Irlanda
di Mariella Braccini
Ora che l’Estate è un’episodio al passato sbiadito nell’abbraccio dell’Inverno torna il ricordo: immagini, sensazioni, frammenti luminosi di viaggio, come una riserva da gustare nell’attesa di una nuova Estate.
Pensare all’Irlanda è richiamare i conflitti che affondano le radici nel passato, ma anche e soprattutto suscitare il ricordo e l’immagine di un paese vivo, luminoso e verde, vivace nella sua gente e nelle sue manifestazioni. Dovunque è palpabile la volontà di un’espansione, di una spinta verso l’esterno, verso la vita, la socialità: andare in Irlanda è stato un viaggio di disimpegno e di allegria.
Dublino: la città sembra imperniarsi intorno al Liffey, il fiume che ne è l’arteria; sembra brillare di un sorriso un po’ frivolo nelle gonne delle ragazze, nel passo veloce degli abitanti e dei turisti, nei bar e nei ritrovi recuperati del Temple che brulicano fino a notte inoltrata di turisti, nelle grandi ceste di fiori appese lungo le strade, nelle porte in stile georgiano con la lunetta bianca a traforo e i battenti blù, verdi, rossi, gialli...
Case, palazzi, ponti, battelli, e anche un gruppo di ragazzini che attraversano il fiume a nuoto per gioco e per sfida.
Geometrie dinamiche (in vetro) o regolari nei palazzi a piccoli mattoni con le finestre all’inglese animate qua e là da una pennellata di colore. Negozi, locali con i tavolini all’aperto a dispetto dei capricci del clima, chiese. E una città che si sovraccarica di folla allo scadere dell’orario di lavoro, ma anche che porta in sé le ferite e le memorie del passato e ne fa oggetto di memoria per tutti.
E’ lungo il Liffey il monumento alla fame a ricordo della grande carestia che decimò la popolazione irlandese. Il pathos dell’opera è nella sua non-apparenza come tale: un gruppo di uomini e donne appena più grandi del normale, macilenti e laceri camminano con lo sguardo perso nel vuoto.
Ed è nel cuore universitario della città, il Trinity College, la grande biblioteca che racchiude il sapere di secoli e, gemma concessa ai visitatori, la mostra del Book of Kells, manoscritto miniato dei Vangeli redatto in latino nell’8° secolo. La mostra, che include anche il Book of Durrow, il Book of Armagh e il Book of Dimma, altri testi sacri miniati, propone, oltre all’esposizione in sé, anche un percorso illustrativo delle tecniche e dei materiali usati: la preparazione delle basi, dei colori (il blù, l’oro, il nero, il rosso nella loro magnificenza..), la stesura progressiva, gli strumenti utilizzati, gli artefici.
La grande biblioteca conclude la visita con l’esibizione delle pareti zeppe di libri fino al soffitto e le bacheche che mostrano alcuni testi aperti.
Il piccolo Museo degli Scrittori è un altro appuntamento per chi ama la parola scritta.
Il museo raccoglie, all’interno di un ambiente di raccolto, ovattato silenzio, le testimonianze della vita e delle opere dei maggiori letterati di Irlanda.
Nei parchi e nei giardini intanto si può ritrovare il verde dimenticato nei ritrovi notturni e nei musei.
Il Giardino Botanico accoglie il visitatore con la sua pace fatta di prati, di alberi, di aiole dove esplodono i gialli, i rossi, i rosa, i blù dei fiori dalle svariatissime forme e dimensioni. Il clima fresco e umido ne mantiene a lungo la freschezza mentre le serre conservano l’umido calore necessario alle piante tropicali. Devo confessare un mio debole per i giardini botanici, così simili nelle diverse parti di Europa, e così unici.
Dopo aver nutrito gli scoiattoli che quasi ti levano il cibo di mano, io e mio marito scopriamo all’uscita un cartello che ammonisce a non farlo perché “ potrebbero mordere.” Con vago rimorso ripensiamo alle noccioline che abbiamo “prestato” a due bambini che volevano giocare con gli scoiattoli, appunto. Chissà come è andata.
Ma Dublino, come l’Irlanda tutta, è anche il paese della birra che scorre a fiumi nel Temple e che si può acquistare ovunque a prezzo contenuto e delle più varie qualità.
E insieme alla birra, nei pubs scuri e diversamente accoglienti rivestiti di legno e di calore, che ci parlano di lunghi pomeriggi invernali da passare al chiuso, deliziosi spuntini da consumare tranquillamente fra una visita e l’altra o pasti sostanziosi prima di una confortevole notte di sonno.
