Storia della DEA – 1996 (espressione)
A pagina 7 del primo numero dell’anno, Angelo Pizzuto racconta di due spettacoli teatrali («Buonanotte Bettina e Alleluia Brava Gente»), ma ne fa occasione per una lunga serie di riflessioni personali, non priva di spunti taglienti e polemici – come parodico è già il sottotitolo, «Ritorno dal Futuro»: «Mentre i bisonti della politica nazionale, delle convergenze parallele, del centrosinistra e della legge truffa provavano a far polpette di tanta vanagloria (tipo gogoliano), basata sulla micidiale battuta dell’irresistibile Walter: “è la rata che la traccia il solco, ma è la cambiale che lo difende”. Che suonava come una metafisica condanna a restare “impiegati” a vita o mezzemaniche al valor civile. Vogliamo credere che si tratti di scampato pericolo?»
Si mantiene sulla soglia dell’impegno anche l’articolo di Rita Monaco, «A FIRENZE Chi dice Donna dice… Cinema» (p. 8), che, partendo da un resoconto sulla serie di incontri Internazionali di Cinema e Donne di Firenze, non manca di proporre riflessioni tanto giuste quanto sconsolanti: «In questo chiassoso centenario nessuno ha creduto necessario ricordare che la prima regista […] è stata Alice Guy, segretaria di Gaumont che, con i suoi 200 e passa film girati e distribuiti è anche sicuramente la prima professionista del cinema mondiale. Così si perdono […] pioniere, sperimentatrici, ma anche donne d’industria e di successo. La perdita della memoria in quest’epoca che afferma invece orgogliosamente la possibilità di riprodurre, catalogare, conservare ogni cosa, sembra una delle pesti di fine secolo».
Forse il ponte di più larga campata lanciato tra espressione e impegno, è l’articolo di Carla Martini, «Non sparate sulla satira!» (p. 10), dove l’autrice, in un’ipotetica (quanto satirica) arringa processuale, si difende dalle accuse rivoltegli per «la presunta irriverenza descrittiva» e «lo scandaloso linguaggio ‘sovratono’» dell’articolo «Ferragosto in Bosnia», da lei pubblicato nell’ultimo numero dell’anno precedente. Il tono giocoso e ironicamente ‘serioso’, diviene occasione per portare avanti una critica che tocca l’intera produzione giornalistica contemporanea, troppo spesso intenta a produrre «Reportage strappalacrime, per catturare commozioni in poltrona tra una marca di detersivo e una sigla di varietà».
Questo articolo impegnato, nella sua efficacia espressiva, rappresenta forse il massimo esempio di come l’impostazione da me scelta per questa Storia, pur se giustificata da motivazioni pratiche, possa anche rivelarsi contraddittoria e fuorviante. Non voglio con questo smontare (nei pressi della sua conclusione) il lavoro fin qui compiuto: vorrei semmai invitare il lettore a guardare oltre le semplici strutture del discorso storico da me proposto, per compiere un lavoro d’indagine che sia anche una ricostruzione – per cogliere la storia ‘scritta’ non come punto d’arrivo, ma come uno stimolo a ricominciarne sempre nuovamente la ‘lettura’.
Un momento di creatività entro lo spazio dell’impegno, emerge anche nell’intervista ad Orietta Simondi («Eritrea ex Colonia Italiana», a cura di sgf, p. 14): a coronare il susseguirsi dei ricordi di questa donna, cresciuta come ‘colona’ in una terra straniera, giungono i brevi ma intensissimi versi della lirica «Patrie Lontane»: «Un giorno o l’altro tornerò / là dove si disfano le pietre / per accogliermi / fra i morti sepolti da me […] sotto il sole rovente / e le mie mani lacerate / si stringeranno / nel sogno mio eterno».
La seconda parte di questo numero vede invece un deciso affermarsi della componente espressiva. Si inizia con la pagina dedicata a «TV & musica». Antonio Massi presenta una critica al mondo della musica ‘di consumo’, in particolare a quello dell’emittente Mtv, in quegli anni appena affermatasi sulla scena mass-mediatica («It’s a Mtv word», p. 16). Molto più vive e impegnate nell’ambito della cultura e creatività sono al confronto le due proposte, nella stessa pagina, della «Musica Raï (in arabo “opinione”)», che «a Firenze è stata conosciuta grazie a Roberto Gramigni» (e al comune impegno del Centro D.E.A.); e la «Musica e i barattoli di pomodoro» (estratti dal libro di Antonio Breschi, «Semiminime»): «Nietzsche ha detto: “Senza musica la vita sarebbe un errore” Io che amo il suono di un torrente più di un concerto di Mozart, il cinguettio di un uccello più di una cantata di Bach e il fruscio del vento quanto una dolce melodia irlandese, direi piuttosto: “Senza vita, la musica è un errore!”»
Marika Patroni Griffi coglie poi l’occasione di una critica ad un recente film di Claude Chabrol, per presentare ed analizzare l’opera dell’autrice Ruth Rendell. «Da “La morte non sa leggere” a “Il buio della mente”» (p. 17) è l’analisi di una trasposizione cinematografica mal riuscita («Come fare da un ottimo libro un discutibile film»), ma soprattutto un momento di promozione letteraria: perché spesso la ‘comodità’ della visione filmica (specie quando il lavoro del regista non è stato all’altezza) rischia di far perdere molta della complessità e profondità che il libro lascia emergere. Nel breve spazio accanto, è poi la recensione al libro «Dialoghi a Solliccianino» di Alberta Bigagli (p. 17, articolo di Silvana Grippi): un momento di confronto con un’autrice ormai affermata, ma soprattutto con una storica collaboratrice della Rivista “D.E.A.”
