Da “piccolo Vietnam” a laboratorio politico
Come arrivi a Miraflores, dove ha sede il palazzo presidenziale, già intravedi da lontano i palazzi del 23 Enero (“23 gennaio”): alcuni dei 52 blocchi costruiti nel 1958, con quei colori ormai sbiaditi dal tempo, fanno da sfondo alla residenza del Presidente Chavez. Forse, nelle intenzioni dell’architetto Carlos Raul Villanueva che li progettò, dovevano rappresentare una novità assoluta nel panorama urbanistico dell’epoca, nella realtà invece sono lì a testimoniare 50 anni di ribellione del popolo venezuelano. Si, la cosa buffa è che, il palazzo presidenziale non si trova ad Altamira, nella zona ricca di Caracas, ma nel centro della città, a Miraflores appunto, a ridosso del 23 Enero, la “parroquia”, il quartiere, che comprende 40 barrios e più di 400.000 abitanti e che per quasi mezzo secolo è stato il teatro di lotte contro la repressione che quel palazzo ha espresso fino all’avvento di Chavez e che in occasione del golpe fallito del 2002 lo ha visto proteggere proprio dagli abitanti del 23 Enero.
Il 23 Enero porta questo nome perché il 23 gennaio del 1958, all’indomani della caduta del dittatore Jimenez, che aveva voluto la costruzione di quel quartiere, iniziò l’occupazione degli appartamenti di quei blocchi, da parte di famiglie indigenti.
Nel corso degli anni si sono aggiunti ai blocchi le case, costruite dalle persone stesse, abbarbicate sulla collina e che sono ormai parte integrante di quello che è divenuto un popoloso quartiere.
Già percorrendo la strada che dal centro di Caracas porta su al 23 Enero, si capisce che quello è un quartiere diverso. Numerosi murales ti guidano nei vari barrios raccontando la storia del Venezuela e dell’America Latina: i volti di Che Guevara, Simon Bolivar, Chavez, Alì Primera, il cantautore venezuelano che ha raccontato la ribellione di un popolo, Salvador Allende, Danilo Anderson giovane magistrato che stava indagando sulla connessione tra CIA e militari golpisti e fatto saltare in aria con un autobomba nel novembre del 2004, Nestor Cerpa Cartolini dell’MRTA, che nel ’98 fu ammazzato insieme ad altri compagni nell’ambasciata giapponese a Lima dopo aver tenuto in ostaggio per quattro mesi i suoi occupanti, mi hanno accompagnato lungo le strade e il dedalo di vicoli, alla scoperta del quartiere più ribelle di Caracas. La maggior parte di questi murales è opera di Nelson Santana, pittore muralista del 23 Enero e del suo gruppo che porta il nome de “la piedrita”, il barrio dove vive. Nelson ha collaborato con vari artisti venezuelani, tra i quali Jesus Soto ed ha viaggiato in Europa, soggiornando per cinque anni in Francia e Spagna. Recentemente è stato invitato negli Stati Uniti, a Portland dove ha collaborato alla realizzazione di alcuni murales. La sua formazione marxista – bolivariana – guevarista lo porta ad essere abbastanza critico nei confronti di Chavez: non nega il timore di una deriva autoritaria, dovuta al fatto che l’attuale Presidente è sostenuto da un partito che non è radicato nella base, e che in parlamento, in seguito alle elezioni del 4 dicembre scorso, non esistono candidati dell’opposizione poiché, con una mossa a sorpresa, la destra ha pensato bene di ritirarsi durante la competizione elettorale, prima di arrivare al voto. “Il fatto positivo” mi ha detto “è che comunque, in questo processo rivoluzionario (anche se, come affermava Che Guevara, non esistono rivoluzioni senza spargimento di sangue) da quando Chavez è al potere, la gente si è svegliata”. Nelson ha molto a cuore il suo barrio: “la Piedrita” è un barrio tranquillo dove non circola droga, grazie al controllo sociale esercitato dagli stessi abitanti. “ La mia famiglia è rispettata” mi ha detto, anche se questo non gli ha impedito qualche mese fa, di vedersi crivellare di colpi la porta, la finestra e il tetto della casa. “D’altronde tutti noi abbiamo dei nemici” è stato il suo commento.
Gustavo Borges vive al 23 Enero da quando è nato. Sua madre, nonostante dovesse accudire tredici figli, era impegnata nella comunità e partecipava attivamente alla vita del barrio. Il suo impegno è stato d’esempio per Gustavo che a sua volta ha trasmesso gli stessi ideali e valori ai suoi figli, facendo dei Borges una famiglia di rivoluzionari.
Nascere e vivere al 23 Enero significa davvero appartenere alla comunità: vuol dire aver lottato per 40 anni durante il periodo dei governi COPEI (democristiani) e Acciòn Democratica (AD) e questo ha forgiato e formato politicamente diverse generazioni che hanno dato vita a numerosi fronti e collettivi di sinistra che rappresentano tutt’oggi la colonna vertebrale delle storiche leggendarie guerriglie urbane che per decenni hanno fronteggiato la repressione dura e violenta della “policia metropolitana” trasformando il 23 Enero in quello che fu definito negli anni ’70 – ’80 “il piccolo Vietnam”.
