In Patagonia - Bruce Chatwin

Mercoledì 16 Novembre 2011 19:01 Salvina di gangi
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“Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle .” La pelle di un brontosauro caduto in un ghiacciaio migliaia di anni prima in Patagonia, regione al limite estremo del mondo, o almeno questo è ciò che il giovanissimo Chatwin credeva che fosse… in realtà, come le prime pagine chiariscono, si trattava semplicemente di un po’ di pelle appartenuta ad un bradipo gigante o un milodonte che il cugino Charley il Marinaio aveva trovato nella Patagonia cilena e venduto al British Museum . La passione per la geografia, gli atlanti e le letture riempiono le sue giornate durante il periodo adolescenziale e lo spingono ad intraprendere numerosi viaggi all’insegna dell’ascetismo e dell’esotico. Era il dicembre del 1974 quando Chatwin intraprendeva il suo viaggio alla scoperta della Tierra del Fuego, taccuino alla mano e stivali appesi al collo. Un viaggio indimenticabile, vissuto sullo sfondo di una natura incontaminata e immobile, capace di emozionare con i suoi colori e le sue forme: il giallo opaco con macchie rossastre degli uccelli, il grigio scuro delle nuvole lontane gonfie di pioggia, il rosso mattone del tramonto, il bianco delle rocce dalle striature orizzontali, il blu zaffiro del lago costellato da una miriade di cigni neri. Proseguendo nella lettura di queste bellissime pagine, ci si scontra con un mondo ancora sconosciuto ai più: luoghi desolati  e città dagli edifici in pietra scolpita, torri quadrate e finestre gotiche, valli e giardini fioriti accanto alla pampa e altipiani rocciosi dai colori inverosimili che fanno venire il mal di testa. L’odore della pioggia portata dal vento si confonde con quello della chicha di mele,del caffè e della torta di cioccolata che donne e uomini a lui sconosciuti gli offrono durante il cammino in cambio di qualche notizia sull’altro lato della Terra. Un libro di grandi scoperte quotidiane, in cui il dialogo e la curiosità di fronte “all’altro da sé” risultano i protagonisti per eccellenza. Un viaggio di formazione e cambiamento, dal senso profondo, “nelle terre di Satana, dove le fiamme tremolano come lucciole in una notte d’estate”. Definito opportunamente il “libro-simbolo di tutti i viaggi”, “In Patagonia” spalanca una finestra su una realtà in cui la natura imita l’arte e i fuegini, nomadi nati, assomigliano agli uccelli migratori e vivono felici tra le valli coperte di neve. Il loro linguaggio rivela l’ossessione del tempo e dello spazio dei marinai. Chatwin, sognatore autoironico e irrequieto in cerca di grandi orizzonti, ci trascina in quel “mondo alla fine del mondo” in cui tutti sentiamo il bisogno di perderci e  ci induce, dopo la lettura dell’ultima pagina, ad abbandonare la poltrona di casa per intraprendere  un  reale cammino, ricordandoci sempre che  “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.”
Elisabetta Tiberio (gilitib at alice.it)

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 16 Novembre 2011 19:23 )