Memorie di Adriano
di Marguerite Yourcenar. Riduzione di Jean Launay. Regia di Maurizio Scaparro. Scene di Roberto Francia; Luci di Giovanni Santolamazza. Con Giorgio Albertazzi; e con Gianfranco Barra, Maria Letizia Gorga, Ilya Kun, Mario Fedele. Melodie e canto di Evelina Meghnagi. Acrobati: Silvia Francioni e Matteo Frau. Assistenti alla regia: Ferdinando Ceriani, Mariano Brancaccio. Direttore di scena: Alessandro Sorrenti. Capo elettricista: Ionel Tufanoiu; Fonico: Massimiliano Tettoni; Capo sarta: Paola Solimando.
Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar è uno tra i romanzi più letti del XX secolo. Si tratta dell’autobiografia immaginaria dell’imperatore di Roma tra il 117 e il 138 d.C., giunto in punto di morte.
E' una storia narrata senza pudori né reticenze che, parlando dei vizi e delle virtù dell’uomo, non omette di partire dalle debolezze personali. E’ il racconto di un uomo ormai sfinito nel corpo, ma non nella mente, che ripercorre a ritroso le tappe della propria giovinezza, delle ambizioni militari, della smania di potere, dell’amore e del governo di un Impero. Adriano è il simbolo di un’umanità non incapace di errori, imperfetta, ma al tempo stesso preparato, grazie alla saggezza e alla mediocritas che è propria degli anziani, a fare un bilancio pacato dei propri meriti e delle proprie colpe e a ragionare sulle proprie miserie, per riscattarle, e a dare un contributo decisivo al progresso della società.
La riduzione teatrale di Jean Launay è l’unica autorizzata dalla famiglia Yourcenar, ma la sua straordinarietà non si limita a questo. Maurizio Scaparro, il regista, ci suggerisce una felice frase di Gustave Flaubert: “Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”.
E Adriano è figlio del suo tempo: riconosce, sì, il dovuto tributo agli dèi, ma è uomo che non si trincera dietro giustificazioni celesti, capisce l’importanza del senso di responsabilità, dell’onestà intellettuale, e di questo, nella sua infinita modestia, si fa fiero portatore. Quella di Adriano, di Adriano della Yourcenar (e anche di Scaparro), è una risposta attualissima a chi ritiene che l’etica, la morale, la razionalità, siano espressione di un pensiero debole, se non protette da una giustificazione più alta. Quelle parole assumono oggi più che mai un significato dirompente, dimostrando che ciò che viene spregiativamente definito ‘relativismo’ altro non è che la matura espressione dell’uomo che accetta di gettare la maschera, schivando comodi alibi, per mostrarsi nudo di fronte a se stesso, con coraggio, con la coscienza dei doveri che ciascuno di noi porta imprescindibilmente con sé, per farsi finalmente Uomo.
Memorie di Adriano è anche uno straordinario manifesto alla bellezza, ovvero all’auspicio di bellezza: tale è l’amore per il giovane Antinoo, tale è l’anelito per una società più giusta e più felice, tale è la serenità composta di un uomo che affronta la morte con pazienza.
Giorgio Albertazzi, che ha interpretato questa recita per la prima volta nel 1989 a Tivoli, a Villa Adriana, ci propone una lettura del testo talmente meravigliosa da risultare quasi imbarazzante. Il suo stile asciutto e composto, il piglio quasi colloquiale, la sua bonaria ironia, il suo timbro evocativo e profondo, rendono l’esperienza delle Memorie cosa nuova e irripetibile: Adriano è nudo, ancora più nudo che nel romanzo, perché si è scelto di non trincerarsi dietro la lingua altisonante della Yourcenar, ma di lasciare il passo a un verbo più naturale, più indifeso, capace di abbandonarsi ad un sorriso, che non è segno di mera autocommiserazione, ma di sincera commozione. A questo contribuisce infatti, non solo l’impostazione genuina di Albertazzi, ma anche la decisione di rendere il testo molto più discorsivo dell’originale (ad esempio, la Yourcenar recita: “Sono sceso questa mattina dal mio medico Ermogene, che è appena rientrato alla Villa dopo un viaggio piuttosto lungo in Asia. L’esame doveva essere fatto a digiuno: avevamo appuntamento per le prime ore del mattino. Mi sono sdraiato su un letto dopo essermi spogliato del mio mantello e della mia tunica. Ti risparmio dei dettagli che ti sarebbero tanto sgradevoli quanto lo sono a me stesso, e la descrizione del corpo di un vecchio che avanza nell’età e si prepara a morire di un’idropisia del cuore. Diciamo soltanto che ho tossito, respirato, trattenuto il respiro secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado dai rapidi progressi del male, e pronto a scaricarne la responsabilità sul giovane Iollas che mi ha curato in sua assenza. E’ difficile restare imperatore in presenza di un medico, e difficile anche conservare le propria qualità d’uomo”; mentre il testo teatrale dice: “Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene. Mi sono levato mantello e tunica, mi sono sdraiato sul letto: ho tossito, ho trattenuto il fiato. E’ difficile rimanere imperatore sotto gli occhi di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana”). Si è scelto, attraverso il teatro, di deteatralizzare un testo, di renderlo vivo, corrosivo, ma anche paterno, rassicurante. E’ un Adriano più vicino, più familiare, meno ieratico; è un Albertazzi che resta marchiato a fuoco nelle memorie. Anche noi come i barbari saremo costretti ad essere impadroniti da lui, a somigliargli un po’.