Carmelina Rotundo coglie poi l’occasione dell’iniziativa voluta dal comune di Scandicci “I tuoi versi son meravigliosi – Omaggio a Dino Campana» (per l’80o anniversario della pubblicazione dei Canti Orfici). Nel lungo articolo «Dino Campana tra Scandicci e Firenze»,
A pagina 19 è la presentazione degli incontri presso
Nella sezione “Racconti”, è l’esordio letterario di Silvana Grippi, finora conosciuta come giornalista, reporter, opinionista e geografa, ma qui per la prima volta nella veste di ‘creativa’. Il breve racconto («L’acqua, il luogo e il tempo», p. 20), si presenta come semplice diario di viaggio, non privo di spunti e curiose riflessioni («Sembrava di essere arrivati... no, è meglio dire, sembrava di essere andati indietro nel tempo. Mi venne in mente per puro caso la dea EA, Dea dell’acqua. Che stupidi pensieri!»), ma giunge ad un finale quasi onirico e spiazzante. L’incontro con una donna misteriosa («Sono una donna senza tempo, che cerca l’acqua nella fonte senza fondo») complica il suo mistero, quando si scopre che il dialogo tra lei e la protagonista è avvenuto in due lingue diverse, lontanissime, e che la comprensione si è realizzata al di là del linguaggio, quasi in una forma di empatia superiore. Ma lo scioglimento finale rovescia completamente tutte le supposizioni del lettore, quando, tornando al confronto con la realtà, la protagonista scopre che l’incontro non è mai avvenuto: «Lui mi guardò perplesso e rispose: “Ma noi non abbiamo ancora trovato il luogo che cerchiamo e non ci siamo ancora fermati, di quale donna parli?”»
Luigi Marzano racconta poi la leggenda di Enea, in un breve articolo che è soprattutto una presentazione dell’approdo salentino di Porto Badisco, «già sito di antichi riti e per tale motivo sicuramente carico di significati stratificati dal tempo e dagli uomini», la cui spiaggia è «suggestiva parafrasi della magia di terra d’Otranto» (ibidem).
Di più ampio respiro è il racconto di Niccolò Brusini «Numero Uno – Breve» (pp. 21-22), storia di ‘angeli custodi’ narrata forse con una certa ingenuità stilistica, ma nel complesso efficace, nella resa di emozioni difficili da comprendere, emozioni che si spingono al di là della vita stessa. Accompagna il racconto la bellissima illustrazione di Massimo Rizieri Maccarelli: una scena onirica da quadro surrealista, ma con evidenti suggestioni esheriane, nel gioco geometrico delle superfici.
Nella sezione “Mostre”, Rossella Costabile presenta «Espressionismo Lunare» (p. 23), personale del giovane pittore Stani Gallo (a Cosenza – Galleria “Il triangolo”); Pina Vicario presenta la pittura di Gönul Erdaha (alla Galleria Mentana di Firenze), «giornalista di Instanbul [sic], inviato speciale del più grande quotidiano di quella città, collaboratrice in Italia de “Il Tempo”, “Epoca”, “Mondo libero”, in seguito a una grave depressione psichica, ha attraversato un momento di grande torpore e blocco mentale. […] La pittura è diventata così il suo nuovo ‘mondo espressivo’.» (p. 24). Mirella Tonellotto dedica un lungo articolo a «
Gigliola Caridi cura l’intera sezione “Incontri” (pp. 26-27), presentando le mostre presso
Nella sezione “Poesie” (p. 28), Mauro Batisti racconta in versi la sua ‘storia d’amore’ con «Ilaria del carretto», donna che l’accudì «rattrappito da un ictus celebrale», e gli insegnò a scrivere, a suonare, a parlare nuovamente, «finché avvenne il prodigio». Ma una nota amara chiude questo amore «che non finisce sotto le lenzuola / fra gemiti e grugniti da porcile»: «Se guardo, dalla trappola del cuore una lacrima trenta l’evasione. / Ilaria non c’è più». Brevi ma intense, circondano questa lirica le opere di Gladys Gramolelli, Monica Rocchini, Loredana Paoletti e Giancarlo Toracchi.
Le ultime pagine della rivista, sono tutte dedicate ai vincitori del Premio Fanzine – per la sezione Racconti e Poesie (pp. 29-31). In questo numero, quindi, la parte espressiva risulta ulteriormente ampliata, e possiamo così leggere l’«Intervista al Signor Lontra» di Patrizia Agresti; i racconti «Valentina» di Antonio Salerno e «Faliero» di Consuelo; e un lungo collage di poesie (di Lara Poggi, Lidia Viviani, Domenico Ferrini, Lucia Brovelli, Gabriella Galanti, Carla Brizzi e il non ben identificato/a M. T.).
La rivista si chiude sulla consueta Rubrica di Franca Pilati (p. 34), con articoli dedicati al Museo Alinari, Pitti Immagine e Prato Expo. Ampio spazio è poi dedicato a N.O.F. 4 («Padiglione-Cortile-graffito-Volterra», p. 32), opera di «Nannetti Oreste Fernando, ricoverato presso l’Ospedale Psichiatrico di Volterra negli anni che vanno dal 1959 al 1972»: «Più di venti anni passati ad incidere con la fibbia del suo panciotto l’intonaco del cortile del suo reparto per scrivere un libro graffito di 180 metri che si conclude solo con l’esaurirsi del muro. Dalla lettura del graffito prende forma la mente del Nannetti, un grande contenitore che incamera, mescola e riversa in un continuo ed inarrestabile gioco di allitterazioni, assonanze, fonemi.»
[continua]
Simone Rebora
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