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Sull’albo dei pubblicisti

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Si è svolta lunedì 16 gennaio, presso la Sala Oriana Fallaci di Palazzo Medici Riccardi, la conferenza stampa indetta dall’Ordine dei giornalisti della Toscana per discutere le possibili ripercussioni del “decreto liberalizzazioni” in corso di elaborazione in questi giorni.

Nella sala, presto eccessivamente affollata (a metà dibattito è divenuto necessario trasferire la conferenza nella più capiente Sala Luca Giordano), tanti i giovani pubblicisti accorsi per sentire le parole rassicuranti – ma mai “assicuranti” – del presidente dell’Odg della Toscana Carlo Bartoli e dell’avvocato Lorenzo Calvani. Ma più che ascoltare, l’urgenza maggiore è stata quella di chiedere, reclamare, protestare. Perché il più grave pericolo insito in questa riforma è che, disattendendo nella sostanza le sue ragioni profonde, il decreto vada a toccare in primo luogo l’elenco dei pubblicisti: rendendone più difficile l’accesso, nel migliore dei casi, ma anche cancellandolo definitivamente, nel peggiore.

E mentre il ben più piccolo elenco dei giornalisti professionisti potrebbe non risentire affatto delle modifiche prospettate, a rischiare i ritocchi più sostanziali sarà quello già in partenza più debole. Perché i pubblicisti hanno nessuno dei privilegi tipici del professionismo: non hanno tariffe minime, molto spesso nemmeno uno stipendio, eppure lavorano per i giornali, scrivono articoli in quantità e possono anche essere direttori di piccole testate (le quali, ovviamente, rischieranno così di scomparire).

In un’Italia che tenta sempre più di (re-)inserirsi nelle logiche europee, viene da chiedersi se l’impegno del governo Monti punterà veramente a una ristrutturazione sostanziale del nostro paese, o soltanto a un ritocco “di facciata” – soluzione certo più comoda e rapida, ma che manterrà intatti i problemi interni, esacerbandoli anzi, quando all’urgenza di intervenire subito non si accompagnerà una corretta valutazione della situazione presente.

Per DEApress, Simone Rebora

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