Se Dublino porta un vero e proprio monumento alla birra con la Torre Guinness che svetta in città (e corredata di mostra da visitare a sostanzioso prezzo) i pubs punteggiano l’Irlanda come una costante, sulle coste come nell’interno, nei paesini come nelle città o anche semi-isolati nella campagna. Ma essi non sono solo un luogo dove bere e mangiare ma anche un vero punto di ritrovo dove è possibile ascoltare dal vivo musica irlandese e assistere occasionalmente alle danze tipiche. Può accadere, come è successo a noi, di vedere la cameriera che, su richiesta, smette di servire e si mette a ballare al suono degli strumenti le vivaci danze locali, magari in compagnia di una scopa (la danza della scopa!) che diventa un’indiavolato partner.
Glendalough, Rossborough House, Jerpoint Abbey, Cashel, Cahir, siti, paesi, abbazie, dimore signorili, circoli di pietre col loro fascino, le loro caratteristiche, la loro storia, immersi nel verde lungo un percorso che ci ha portati a sud-ovest e che nel ricordo diventano un sovrapporsi di immagini e di impressioni.
Dal grigio e bianco della dimora palladiana di Rossborough House che sposa all’arco forme elegantemente squadrate, alla splendida Abbazia di Jerpoint, resti di un intero complesso abbaziale con mura, chiesa, archi gotici, torri, corridoi e bellissimi bassorilievi sbalzati sulle colonnine del chiostro.
Da Kilkenny a Cork è tutto un andare per cittadine ciascuna con il proprio castello, i propri locali, le strade piene di vita fino a una costa di grande bellezza.
La regione di sud-ovest ha la forma di una mano dalle dita protese proiettata irregolarmente nel mare di modo che il mare si sposa compiutamente a una terra che porta visibilmente i segni di un antico modellamento glaciale. Prevalgono i verdi, gli azzurri, i grigi di un cielo variabile e leggermente nuvoloso che si specchia nell’acqua, delle rocce che affiorano fra la vegetazione. L’erba e le piante arrivano fin quasi al mare, si stemperano sulle spiagge, si arrestano ai piedi delle rocce montonate o in creste di modeste scogliere che mostrano nuda la parete scoscesa. E all’interno ancora laghi in un rincorrersi di acque incastonate nella pietra e addolcite dalla vegetazione.
E’ quasi impossibile fissare i nomi delle località e dei siti che si rincorrono nella memoria: resta il ricordo dei piccoli centri sul mare, di un curioso pub rosso-fiamma lungo la strada.
Nel nostro vagabondare di lusso (macchina a nolo) incontriamo una doppia cinta massiccia in pietre a secco che segna un antico insediamento: antico quanto? E rimarchevole senza dubbio è il Gap of Dunlow dove la strada si immerge e mostra nel verde la gola lavorata da antichi ghiacci e incisa dalle acque.
Più a Nord, quasi a fine del nostro giro, andiamo a cercare le Cliff of Moher.
Se non fosse per un’imponente colata di cemento (munita di scalinata in costruzione), che vuole “civilizzare” l’immediato retroterra per renderlo più fruibile ai turisti, e per una gran folla di turisti, appunto, sarebbero splendide. Ma sono splendide: la scogliera in sé lo è e basta camminare un poco che la folla si dirada: si resta in pochi. Qui il mare si frange lontano in verticale, molto più in basso. Guardare giù direttamente è vertigine e pericolo: per questo ci mettiamo pancia a terra e sporgiamo cautamente le nostre teste oltre l’orlo del precipizio per guardare: giù le onde si frangono con fragore di spuma e un pinnacolo di roccia isolato si leva come un dito ammonitore.
Il margine serpeggiante della cresta mostra nelle giravolte la parete a strapiombo con le sue irregolarità, i differenti livelli di roccia irregolarmente erosi, i ciuffi di erbe e i licheni che colonizzano là dove possono.
Prima di tornare indietro una sorpresa: dal nulla, cioè da oltre l’orlo spalancato sul nulla, due stambecchi nella magnificenza delle maestose corna ricurve balzano su lievi e cominciano a camminare sul sentiero. Resta la domanda del come facciano a non precipitare e dove trovino gli appigli.
Il resto è ritorno a casa. Una modesta panne alla macchina ci impedisce di proseguire a Nord ma tanto il nostro tempo è quasi scaduto: l’aereo ci aspetta.
Dublino ci accoglie per il ritorno. Ci restano un pugno di ricordi e di fotografie.
12 Gennaio 2007
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