Musica: Raccolta di recensioni n.3 (d)
(56)PORT-ROYAL: “Flared Up (remixes)”
Iniziamo subito col dire, per chi ancora non lo sapesse, che il collettivo genovese Port-Royal rappresenta quanto di meglio c’è nella scena shoegaze e post-elettronica italiana.
Flared Up è una rivisitazione molto sperimentale di “Flares”, interessante album con il quale i Port-Royal iniziarono a farsi apprezzare nel 2006.
Se il disco originario era pregno di atmosfere sognanti ed eteree e non si discostava poi molto da sonorità accostabili ai primi Sigur Ros ed ai Mogwai, questo Flared Up prende una direzione più indie-tronica, grazie al contributo di personaggi ben noti negli ambiti elettronici ed ambient come F.S.Blumm, Ulrich Schnauss, Manual.
Le singole tracce risultano filtrate, dilatate, a volte stravolte e riassemblate, grazie alle incursioni destrutturanti e dilanianti dei vari artisti della scena elettro europea che hanno accettato di buon grado questo incarico, dimostrando la grande considerazione che viene riservata ai Port Royal al di fuori dei confini nazionali.
Il risultato è un creativo connubio di suoni elettronici, atmosfere glich, tessiture elettroacustiche, rivisitazioni folktroniche e frequenze disturbate con cui si rende omaggio ai momenti migliori di “Flares”.
Flared Up dipinge con maestria paesaggi sonori rassicuranti, introspettivi, talvolta spiazzanti e convince anche nei momenti più sperimentali, quando è necessario possedere un orecchio allenato a certe incursioni elettroniche non certo easy-listening.
Ipotetico anello di congiunzione tra elettronica sperimentale e post-rock ambientale, Flared Up non può essere considerato un semplice momento di passaggio per i Port Royal e vista la grande varietà di spunti e di intuizioni che regala ad ogni singola traccia, si candida a pieno merito come uno dei momenti migliori per il collettivo genovese, in attesa del prossimo tentativo di “rivoluzione sonica”.
Massimiliano Locandro
(57) POLAR FOR THE MASSES: “Let Me Be Here”
I Polar For The Masses, prodotti dalla giovane etichetta indipendente Black Nutria, si presentano sul mercato con un disco per certi aspetti sorprendente.
Dopo aver ricevuto ottimi risultati distribuendo “Let Me Be Here” in formato digitale, finalmente è uscito il supporto fisico di un lavoro che possiede i connotati adatti a ricevere gratificanti consensi.Il trio vicentino è autore di un indie-rock energico, caratterizzato da un’apprezzabile ricerca melodica e da un sound grezzo ma essenziale.
Sebbene la maggior parte dei pezzi ricordino non troppo velatamente la recente produzione dei Placebo, bisogna ammettere che i Polar For The Masses riescono ad elaborare numerose influenze musicali rendendole proprie, dimostrando di possedere i mezzi tecnici e compositivi per elaborare un sound personale.
I Polar For The Masses riescono infatti con disinvoltura ed apparente facilità a costruire congegni melodici di grande impatto, dando vita a canzoni che scorrono veloci e si lasciano ascoltare con apprezzabile godibilità.
Il trio vicentino dimostra di trovarsi a proprio agio sia quando il ritmo è serrato e le vibrazioni si fanno aggressive e marcatamente noise (vedi l’iniziale “Let me be here” e la successiva “Breack out”) sia quando i toni calano, permettendo di dare libero sfogo all’anima più intimista e malinconica. A questo filone appartengono la coinvolgente “Come back” e “Better than you”, dolce ballata impreziosita da malinconiche note di pianoforte.
“Let Me Be Here” si rivela così una piacevole sorpresa, che avrebbe potuto assumere contorni più marcati con una maggiore attenzione alla qualità del suono ed allo stile, per certi versi ancora acerbo, ma che lascia intatte le grandi potenzialità di questo promettente gruppo indie-rock italiano.
Massimiliano Locandro
(58) “DEUS” dal vivo a Firenze
Due considerazioni su tutte: i Deus hanno un nome pretenzioso, ma non troppo ed il Viper Theatre è un gran bel posto dove fare ed ascoltare musica.
Sì, perché sentendo i commenti entusiasti della gente alla fine del concerto si ha proprio l’impressione che i Deus stasera abbiano lasciato il segno.Il gruppo belga ha infatti dato vita ad un’esibizione sontuosa e potente, energica e a tratti quasi violenta, facendo letteralmente sobbalzare in aria la folla che stasera riempiva ogni angolo del Viper Club.
Sì, perché ieri i Deus non si sono affatto risparmiati, anzi alla fine della loro esibizione hanno lasciato sul palco scintille di energia e pozzanghere di sudore ma soprattutto hanno fatto capire a tutti i presenti che dal vivo hanno al momento ben pochi rivali.
Che i Deus fossero venuti a Firenze tutt’altro che in gita culturale lo si è intuito fin da subito, osservando in che modo il frontman Tom Barman invogliava il pubblico a dimenarsi, a seguirlo nel corso del suo personale show, caricandosi e caricando gli spettatori, agitandosi tra vari cambi di chitarre, feedback lancinanti, cambi di tonalità: un vero e proprio animale da palco.
Non sono stati da meno i suoi fidati compagni di viaggio, a partire da una sezione ritmica di grande spessore e da un chitarrista sì caracollante, ma con grande stile.
Così il nuovo lavoro “Vantage Point” viene sviscerato quasi interamente, rispolverando con energia nuova alcuni pezzi che sul disco suonavano fin troppo puliti ma che dal vivo vengono lucidati a puntino e nascosti dietro un granitico muro di suono, lancinanti feedback ed effetti a profusione. C’è anche il tempo per ricordarsi qualche hit dal precedente “Pocket Revolution” e poi via, a rinverdire la ferrea memoria dei vecchi fans, con alcune indimenticate hit del fondamentale “Worst Case Scenario” e di “In A Bar, Under The Sea”: ovviamente è delirio.
