Casa di
bambola. L’altra Nora Da Henrik Ibsen.
Drammaturgia e regia di Leo Muscato. Con Lunetta Savino, Paolo Bessegato,
Riccardo Zinna, Salvatore Landolina, Carlina Torta, Rei Ota. Scene Antonio
Panzuto, costumi Federica Sala, luci Alessandro Verazzi.
Teatro della Pergola – Firenze
Il capolavoro di Ibsen, riadattato (in modo quasi del tutto fedele) in chiave
contemporanea. Se i dialoghi restano sostanzialmente immutati, il contesto
attuale viene rappresentato tramite la scenografia e, soprattutto, attraverso
le interpretazioni. L’apparato scenico è attentamente studiato per riuscire a
creare una molteplicità di luoghi, in modo tale da dare al rigido impianto
ibseniano un maggiore dinamismo, ma lasciando anche trasparire un’impronta
cinematografica, con attori che non rinunciano a muoversi in tutto lo spazio
disponibile, dando spesso le spalle alla platea. Ne perde talvolta la limpidezza
del suono, ma ne guadagna al contempo la spontaneità. Inoltre, questa libertà
di movimento contribuisce all’affermazione di un sapore agrodolce, a tratti
persino comico, cui gli attori contribuiscono grazie a una prova assai audace e
positiva.
Se tutta la compagnia è apprezzabile e convincente, è ottima l’interpretazione
spontanea e sotto le righe di Paolo Bessegato, mentre è persino strepitosa
quella di Lunetta Savino, che delinea un personaggio esilarante e struggente al
stesso tempo, con uno stile nevrotico e concitato che sembra partorito da anni
di Actor Studio. L’aspetto interessante del taglio interpretativo di Nora-Savino
sta nella capacità di combinare elementi opposti: è trasparente, quando
nell’apparente ingenuità infantile, non è capace di adattarsi alle convenzioni
sociali e si abbandona a espressioni di una sincerità imbarazzante; ma al tempo
stesso è portatrice di un segreto talmente grave, che tutte le cadute di stile si
tramutano in bazzecole: ed è qui che nasce la meraviglia di un personaggio che
diviene persona; è proprio qui che Nora dimostra che l’incapacità di muoversi
da gentildonna nasce dal fatto che ogni suo sforzo, ogni suo pensiero sono concentrati
sul pagamento del suo debito e nella conservazione del suo segreto; tutto il
resto non esiste, tutto il resto può essere trattato con superficialità, con
disinteresse, ed è quindi privato di ogni freno inibitorio.
Il finale, radicalmente rinnovato rispetto al testo originario, non convince
del tutto. La strada intrapresa da Muscato non lascia spazio al moto d’orgoglio
di questa piccola donna che si fa a un tratto grande e coraggiosa; la sua
rivolta è, sì, autolesionista come in Ibsen, ma se nell’autore norvegese
prendeva le forme dell’orgoglio, della protesta, dell’affermazione dell’io su
chi l’ha misconosciuto, qui invece si tramuta soltanto in sdegno e
rassegnazione. Questa Nora ha probabilmente un carattere più contemporaneo, in
un’epoca, anzi, in un paese come il nostro, in cui l’ascesa sociale della donna
è stata bruscamente interrotta. Ma proprio per questo, forse, siamo più
affezionati all’altra Nora.