Cinema: Gomorra

Lunedì 26 Maggio 2008 14:26 Giulio Gori
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Gomorra


Dal romanzo di Roberto Saviano. Regia di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster. Genere Drammatico produzione Italia, 2008 Durata 135 minuti circa.

Ridurre un romanzo in sceneggiatura cinematografica è sempre un lavoro complesso. Ma se quel romanzo non ha uno svolgimento lineare, se racconta una storia attraverso angoli prospettici molteplici, se alterna il vissuto dell’io narrante a saghe narrate in terza persona, l’impresa diviene addirittura titanica.
Vista la valenza, anche etimologica, del termine “riduzione”, l’impossibilità di riproporre in film ogni aspetto di un testo scritto particolarmente corposo potrebbe far incorrere nella banalità di optare per un io narrante, che si muove da eroe puro in mezzo a un mondo marcio; ovvero, in un Saviano necessariamente semplificato e quindi semplicistico.
Il disegno di Garrone è invece sorprendente e efficace: la Camorra, con il suo gergo, con i suoi gesti, con la sua etichetta, è la protagonista in una storia corale in cui poche storie, solidamente rappresentative, aprono uno squarcio su una delle vergogne italiane meno conosciute e condivise. Non c’è nulla di banale o didascalico, non si sciorina, non si spiega, ma si racconta. La parola ha importanza solo laddove rappresenta un mezzo di coercizione, o laddove diviene uno strumento per fissare un ruolo gerarchico; ma scompare quasi sempre per far spazio alla forza dell’immagine.
E in questo sta la migliore arma del cinema, spesso dimenticata dal cinema italiano contemporaneo, troppo spesso dedito a dare lezioni, a far sfoggio di piccole morali esopiche e pacchiane. E’ attraverso la capacità insita nell’immagine di raccontare che il cinema si può emancipare dall’atavico complesso di inferiorità nei confronti della letteratura.
Garrone dimostra di possedere i mezzi per poter affrontare questa sfida, realizzando un lavoro che sa svilupparsi tra pause e accelerazioni, tra ellissi e osservazioni quasi entomologiche, privilegiando il significato di volti, movenze e tradizioni.
Perché la parola “Camorra” è un invenzione di chi la combatte nelle aule dei Tribunali, o di chi, al contrario, vuole ridicolizzarla per far sì che continui a vivere. Chi la conosce, come Saviano, o come i suoi accoliti, la chiama più propriamente “Sistema”: perché è realmente sistema, di quartiere, di economia, di vita, di Stato. E non c’è scampo, non c’è possibilità di fuga, il sistema è ovunque e fagocita anche il ragazzino che ha la sola colpa di essere nato nel luogo sbagliato, di trovarsi in una guerra in cui “sei con noi o contro di noi”.
La speranza non solo non esiste, ma non ha legittimità alcuna. E il sacrificio più doloroso, perché inutile. Come quello dei due ragazzi, i cui corpi vengono offerti al cielo dalla pala di un trattore, prima di essere occultati per sempre.

Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 15:30 )