DON CHISCIOTTE
Liberamente tratto dal capolavoro di Miguel de Cervantes. Adattamento e regia di Franco Branciaroli.
Con Franco Branciaroli. Scena Margherita Palli, luci Gigi Saccomandi, costumi Caterina Lucchiari, musiche Daniele D'Angelo.
Teatro della Pergola, Firenze
Raccontare un capolavoro con fini quasi didattici è un pavimento estremamente scivoloso. Il rischio che si corre è quello di attutire l’impatto dirompente di un’opera onirica, profetica, ambigua, com’è il Don Chisciotte di Cervantes. A maggior ragione, la banalizzazione di un testo è affare assai probabile se il taglio di una riduzione teatrale percorre il delicato sentiero dell’ironia. Non parliamo, poi, dei pericoli connessi all’imitazione, che spesso portano a trasformare in caricatura, in macchietta, ogni personaggio.
La sfida raccolta da Franco Branciaroli sfida questi ostacoli con estremo coraggio; e se riesce ad aggirarli brillantemente è grazie alla capacità di uscire dai canoni imposti da una narrazione piana, arricchendola di elementi nuovi, spiazzanti, arrivando a sublimare il testo originale con connessioni che esprimono un’elaborazione originale, un’alterazione metatestuale che incarna la necessità di arricchire un capolavoro con un percorso che travalica le sue stesse pagine, che trascende, senza soffocarlo, dalle intenzioni dello scrittore; perché un classico è tale in quanto è il risultato di una lunga strada che lo porta a farsi opera del presente, viva anziché archeologica.
La voce di Branciaroli si divide quindi in due: da una parte Vittorio Gassman – Don Chisciotte, con la sua voce composta, solenne, dall’altra Carmelo Bene – Sancho Panza, policromo, ambiguo, sfuggente. Spiazzante questa scelta, perché la saggezza di Sancho e la follia di Don Chisciotte avrebbero suggerito, forse, la scelta opposta. E, al contrario, questa dicotomia risulta riuscita proprio in virtù del piglio aulico di Gassman e del cinismo picaresco di Carmelo Bene.
Il racconto, poi, attraversando Dante, Nabokov e Kafka, ripercorre, in modo spassoso e spumeggiante, la straordinaria rottura rappresentata da un romanzo che ha aperto una finestra nuova nella letteratura mondiale, sfruttando l’ambiguità del protagonista, le variazioni dei linguaggi, l’alterazione tra realtà e sogno, la sconfitta. E giocando col romanzo nel romanzo, Branciaroli costruisce un nuovo orizzonte sul boccascena: il pubblico nell’al-di-qua, gli attori, nella loro perenne sfida, nell’aldilà; in quel Purgatorio – luogo terzo, autonomo, incoercibile – che guarda con pungente ironia sopra e sotto di sé, in quell’eterno in cui né Gassman, né Carmelo Bene, né soprattutto Don Chisciotte possono mai morire. Perché la letteratura e il teatro hanno ben diritto ad essere immortali.
Con Franco Branciaroli. Scena Margherita Palli, luci Gigi Saccomandi, costumi Caterina Lucchiari, musiche Daniele D'Angelo.
Teatro della Pergola, Firenze
Raccontare un capolavoro con fini quasi didattici è un pavimento estremamente scivoloso. Il rischio che si corre è quello di attutire l’impatto dirompente di un’opera onirica, profetica, ambigua, com’è il Don Chisciotte di Cervantes. A maggior ragione, la banalizzazione di un testo è affare assai probabile se il taglio di una riduzione teatrale percorre il delicato sentiero dell’ironia. Non parliamo, poi, dei pericoli connessi all’imitazione, che spesso portano a trasformare in caricatura, in macchietta, ogni personaggio.
La sfida raccolta da Franco Branciaroli sfida questi ostacoli con estremo coraggio; e se riesce ad aggirarli brillantemente è grazie alla capacità di uscire dai canoni imposti da una narrazione piana, arricchendola di elementi nuovi, spiazzanti, arrivando a sublimare il testo originale con connessioni che esprimono un’elaborazione originale, un’alterazione metatestuale che incarna la necessità di arricchire un capolavoro con un percorso che travalica le sue stesse pagine, che trascende, senza soffocarlo, dalle intenzioni dello scrittore; perché un classico è tale in quanto è il risultato di una lunga strada che lo porta a farsi opera del presente, viva anziché archeologica.
La voce di Branciaroli si divide quindi in due: da una parte Vittorio Gassman – Don Chisciotte, con la sua voce composta, solenne, dall’altra Carmelo Bene – Sancho Panza, policromo, ambiguo, sfuggente. Spiazzante questa scelta, perché la saggezza di Sancho e la follia di Don Chisciotte avrebbero suggerito, forse, la scelta opposta. E, al contrario, questa dicotomia risulta riuscita proprio in virtù del piglio aulico di Gassman e del cinismo picaresco di Carmelo Bene.
Il racconto, poi, attraversando Dante, Nabokov e Kafka, ripercorre, in modo spassoso e spumeggiante, la straordinaria rottura rappresentata da un romanzo che ha aperto una finestra nuova nella letteratura mondiale, sfruttando l’ambiguità del protagonista, le variazioni dei linguaggi, l’alterazione tra realtà e sogno, la sconfitta. E giocando col romanzo nel romanzo, Branciaroli costruisce un nuovo orizzonte sul boccascena: il pubblico nell’al-di-qua, gli attori, nella loro perenne sfida, nell’aldilà; in quel Purgatorio – luogo terzo, autonomo, incoercibile – che guarda con pungente ironia sopra e sotto di sé, in quell’eterno in cui né Gassman, né Carmelo Bene, né soprattutto Don Chisciotte possono mai morire. Perché la letteratura e il teatro hanno ben diritto ad essere immortali.
Giulio Gori
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