Il testo teatrale si affida al monologo di Adriano, ma lascia alcuni spazi a figure e immagini che si frappongono nel racconto, quali ricordi, rimpianti, sogni. Per questa ragione non stona affatto l’aver affidato a Maria Letizia Gorga (Plotina) il compito di un’interpretazione impostata e altisonante, perché la sua voce si integra perfettamente con l’idea del ricordo che torna con taglio evocativo nella memoria del protagonista.
In una scenografia essenziale si dispiegano inoltre le melodie di Evelina Meghnagi e gli interventi degli acrobati, talvolta intesi come divértissement, interruzioni volte a dare respiro alla drammaticità del testo, talvolta perfettamente integrati nel contesto della trama. Bellissimo è il balletto di Ilya Kun, un aggraziato Antinoo, che incanta per leggerezza e plasticità, con un’armonia sottolineata da vesti succinte, e tuttavia non volgari.
Giorgio Albertazzi, cui la Pergola ha destinato sette minuti di applausi, ha detto a DEApress che la meraviglia di queste Memorie di Adriano non finirà qui. L’intenzione di abbandonare questo impegno, annunciata più volte, è di gran lunga inferiore all’amore per il teatro. Quasi certamente tra breve tempo interpreterà l’imperatore romano a New York. Dopo, forse (e noi lo speriamo), tornerà a farlo vivere ancora sui palcoscenici italiani.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 25 febbraio
Giulio Gori - DEA
di Marguerite Yourcenar. Riduzione di Jean Launay. Regia di Maurizio Scaparro. Scene di Roberto Francia; Luci di Giovanni Santolamazza. Con Giorgio Albertazzi; e con Gianfranco Barra, Maria Letizia Gorga, Ilya Kun, Mario Fedele. Melodie e canto di Evelina Meghnagi. Acrobati: Silvia Francioni e Matteo Frau. Assistenti alla regia: Ferdinando Ceriani, Mariano Brancaccio. Direttore di scena: Alessandro Sorrenti. Capo elettricista: Ionel Tufanoiu; Fonico: Massimiliano Tettoni; Capo sarta: Paola Solimando.
Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar è uno tra i romanzi più letti del XX secolo. Si tratta dell’autobiografia immaginaria dell’imperatore di Roma tra il 117 e il 138 d.C., giunto in punto di morte.
E' una storia narrata senza pudori né reticenze che, parlando dei vizi e delle virtù dell’uomo, non omette di partire dalle debolezze personali. E’ il racconto di un uomo ormai sfinito nel corpo, ma non nella mente, che ripercorre a ritroso le tappe della propria giovinezza, delle ambizioni militari, della smania di potere, dell’amore e del governo di un Impero. Adriano è il simbolo di un’umanità non incapace di errori, imperfetta, ma al tempo stesso preparato, grazie alla saggezza e alla mediocritas che è propria degli anziani, a fare un bilancio pacato dei propri meriti e delle proprie colpe e a ragionare sulle proprie miserie, per riscattarle, e a dare un contributo decisivo al progresso della società.
La riduzione teatrale di Jean Launay è l’unica autorizzata dalla famiglia Yourcenar, ma la sua straordinarietà non si limita a questo. Maurizio Scaparro, il regista, ci suggerisce una felice frase di Gustave Flaubert: “Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”.
