Inutile sottolineare la scarsa lungimiranza della scelta politica di svendere i beni statali; ovviamente, scaricando la responsabilità sui Comuni saranno particolarmente sfavoriti (perché più allettati dal "miraggio" di un ricavo inatteso) quelli in una situazione economica dissestata, sollevando ancora una volta il governo da responsabilità (e critiche). Il problema della cattiva amministrazione non verrebbe risolto, e nel lungo periodo la scelta sarebbe decisamente controproducente per l'intera collettività. Ma, nel breve, le varie amministrazioni locali potranno rivendicare di aver risolto i problemi di deficit, garantendosi magari la rielezione nella successiva tornata elettorale. La sensazione, date queste premesse, è che con la scusa del "ritorno al territorio" si avvierà una sorta di "alienazione differenziata" ed ognuno dovrà rimettersi alla situazione dei rispettivi enti territoriali: ma l'attenzione alle istanze locali significa prevedere una reale partecipazione della cittadinanza, non affidarsi alla virtuosità e all'onestà di comuni che comunque non consultano la propria base locale. E che possono, comunque, addurre alle loro scelte cause di "forza maggiore" quali il deficit di bilancio (negli ultimi anni aggravatosi ulteriormente con la regionalizzazione del PSI), decisioni di livello superiore (Regione, Stato, UE) o pressioni di qualunque tipo. Senza pensare alle asimmetrie informative tra gestori tecnici ed amministratori locali, che renderebbe scarso e impreciso, anche in una gestione mista "onesta", l'effettivo controllo degli enti territoriali.
Il migliore esempio è collegato, non a caso, all'importantissimo tema della privatizzazione (per la verità, già in corso da 16 anni) delle risorse idriche: rendendo le acque minerali beni disponibili, non sarà più richiesta alcuna concessione (già ora economicamente irrisoria rispetto ai profitti) ma si arriverà alla semplice alienazione di parte del patrimonio demaniale a favore di aziende private. Per ritorno al territorio si dovrebbe intendere una più effettiva partecipazione di "chi lo vive" nei processi decisionali e nella gestione dei beni comuni (o almeno in un loro controllo davvero pubblico). Ed una scelta avveduta deve avere un orizzonte temporale ben più ampio di scadenze politiche ed economiche limitate a qualche anno: se si prefigura un processo di alienazione del patrimonio statale, che sia chiaro che è un processo difficilmente reversibile. Imboccando questa strada si rischia di non poter più tornare indietro.
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