Gustavo ha creato “Sucre en comunidad” un periodico, di cui è direttore, che racconta la vita comunitaria del 23 Enero. E’ parte attiva del circolo bolivariano “Abrebrecha”, uno dei tanti circoli nati dopo il 2002 per dare una risposta al bisogno della gente di collaborare alla vita del quartiere, nonché di un collettivo che porta il nome di Carlos Reina, un compagno assassinato dalla guardia nacional negli anni in cui le proteste per le rivendicazioni sociali venivano soffocate nel sangue. “Vedi” mi ha detto Gustavo “fino a pochi anni fa, affacciandosi da questo balcone, era normale vedere entrare la polizia metropolitana e sparare per il barrio. Magari, dall’altro lato della strada, trovavi i cecchini appostati sui tetti, pronti a far fuoco. Da quando c’è Chavez, questo non succede più. La spiegazione sta nel fatto che le numerose formazioni politiche di matrice marxista – leninista – guevarista - bolivariane che ci sono in questo quartiere, fino a qualche hanno fa, cioè fino a prima che Chavez salisse al potere, erano costrette alla clandestinità. Se si pensa che il partito comunista venezuelano è riuscito ad eleggere in parlamento otto deputati solo da quando Chavez è Presidente, ci si rende conto di quanto fosse difficile militare in movimenti di sinistra durante i quaranta anni che hanno preceduto questo nuovo processo politico”. Uno di questi, il “movimento revolucionario tupamaro”, qualche anno fa è uscito dalla clandestinità e costituitosi in partito politico si è presentato alle elezioni parlamentari. Tuttavia esistono ancora gruppi come l’”unidad tactica de combate Nestor Cerpa Cartolini”, nata dalla scissione del gruppo dei Tupamaro, che proseguono il percorso della lotta armata e che nel 23 Enero ha le sue radici.
Alcuni anni fa Gustavo ha deciso di trasmettere tutta la sua “pasion revolucionaria” alla comunità di Acevedo che si trova in montagna, nello stato di Miranda, favorendo la nascita della cooperativa “Cafecao”, che, contribuendo allo sviluppo economico di quel territorio, rende anche visibile le difficili condizioni di vita degli abitanti di quei villaggi, stimolando in loro la crescita politica e conseguentemente la presa di coscienza dei propri diritti.
Da pochi anni, vale a dire da quando Chavez ha deciso di avviare quella che viene definita la Revolucion bolivariana, il 23 Enero, come altri quartieri popolari, ha conosciuto una trasformazione che ha permesso ai suoi abitanti di vedersi riconoscere finalmente alcuni dei diritti fondamentali quali l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie. Grazie alla “mision barrio adentro”, che ha visto il coinvolgimento di migliaia di medici cubani, nei vari barrios sono stati creati degli ambulatori, dove viene garantita alle persone assistenza sanitaria di base gratuita.
Gli abitanti del 23 Enero sono protagonisti attivi del cambiamento in corso in Venezuela: Maryuri vive nel barrio Santa Rosa ed è l’esempio concreto dei risultati ottenuti dalla mision Robinson, il programma di governo che ha sconfitto l’analfabetismo in Venezuela, grazie anche stavolta, alla collaborazione di Cuba che ha fornito il metodo didattico. Da beneficiaria è passata a facilitatrice, cioè insegnante nei vari gruppi che si sono formati nei vari settori popolari tra i quali troviamo in prima linea quelli del 23 Enero. La sua tenacia l’ha portata a proseguire gli studi, a frequentare la facoltà di medicina ed andare a Cuba per specializzarsi.
Delfina invece è impegnata nella “mesa de agua”, il comitato che si occupa di migliorare il servizio d’approvvigionamento dell’acqua nei vari barrios.
La voce del 23 Enero trova nella radio “al son del 23” e “radio 23 de Enero” dei veri mezzi di comunicazione comunitaria. “Al son del 23”, promossa da un’organizzazione della sinistra rivoluzionaria chiamata “coordinadora Simon Bolivar” e diretta da Juan Contreras, ha sede nell’edificio che fino a poco tempo fa era un comando della polizia metropolitana: le stanze che oggi ospitano la radio, anni fa sono state luoghi di detenzione e tortura che hanno visto passare anche coloro che oggi, lì, fanno gli speakers. Oltre alla radio, nello stesso edificio, vi è anche un centro comunitario chiamato “centro de encuentro Freddy Parra”. La radio “23 de Enero” che è stata la prima del 23 Enero, è ambulante poiché non ha una sede fissa ed è promossa dai compagni del frente de resistencia popular tupamaro.
Dal 2002 poi, il fermento politico di questo quartiere è stato proiettato all’esterno attraverso la pagina web el23.net creata da Gustavo con la collaborazione del figlio Gustavo jr., disegnatore grafico, per contrapporsi ai numerosi mezzi di comunicazione privati e per dar voce alle persone che vivono nei barrios e che voce non hanno mai avuto. Questo progetto ha suscitato un discreto interesse nel mondo della comunicazione e dell’innovazione grafica, tanto che Gustavo jr è stato invitato a partecipare nel 2004, al III congresso internazionale di disegno grafico che si è tenuto a Mar del Plata in Argentina.
Insomma, al 23 Enero si può vedere concretamente che cos’è la rivoluzione bolivariana e cioè quel processo politico che ha permesso agli esclusi di diventare cittadini attivi con pieni diritti. Una rivoluzione pacifica che però i venezuelani, quelli del 23 Enero in testa, sono pronti a difendere anche con le armi, così come fecero nell’aprile del 2002 quando i militari golpisti cercarono di farla fallire, senza riuscirci.
Angela Mori (pubblicato su D.E.A. - luglio 2006)
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