Romana
di Roberto Agostini, regia di Massimo Venturiello
con Tosca, Ruggero Mascellino (pianoforte, chitarra, fisarmonica), Giovanni Mattagliano (sax soprano, clarinetto), Massimo Patti (contrabbasso)
direzione musicale di Ruggero Mascellino, scene di Alessandro Chiti
Teatro della Pergola, Firenze

di Roberto Agostini, regia di Massimo Venturiello
con Tosca, Ruggero Mascellino (pianoforte, chitarra, fisarmonica), Giovanni Mattagliano (sax soprano, clarinetto), Massimo Patti (contrabbasso)
direzione musicale di Ruggero Mascellino, scene di Alessandro Chiti
Teatro della Pergola, Firenze

C’è un clima felliniano in questa celebrazione del teatro canzone: scene semplici, ma ammalianti, da varietà d’una volta, con luci da orchestrina di periferia e un palloncino rosso a spiccare sul fondale nero; un tocco di decadenza, la voglia di essere altro da noi, l’amarezza della propria impotenza.
Tosca canta canzoni tradizionali romane riproponendo il timbro graffiato di Gabriella Ferri (cui è dedicato lo spettacolo) ed è brava a (fingere di) trascurare la tecnica per dare corpo all’espressività: il culto del virtuosismo fortunatamente sacrificato al fascino dell’imperfezione. Ed è tutto qui il senso della musica, di ogni musica, ovvero la capacità di sacrificare il proprio io, di evitare la sciorinata delle proprie velleità vocali, per costruire un’interpretazione, per raccontare una storia, sulla quale, ma solo a quel punto, e con discrezione, riproporre la propria maestria. Tosca, davvero splendida, ha la maturità per cogliere questa fondamentale angolazione, ben sostenuta da un’ottima orchestra, in cui spicca il clarinetto di Giovanni Mattagliano. La cantante dimostra del resto garbo e correttezza anche nelle brevi parti recitate.
In questa rassegna di romanità emerge, senza dubbio, il bovarismo della canzone locale, la metropoli che si fa provincia, la recriminazione, un certo populismo e testi fin troppo espliciti. Ma va riconosciuta l’efficacia nel raccontare quel senso di solitudine che pervade i concerti di fine serata, quando la gente se ne va, i camerieri tolgono le sedie e l’orchestra rimane a suonare per i pochi superstiti. Il mondo è ormai altrove, resta solo l’amarezza del pagliaccio che piange sotto la maschera. Resta la nostalgia.
Tosca canta canzoni tradizionali romane riproponendo il timbro graffiato di Gabriella Ferri (cui è dedicato lo spettacolo) ed è brava a (fingere di) trascurare la tecnica per dare corpo all’espressività: il culto del virtuosismo fortunatamente sacrificato al fascino dell’imperfezione. Ed è tutto qui il senso della musica, di ogni musica, ovvero la capacità di sacrificare il proprio io, di evitare la sciorinata delle proprie velleità vocali, per costruire un’interpretazione, per raccontare una storia, sulla quale, ma solo a quel punto, e con discrezione, riproporre la propria maestria. Tosca, davvero splendida, ha la maturità per cogliere questa fondamentale angolazione, ben sostenuta da un’ottima orchestra, in cui spicca il clarinetto di Giovanni Mattagliano. La cantante dimostra del resto garbo e correttezza anche nelle brevi parti recitate.
In questa rassegna di romanità emerge, senza dubbio, il bovarismo della canzone locale, la metropoli che si fa provincia, la recriminazione, un certo populismo e testi fin troppo espliciti. Ma va riconosciuta l’efficacia nel raccontare quel senso di solitudine che pervade i concerti di fine serata, quando la gente se ne va, i camerieri tolgono le sedie e l’orchestra rimane a suonare per i pochi superstiti. Il mondo è ormai altrove, resta solo l’amarezza del pagliaccio che piange sotto la maschera. Resta la nostalgia.
Giulio Gori
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