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L'università delle sconfitte

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Ho sempre creduto che la volontà facesse miracoli, che la passione fosse il vero motore di ogni umano agire. Anche quando dalla spensieratezza della verde età sono passato agli anni degli ameni inganni. L’emotività e l’idealismo, giustamente e puntualmente hanno lasciato il posto alla ratio e al realismo. Tuttavia ciò poco ha tolto o scalfito  alla mia profonda convinzione  che la teoria è funzionale alla pratica, che il reale è l’esito di un processo di immaginazione prima e costruzione poi, che l’agire consapevole è figlio della volontà di cambiare anche ciò che non è sotto il nostro diretto controllo.  Nella consapevolezza, anche, che spesso le buone intenzioni lastricano l’inferno e, quindi, in un mondo buonizzato i “buonisti” diventano un flagello. Si perché non è raro trovarsi di fronte a soggetti che si sciacquano la bocca di belle parole, prone di buoni consigli, pronte ad indicarti la via. Il preside del mio liceo amava ripetermi “fai come ti dico e non fare come faccio”: deve essere un principio comune ed assoluto nel mondo della scuola.

Sono sempre stato convinto del fatto che iscriversi all’università, infatti, non fosse solamente una meccanica operazione di andata e ritorno dalla propria abitazione ad aule stracolme, che non si limitasse ad uno sterile studio di immensi manuali o incomprensibili monografie. “Fare l’università” è anche fare esperienza del reale, conoscere, relazionarsi, scoprire e, perché no, divertirsi. In questo quadro un ruolo fondamentale doveva essere giocato dalla categoria dei “prof” in quanto “definitori primari” in grado di fungere da ponte tra il mondo della teoria e quello della pratica, di essere maestri prim’ancora che docenti, di guidare coloro che si reputano essere il futuro di ciascun paese. Il fatto è che troppo spesso ci si imbatte in modelli autoreferenziali  in cui l’unico obiettivo è quello di accrescere la propria fama, la propria reputazione a discapito di chi ha sempre creduto che qualcosa potesse cambiare. Il problema più grande non è che stanno ammazzando l’università. Il problema è che stagno gettando acqua sul fuoco: stanno spegnendo speranze, fiducia, possibilità. Hanno il dito puntato contro il disimpegno giovanile, la mancanza di valori ed obiettivi, il “fancazzismo” dilagante. Guardano la pagliuzza nei nostri occhi ma non si accorgono della trave che è nei loro. Con quale dignità? Posso capire che la maggior parte degli accademici supera abbondantemente i sessanta e quindi non ha più nulla da chiedere alla vita, ma ciò non è un buon motivo per rivalersi contro chi ancora ha qualcosa da dire e vuole dirlo. L’etica delle responsabilità, o delle conseguenze, dovrebbe venir sempre prima dell’etica delle intenzioni, di una facile retorica delle intenzioni la quale ha il suo legittimo spazio nella moralità individuale ma diventa inaccettabile e nefasta quando invade il campo della collettività, della società civile, della comunità.

Se potessi tornare indietro non saprei se farei la stessa scelta. So per certo però che, a dispetto di qualunque strada, sia molto più importante essere uomini di valore che di successo. Ciò che troppo spesso chi è deputato a guidarci si dimentica, affogando nel perbenismo, tacciano i giovani di nichilismo imperante, prospettando traiettorie future. Senza sapere che forse il vero cancro è proprio quello che va in metastasi impedendo alla cellule sane di crescere e svilupparsi, facendo rimanere il Corpo immobile e condannarlo così ad una fine già scritta.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 07 Giugno 2010 16:42 )  

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