Gli angeli di Zakamoto

Domenica 17 Gennaio 2010 23:40 Simone Rebora
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La semplicità delle immagini si fonde con l’immediatezza del messaggio.

Un semplice gioco prospettico (la sfasatura tra le immagini in primo piano e gli sfondi, quasi un ironico richiamo agli effetti speciali dei primi Superman cinematografici), le più estroverse espressioni umane (i bambini di Zakamoto, mai introversi, sorridono, fanno ‘la linguaccia’ allo spettatore): e il risultato sull’osservatore è della più potente efficacia, non priva di risvolti imprevedibili. Così, sui volti in primo piano capita di indovinare le silouettes dei continenti, o dalle bolle di sapone con cui gioca un bambino dai capelli blu emerge il globo terraqueo. E il messaggio è tanto semplice quanto rivoluzionario: ciò che ci muove, ciò che fa ruotare il nostro pianeta, non sono le cartine geopolitiche distese sui tavoli di strateghi ingobbiti, non è la fisica newtoniana applicata ai corpi celesti, ma la potente quanto fragile immediatezza di un sorriso sul volto di un bambino, di un gioco senza apparente motivo, se non quello di ‘creare’, di scoprire il nuovo.

Akira Kazamoto è un bambino nato a Tokyo il 6 Giugno 2001, comparso in sogno all’artista Luca Motolese in quello stesso istante, e presto divenuto il bambino, colui che porta il messaggio di salvezza all’umanità (quasi come il «puer» virgiliano, ma i riferimenti letterari si potrebbero espandere all’infinito, lungo una linea che attraversa tutta l’epoca moderna e contemporanea: Elisa Basso cita il Barone di Calvino, ma anche il Peter Pan di Barrie - cfr. http://www.zakamoto.com/ita/critica_ita.html). Assieme a lui, Luca Motolese ‘scomparse’ dal pianeta terra nel 2003, e torna due anni dopo per diffondere il suo messaggio profetico.

L’artista, quindi, da ‘protagonista’ della sua opera, diviene semplice interprete, entusiasmòs ispirato da un afflato divino, e Akira, il bambino, diviene l’angelo che, con la sua sola presenza, trasfigura il pianeta nei quadri del suo ‘portavoce’: e così i nostri occhi potranno ammirare queste immagini in cui, tramite un uso quasi warholiano del colore, gli stessi sfondi (in genere scorci urbanistici) raggiungono la stessa potenza espressiva di quei volti sotto cui si stagliano.

 

Il mondo, per salvarsi, non ha bisogno di iniziare una corsa irrefrenabile verso un futuro tanto sgargiante quanto rovinoso, ma deve saper recuperare l’immediata luminosità di un passato che è in ognuno di noi, e che nessuno dovrebbe dimenticare. Perché in fondo, tutti noi siamo stati un angelo, prima di diventare un uomo.

 

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Gennaio 2010 00:00 )