Assegnata ieri mattina, presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Firenze, la laurea specialistica honoris causa in Studi Letterari e Culturali Internazionali, allo scrittore israeliano David Grossman.
L’aula affollata da professori, membri della comunità ebraica, autorità locali e da una sorprendente folla di ammiratori dello scrittore (più di cento persone sono state costrette a seguire la cerimonia dagli schermi collocati all’esterno) ha accolto con calore ed ammirazione Grossman, introdotto da un breve intervento del rettore Marinelli, che ha sottolineato il legame tra la cultura ebraica e la tradizione accademica fiorentina, e dalla laudatio della professoressa Zattelli, ordinario di letteratura ebraica nell’ateneo fiorentino.
“Gli scrittori sono i nuovi profeti di Israele” commenta Ida Zattelli introducendo i temi della letteratura di Grossman: l’amore, “traduzione
verbale di un’espressione fisica”, l’infanzia, luogo e tramite fondamentale nella conoscenza di sé e dell’altro, la libertà espressa nell’atto stesso della creazione letteraria e il linguaggio una perfetta unione di ricercatezza formale e lirismo. Sono questi i motivi artistici che, insieme al grande impegno nel dialogo per la pace in Medioriente, hanno portato all’attribuzione della laurea allo scrittore in un giorno tanto significativo.
Questo, infatti, è uno dei modi che Firenze ha scelto per celebrare il giorno della memoria. Uomo dotato di straordinaria sensibilità artistica, ma anche di grande fermezza (nel 2007 alla cerimonia per l’assegnazione del prestigioso premio Emet, non strinse la mano al presidente Olmert, come segno di ostilità nei confronti della mancanza di apertura ai negoziati di pace), Grossman ha tenuto poi la lectio doctoralis, tutta incentrata sul ruolo della letteratura e della propria esperienza personale nei confronti di un passato tanto doloroso per il popolo ebreo.
Assistere al suo discorso è una vera e propria lezione: la sua voce racconta e trasmette la dolorosa consapevolezza di chi vive ancora le conseguenze di un dramma che tutti gli ebrei, consapevolmente o meno, portano in sé. Sottolineando la volontà di ricordare quello che è stato la Shoà attraverso il mezzo letterario e l’arte in generale “luoghi in cui l’individuo moderno può affrontare la Shoà e sperimentare le sensazioni e la particolare esperienza umana” e senza mai scadere nella retorica, Grossman ha dimostrato come il narrare possa avvicinare e far rivivere i dramma dell’olocausto. È durante il racconto della storia di Leib ed Ester Rochman (genitori della poetessa Rivka Miriam Rochman) che si percepisce chiaramente la straordinarietà di Grossman, la sua capacità di avvicinare con semplicità e poesia ai grandi interrogativi che la storia ci pone. Proprio come aveva fatto nei suoi capolavori Vedi alla voce:amore e Che tu sia per me il coltello, perché “L’arte è lo strumento più accessibile e comprensibile con il quale gran parte di noi può oggi venire a contatto, direttamente e lucidamente, con la memoria della Shoà e con gli insegnamenti che da essa derivano”.
Daria Quaranta - DEApress
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