numero. Troviamo quindi il resoconto di un convegno tenuto nel mese di aprile presso il Centro Socio-Culturale e varie recensioni comparse sui principali quotidiani: insomma, ritorna quel bisogno di azione e intervento che era la principale caratteristica della Rivista “Boomerang”.
E anche l’articolo di pagina 3, sul popolo dei Saharawi, conferma quell’apertura verso il mondo che era affiorata nelle ultime pagine del primo numero. Un’apertura che privilegia ancora una volta le ‘realtà nascoste’, come il fiume Mugnone, solo qui dislocate nelle sabbie del deserto del Sahara. E all’Africa si aggiunge l’interesse per il mondo Arabo, che conferma quell’intento di divulgazione che l’inserimento delle poesie dell’iraniano Ebi nel primo numero aveva già documentato: con le due pagine seguenti, infatti, lo sguardo torna a concentrarsi sulla difficile realtà mediorientale, ma il tutto con un’attenzione peculiare per le forme di Espressione che provengono da quel mondo tanto complesso e tormentato (sono i due articoli su Jocelyne Saab, a p. 4, e sul «Cinema arabo, cinema maledetto» di p. 5).
Un piccolo appunto: come conferma la stessa Silvana Grippi, al tempo Direttore Responsabile della D.E.A. (presidente era ancora il padre, Giuseppe Grippi – ma proprio in questo numero della Rivista compare una lettera in cui egli informa i lettori del proprio intento di «lasciare al successore [per l’appunto sua figlia] il compito di continuare l’opera intrapresa», p. 1), le attività in ambito sociale, soprattutto rivolte al difficile – e ancora poco esplorato – mondo della multiculturalità, avevano già da tempo raggiunto un culmine tra le iniziative del Centro Socio-Culturale. Forse una delle pecche di questi primi numeri della rivista, è quella di non lasciare immediatamente trasparire questa verità, che solo un’analisi accurata dei documenti del tempo, o la diretta testimonianza dei protagonisti, può confermare.
In questo numero, per esempio, gli articoli della “Nazione” riportati tra p. 2 e p. 3, documentano le attività della D.E.A. svolte a favore del Tibet e dei popoli ‘dimenticati’ dell’Africa, ma non si trova traccia alcuna dell’importantissimo convegno sull’autismo tenuto proprio in quell’anno presso il Centro Socio-Culturale.
A pagina 6 torna poi in primo piano l’Espressione, e lo fa con una nuova forza e profondità: l’accostamento dei due articoli sulla figura del filosofo e psicologo dell’infanzia Bruno Bettelheim e sulla pittura di Guido Gualandi, realizza una perfetta integrazione tra due spunti affini ma profondamente distinti. Parlando del celebre psicologo («Chi è Bettelheim?», p. 6), Bert D’Arragom compie un lavoro insieme di divulgazione e di profonda analisi psicologica – il tentativo di ricostruzione dei motivi del suo inspiegabile suicidio all’età di ottant’anni, apre un notevole spiraglio sull’essenza della natura umana, nelle proprie potenzialità e contraddizioni, nell’intrinseca creatività ma anche distruttività. La vicenda di Bruno Bettelheim ebbe, pur nella profonda diversità dei connotati biografici, molti punti in comune con quella di uno scrittore come Cesare Pavese: il grande fascino del mondo istintivo e incorrotto dell’infanzia, però, fu sottoposto dallo psicologo a una tale profondità di analisi, che le sue componenti fondamentali furono decomposte, perdendo (almeno per lui) le proprie potenzialità costruttive. È questa la tesi avanzata da Bert D’Arragom per ricostruire le motivazioni del suo suicidio: e la sua validità è intrinsecamente confermata dalle dichiarazioni e dalle opere del pittore Giulio Gualandi, che si distendono nella pagina successiva. «Il mondo incantato» (p. 7) è un articolo scritto con grande entusiasmo e ingenuità, che nulla ha a che vedere con la potente analiticità della splendida prosa di Bert D’Arragom, ma che proprio tramite questa sua ‘debolezza’ dimostra la propria potenza intrinseca.
Nella successiva sezione («Poesie – Racconti») torna potente la sofferta voce di Ebi, l’«orientale triste» che conferma la propria vena cruenta e disperante («Dalle colline di fronte non c’è segno di vita / perché come possono esistere / tutte queste colline coperte di cadaveri / se anche il piombo non ha aperto il loro ventre», p. 8), ma che proprio «all’ultimo istante» trova la sola possibile ragione per proseguire il suo viaggio: «“Dove sei amore?” / Ma alla fine stanco di tutto e tutti / ti ha trovata […] e così il suo nome si è legato al tuo nome / e così la tristezza da sola se n’è volata via» (ibidem).
Ma, assieme a questa voce fremente e giovanile, s’impongono al lettore anche i versi franchi e maturi di un artista e poeta, Emilio Grippi, che in poche incisive parole condensa una vera filosofia di vita – prova inconfutabile dell’ineffabile potenza del linguaggio poetico: «La delusione è la ricarica di se stessi / la gloria è la distruzione della propria vita, / la nullità nascosta è la supremazia di non essere nessuno / e di far parte solo di se stesso» (ibidem).
Da menzionare, anche la disorientante prosa di Pola Poletto, il cui apparente protagonista è in realtà una fantasticheria della vera protagonista (ma questo lo si scopre solo alla fine: «Poi si volse verso l’interno della sua testa e ricominciò a camminare», p. 10). Un bel ‘divertimento’ in stile calviniano, in cui sono abilmente adombrate le complessità della psicologia femminile.
Quando poi ci si volesse rivolgere alla lettera A(mbiente), ci si potrebbe forse stupire di trovare un solo articolo, ma la sua potenza polemica ne rivaluta di gran lunga la brevità. La «Lettera aperta» (p. 12) di Vinicio Tarryàl Lari si impegna infatti a tener viva la polemica contro l’aberrante trattamento riservato agli animali negli allevamenti padani della Coop, sottolineando anche l’insensato autoritarismo con cui l’ “Informatore della Coop” cerca di difendere i ‘diritti’ della propria azienda. E lo fa sfruttando al meglio i mezzi a propria disposizione: dalla scelta di una fotografia ‘parlante’ (una bambina ‘ingabbiata’ in un carrello della spesa), all’abile e cosciente uso delle proprie conoscenze filosofico-scientifiche (impostando un discorso in cui lo sdegno vibrante è potenziato da un’inattaccabile costruzione retorica).
Più ‘di sguincio’, ma pur sempre attive nella polemica sociale e ambientalista, sono le irriverenti pagine 14 e 15, curate da Liudmila Gadienko – Pralina Tuttifrutti (ma quale sia il suo vero nome, resta ignoto…), attraverso le quali, conditi da un forte senso della satira e una spiazzante carica ironica, sono disseminati messaggi e immagini dal forte carattere polemico, come la locandina «Prendete e mangiatene tutti» (in cui si criticano le imposizioni mascherate dal perbenismo cattolico – e si chieda a Luttazzi cosa ci viene dato da mangiare) o le ricette della “Risata integrale” (a base di «riso integralista») e del cocktail di frutta «No alla caccia, si’ alla pesca».
In conclusione, il giudizio su questo secondo numero non potrà che essere positivo: la vitalità forse scomposta di “Boomerang” e la semplicità del primo numero di «D.E.A.» trovano qui un giusto equilibrio, e viene segnalata con decisione una strada che sarà seguita lungo tutto il proseguo della storia della rivista.
Simone Rebora
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