Cinema: "Il divo"

Giovedì 05 Giugno 2008 13:45 Giulio Gori
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Il Divo


Regia e sceneggiatura di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Giulio Bosetti, Anna Bonaiuto, Piera degli Esposti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli. Fotografia: Luca Bigazzi, Scenografia: Lino Fiorito, Costumi: Daniela Ciancio, Musica: Teho Teardo, Montaggio: Cristiano Travaglioli. Italia 2008, Durata: 110', Distribuzione Lucky Red

Anatomia di un divo della politica. Giulio Andreotti raccontato in un film onirico e crudele; una galleria di lente atrocità, di immagini ampie e spietate, che tuttavia sembrano attraversate dal sibilo osceno di un incubo incalzante.
Toni Servillo, alza la testa incastrata nelle scapole e scopre una miriade di aghi piantati nel volto per curare una grave emicrania: non è l’aureola di un santo, è la creazione di un mostro di laboratorio, con cui lo scienziato folle ha voluto deformare se stesso. La maschera imperturbabile è la cortina che distrae da una sotterranea sofferenza fisica e morale, da un delirio interiore che il film decide finalmente di far sfogare. Il contrasto con l’altrettanto impassibile Eugenio Scalfari (uno strepitoso Giulio Bosetti) è inesorabile: da un lato la pacatezza, dall’altro il tormento, da un lato la serenità, dall’altro il rancore.
Non è un documentario, è una vivisezione di un cervello imploso nel silenzio, nell’impassibilità, nella trincea di un’ironia vuota. Non è una denuncia politica, è la constatazione di un fallimento umano: gli omicidi, le stragi, le collusioni mafiose non sono smascherate, ma semplicemente intrecciate a un humus intellettuale e culturale di miseria e tristezza sconfinate, in cui la verità deve essere subordinata all’interesse, alla ragion di Stato, anzi, di corrente.
Il senatore a vita ha definito il film “una carognata”, ma non per la sua natura solo parzialmente engagée, ma per aver allargato il solco di solitudine attorno a un novantenne disprezzato, per aver mostrato gli occhi della moglie pieni di sconcerto e di orrore, una volta compreso, con colpevole ritardo, l’insensibilità e la meschinità del marito; per aver agitato lo spettro di Aldo Moro, delle sue frasi impietose contro la pochezza di un uomo triste, per aver risvegliato quei “conati di vomito” che aveva tentato invano di seppellire. .
Se trentacinque anni di inettitudine politica e di corruttela sistemica hanno distrutto l’Andreotti statista, se la sentenza definitiva del processo di Palermo ha svelato impietosamente l’Andreotti siciliano, questo film, in virtù dell’essenza stessa del cinema, della sua capacità di costruire e di decomporre un’immagine, di Andreotti distrugge l’umanità, la sagacia, il carisma; in una parola, la mitologia.
Andreotti, il divo, non esiste più.

Giulio Gori

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