Un'interessante serata al Centro Studi D.E.A. dove sono stati presentati due lavori:
Do you like Horror Movies? (cortometraggio)
regia: Stefano Rossi, Lorenzo Paviano, Riccardo De Flaviis
Italia 2010
A seguito della presentazione del cortometraggio realizzato dai giovani aspiranti registi e prodotto da DEAcine, è stato proiettato il film di interesse antropo-sociologico del regista franco-tunisino Abdel Kechiche.
Cous cous (La graine et le mulet)
regia Abdel Kechiche
Francia 2007
La proiezione del cortometraggio è stata soprattutto un’occasione di confronto con una piccola realtà emergente nel tessuto artistico e culturale fiorentino. A tale scopo, la susseguente discussione critica, ha messo in luce un intrecciarsi di molteplici punti di vista – un confronto generazionale, uno scambio di idee, gusti e convinzioni, stimolante tanto quanto la visione della pellicola.
Cous cous è invece l’opera di un regista affermato, pluripremiata ed apprezzata a livello internazionale (gran premio della giuria al Festival di Venezia, vincitrice di 4 premi César e 2 premi Lumière). La sua proiezione non ha voluto essere l’implicita proposta di un paragone o la presentazione di un ‘modello’, ma al contrario ha voluto stimolare ancora una volta l’analisi critica e il confronto, ed ha offerto una testimonianza di differenti culture integrate in un unico tessuto urbano, la Marsiglia del XXI secolo.
E nella sua apparente semplicità, Cous cous presenta molteplici chiavi di lettura, una complessità che scivola attraverso una superficie a tratti nebulosa. Perché la prima accusa che lo spettatore potrebbe rivolgere a questa pellicola, è una fondamentale sensazione di vacuità: la realizzazione, dopo due ore e mezza di film, che gli stessi contenuti potrebbero essere stati sviluppati in uno spazio molto ridotto, se non dimezzato. Moltissimi dialoghi, nella loro lunghezza, giungono quasi ad esasperare lo spettatore che, conscio dello sviluppo lineare della trama, non aspetta altro che la loro fine, per poter tornare alla ‘vicenda principale’. Ma, come anticipato, la sostanza del film non si limita alla semplice ‘vicenda’: basti considerare il modo in cui questa viene trattata al momento della sua conclusione (non voglio qui rovinare il gusto a chi non abbia ancora visto la pellicola – e gli consiglio semmai di saltare questa parentesi –, ma, a livello strutturale, è un indubbio elemento di originalità il fatto che una vicenda, apparentemente strutturata entro uno sviluppo ‘canonico’, alla fine, invece di risolversi ‘canonicamente’, venga lasciata in sospeso).
Se infatti volessimo parlare di una ‘conclusione’, dovremmo prima di tutto chiederci quali siano gli scopi di questa pellicola: “Raccontare una storia?” “Intrattenere un pubblico?” …sembra che questi siano piuttosto gli obiettivi dei protagonisti del film, impegnati nei loro lunghi dialoghi, nei loro sogni e progetti – o in una seducente danza del ventre. Ma quale il progetto del regista? A visione conclusa, nella sostanziale ‘insoddisfazione’ dello spettatore, sembra quasi di percepire che questo film abbia proprio colpito nel segno: presentandoci una realtà, un insieme di vite, nel loro profondo radicamento storico e sociale. Il film, semmai, è lo strumento che ci permette di cogliere tutto ciò nella sua pienezza (ma anche irrisolvibile incompiutezza): tutto il sapore e il dolore, tutta la rabbia e l’ironia di una vicenda squisitamente umana.
Strano a dirsi, queste due interpretazioni hanno in comune un finale in sospeso, che lascia all'occhio del fruitore la necessità di integrarlo con le proprie riflessioni.
Simone Rebora
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