E Adriano è figlio del suo tempo: riconosce, sì, il dovuto tributo agli dèi, ma è uomo che non si trincera dietro giustificazioni celesti, capisce l’importanza del senso di responsabilità, dell’onestà intellettuale, e di questo, nella sua infinita modestia, si fa fiero portatore. Quella di Adriano, di Adriano della Yourcenar (e anche di Scaparro), è una risposta attualissima a chi ritiene che l’etica, la morale, la razionalità, siano espressione di un pensiero debole, se non protette da una giustificazione più alta. Quelle parole assumono oggi più che mai un significato dirompente, dimostrando che ciò che viene spregiativamente definito ‘relativismo’ altro non è che la matura espressione dell’uomo che accetta di gettare la maschera, schivando comodi alibi, per mostrarsi nudo di fronte a se stesso, con coraggio, con la coscienza dei doveri che ciascuno di noi porta imprescindibilmente con sé, per farsi finalmente Uomo.
Memorie di Adriano è anche uno straordinario manifesto alla bellezza, ovvero all’auspicio di bellezza: tale è l’amore per il giovane Antinoo, tale è l’anelito per una società più giusta e più felice, tale è la serenità composta di un uomo che affronta la morte con pazienza.
Giorgio Albertazzi, che ha interpretato questa recita per la prima volta nel 1989 a Tivoli, a Villa Adriana, ci propone una lettura del testo talmente meravigliosa da risultare quasi imbarazzante. Il suo stile asciutto e composto, il piglio quasi colloquiale, la sua bonaria ironia, il suo timbro evocativo e profondo, rendono l’esperienza delle Memorie cosa nuova e irripetibile: Adriano è nudo, ancora più nudo che nel romanzo, perché si è scelto di non trincerarsi dietro la lingua altisonante della Yourcenar, ma di lasciare il passo a un verbo più naturale, più indifeso, capace di abbandonarsi ad un sorriso, che non è segno di mera autocommiserazione, ma di sincera commozione. A questo contribuisce infatti, non solo l’impostazione genuina di Albertazzi, ma anche la decisione di rendere il testo molto più discorsivo dell’originale (ad esempio, la Yourcenar recita: “Sono sceso questa mattina dal mio medico Ermogene, che è appena rientrato alla Villa dopo un viaggio piuttosto lungo in Asia. L’esame doveva essere fatto a digiuno: avevamo appuntamento per le prime ore del mattino. Mi sono sdraiato su un letto dopo essermi spogliato del mio mantello e della mia tunica. Ti risparmio dei dettagli che ti sarebbero tanto sgradevoli quanto lo sono a me stesso, e la descrizione del corpo di un vecchio che avanza nell’età e si prepara a morire di un’idropisia del cuore. Diciamo soltanto che ho tossito, respirato, trattenuto il respiro secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado dai rapidi progressi del male, e pronto a scaricarne la responsabilità sul giovane Iollas che mi ha curato in sua assenza. E’ difficile restare imperatore in presenza di un medico, e difficile anche conservare le propria qualità d’uomo”; mentre il testo teatrale dice: “Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene. Mi sono levato mantello e tunica, mi sono sdraiato sul letto: ho tossito, ho trattenuto il fiato. E’ difficile rimanere imperatore sotto gli occhi di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana”). Si è scelto, attraverso il teatro, di deteatralizzare un testo, di renderlo vivo, corrosivo, ma anche paterno, rassicurante. E’ un Adriano più vicino, più familiare, meno ieratico; è un Albertazzi che resta marchiato a fuoco nelle memorie. Anche noi come i barbari saremo costretti ad essere impadroniti da lui, a somigliargli un po’.
Il testo teatrale si affida al monologo di Adriano, ma lascia alcuni spazi a figure e immagini che si frappongono nel racconto, quali ricordi, rimpianti, sogni. Per questa ragione non stona affatto l’aver affidato a Maria Letizia Gorga (Plotina) il compito di un’interpretazione impostata e altisonante, perché la sua voce si integra perfettamente con l’idea del ricordo che torna con taglio evocativo nella memoria del protagonista.
In una scenografia essenziale si dispiegano inoltre le melodie di Evelina Meghnagi e gli interventi degli acrobati, talvolta intesi come divértissement, interruzioni volte a dare respiro alla drammaticità del testo, talvolta perfettamente integrati nel contesto della trama. Bellissimo è il balletto di Ilya Kun, un aggraziato Antinoo, che incanta per leggerezza e plasticità, con un’armonia sottolineata da vesti succinte, e tuttavia non volgari.
Giorgio Albertazzi, cui la Pergola ha destinato sette minuti di applausi, ha detto a DEApress che la meraviglia di queste Memorie di Adriano non finirà qui. L’intenzione di abbandonare questo impegno, annunciata più volte, è di gran lunga inferiore all’amore per il teatro. Quasi certamente tra breve tempo interpreterà l’imperatore romano a New York. Dopo, forse (e noi lo speriamo), tornerà a farlo vivere ancora sui palcoscenici italiani.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 25 febbraio
Giulio Gori - DEA
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