I Deus, guardando tutti dall’alto della loro ventennale carriera, sono riusciti a dimostrare di poter stare al passo coi tempi, limando gli spigoli più grezzi del loro sound grezzo e rendendolo più accattivante agli occhi (e soprattutto agli orecchi) dei fans dell’ultima ora: questa mossa sicuramente non ha incontrato i favori di gran parte dello “zoccolo duro” dei sostenitori, ma c’è da rimarcare che vederli suonare dal vivo è un vero piacere. In questo contesto i Deus emanano energia pura: la loro è indubbiamente una dimensione live da vivere liberamente, senza troppe costrizioni, per assaporare intatto il piacere di una potente e liberatoria serata di rock’n’roll, ed è bello che tutto ciò sia accaduto proprio a Firenze. A questo proposito lasciatemi fare un plauso particolare al Viper Theatre: ascoltare gli entusiastici commenti sulla resa acustica di questo locale è stato per me, da fiorentino (trapiantato) un motivo di insperata soddisfazione: qualcosa di molto interessante si sta muovendo da queste parti.
Massimiliano Locandro
(59) MY HEAD FOR A GOLDFISH: “Reflective”
Reflective rappresenta l’opera prima per i My Head For A Goldfish, gruppo che appartiene al variegato roster di Black Nutria.
Il trio vicentino si affaccia sul mercato con otto tracce dalle sonorità experimental-noise, arrangiate e mixate in un breve arco temporale.
Ascoltando Reflective si ha l’impressione che i My Head For A Goldfish abbiano scritto e suonato di getto tutti i pezzi, tanta è la potenza e la foga con cui scaricano sull’ascoltatore le loro sonorità distorte e nervose.
Le otto tracce di Reflective risultano nel complesso omogenee e sebbene il copione rimanga sempre lo stesso si nota anche una certa volontà di sperimentare, amalgamando sonorità e generi musicali diversi tra loro. Così in “Morricone” i My Head For A Goldfish scelgono di innestare una sezione fiati che rende più vario il sound proposto, anche se non del tutto “a fuoco” con l’incedere degli altri strumenti e nella conclusiva “Big Me” pesanti scrosci di feedback si alternano alle sincopate distorsioni elettriche.
Quando si tratta invece di sviscerare sonorità puramente noise, il trio vicentino dimostra di sapersela cavare molto bene, tessendo intrecci melodici potenti e adrenalinici in cui spiccano le ritmiche sincopate della batteria ed i graffi nervosi della chitarra.
Da segnalare “Raymond”, pezzo in cui l’atmosfera si fa più cupa e pressante e “Half a Head”, dove le influenze post-rock si rendono maggiormente presenti ed il cantato è finalmente credibile.
Proprio la parte vocale, relegata in secondo piano in sede di mixaggio, risulta penalizzare l’ascolto di alcune tracce di Reflective, ma complesso il lavoro dei My Head For A Goldfish, pur suonando per certi versi ancora acerbo, è di soddisfacente qualità.
Ascoltando gli otto pezzi si notano infatti le spiccate qualità tecniche dei singoli musicisti ed una buona attitudine a sperimentare, cercando di rielaborare in chiave personale le svariate influenze musicali di riferimento.
Massimiliano Locandro
(60) MAURO MERCATANTI BAND: “SANO COME UN SUSHI”
Che Mauro Mercatanti sia una persona di spirito lo si capisce fin da subito: basta soffermare lo sguardo sulle quattro righe stampate sul retro del cd, che avvertono con ironia: “Attenzione! Masterizzare questo cd è completamente inutile. Si può scaricare gratuitamente”.
Leggendo poi le poche righe biografiche, si scopre che il nostro non è esattamente un artista di primo pelo: già attivo dalla metà dei ’90 con un gruppo tutto suo (i GNP), ha poi avuto il coraggio di dare una svolta completa alla sua carriera, iniziando a percorrere gli impervi sentieri del teatro canzone, per poi ritrovarsi a dare alle stampe “Infedele alla linea”, album contenente monologhi e canzoni, e questo “Sano come un sushi” , che ne è l’ideale prosecuzione.
Il tutto alla ricerca di un’espressività fuori dalle righe e, soprattutto guardandosi sempre, anche se forse non era proprio questo l’obiettivo principale, dall’avvicinarsi ad una qualsiasi forma di ritorno economico.
Guai però a considerare questo lavoro come una semplice e banale collezione di idee e storie raccontate e sussurrate con ironia: c’è qualcosa di più.
C’è tutta la rabbiosa voglia di ribellarsi a tutti i costi al cosiddetto “pensiero comune” e di denunciare, seppur camuffandoli sotto fitte coltri di ironia, alcuni, anzi troppi fatti che si ripetono e si insinuano dentro di noi subdolamente, finendo per condizionare le nostre vite in modo negativo.
Episodi come “Al tavolo dei Piccoli”, “Paura”, “Fatima” e “Il male minore”, lanciano messaggi ben precisi sulla visione di un mondo che sembra essere cucito ad arte per pochi eletti, mentre il resto della “truppa” si deve accontentare, senza neanche permettersi di fiatare, delle poche briciole rimaste.
E’ un chiaro invito a riflettere, a tenere gli occhi ben aperti su ciò che ci circonda e a darsi una mossa per riattivare i fin troppo assopiti circuiti cerebrali. Siamo incredibilmente forti e neppure lo sappiamo.
Massimiliano Locandro
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