La società in cui viviamo, in quanto italiani, europei e più in generale occidentali, è interamente basata sui consumi. Ormai questo è un’aspetto chiaro e lampante in ogni settore della società e nella quotidianità di ognuno di noi.Il mercato in sè non dipende da un bene specifico, ma dipende proprio dal suo consumo, non tanto inteso come la sua vendita, ma come la sua “breve” permanenza sul mercato. L’alternanza e l’innovazione dei prodotti è un fattore di perpetuazione del mercato sia che si tratti di una crema idrante per il corpo, sia si tratti di un libro scolastico, la cui edizione passa da “nuova” a “nuovissima” nel giro di anno.
La crisi politica e culturale che stiamo attraversando e l’assenza di un sistema di riferimento reale e alternativo al pensiero unico e dominante, fa sì che la nostra vita si articoli e si sviluppi attorno a una economia basata sul libero scambio, in cui anche pensieri, ideologie ed azioni diventano merci e beni di consumo per giornali, riviste e trasmissioni televisive, cioè per quella sovrastruttura che alimenta e rigenera la struttura economica, da cui dipende e di cui è figlia.Proviamo in breve ad analizzare e comprendere come per esempio un giornale, un quotidiano, il mezzo d’informazione più importante arrivi sul mercato e come questo venga indirizzato verso il consumatore. Per capire questo aspetto è importantissimo mettere in evidenza quale sia la maggior fonte di finanziamento per un giornale: la pubblicità. Ne consegue che il vero obiettivo, puramente economico, sarà quello di vendere quel prodotto ad una fetta di consumatori pronti a ricevere ed assorbire quei messaggi parzialmente nascosti tra un articolo sulla guerra e una sulla cronoca locale.Se osserviamo l’informazione da questo punto vista possiamo dedurne che le notizie stesse, il modo in cui vengono impaginate e arrivano al “lettore-consumatore” sono un veicolo per messaggi promozionali e studi di marketing. In quanto tale la notizia, la fonte dell’articolo, diventa anch’essa un bene che avrà una sua breve vita sulle pagine dei giornali e sotto i riflettori dell’informazione e come qualsiasi altro prodotto verrà consumata finchè non sarà sostituita da un’altra che, a seconda dell’impatto mediatico, avrà vita di durata proporzionale. Non possiamo poi non considerare che i mezzi d’informazione di massa sono uno strumento che il potere utilizza per portare avanti i propri interessi manipolando la realtà secondo i propri interessi. La globalizzazione neoliberista, le cui basi si fondano su enormi contraddizioni politiche e sociali, ha visto nascere e crescere dei movimenti di resistenza non solo nei paesi più poveri, dove il potere di controllo e di repressione operato dalle aziende transnazionali e dai governi occidentali attraverso i servizi segreti e gli eserciti, a volte paramilitari, si manifestava in tutta la sua violenza, ma anche nell’occidente, che invece viveva i frutti di quello sfruttamento e quindi in un relativo benessere.La fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio hanno visto svilupparsi un sempre più ampio dibattito sui temi di una mondializzazione diversa da quella neoliberista, di una mondializzaizone basata sulle necessità e soddisfacimento dei bisogni, una mondializzazione proveniente dal basso.In quel periodo si stava formando un movimento, sì eterogeneo e diversificato nei metodi e nelle forme, ma capace di innescare un dibattito tale che sicuramente una parte di quel movimento avrebbe trovato una compattezza tale da organizzarsi e creare i presupposti per una chiara alternativa al modo di produzione capitalista.Il G8 di Genova ha rappresentato l’apice dello sviluppo di quel movimento e le botte, i pestaggi, gli arresti e in generale la sospoensione dei diritti minimi dell’individuo, non sono stati che delle carezze in confronto al terremoto politico che quell’evento ha suscitato.Il movimento, ancora non maturato abbastanza per poter affrontere un tema come quello della violenza di piazza in modo positivo, si è diviso fortemente ed in modo irriversibile. Quel movimento faceva paura al potere poiltico ed economico poichè stava dandosi una propria identità e dei propri canali di comunicazione e d’informazione, completamente svincolati dalle logiche istutuzionali ed ormai convenzionali nella nostra società.Dopo il luglio del 2001 è incominciato il periodo in cui quel movimento è stato completamente riassorbito da i partiti riformisti e socialdemocratici e dai sindacati legati a questi. Il dibattitto, prima incentrato sulla violenza e il potere coercitivo degli stati occidentali, sia sul fronte interno che esterno, si è spostato all’interno del movimento ed è diventato uno scontro sull’esigenza o meno della violenza di piazza.In questo contesto anche i mas media hanno svolto il loro ruolo e indirizzato il dibattito su temi che sarebbero dovuti esser secondari rispetto alle finalità di quel movimento. Analizzando il loro comportamento si può notare come, prendendo a pretesto i fatti di Napoli accaduti in occasione del Global Forum del marzo 2001, abbiano puntato fin dall’inizio a gettare benzina sul fuoco con l’obiettivo di scatenare a Genova un’ondata repressiva che si giustificava per quelle che erano le premesse. I mas media hanno puntato ad alzare la tensione parlando della militarizzazione cui sarebbe stata costretta la città per fronteggiare un esercito di invasori pronti a metterla a ferro e fuoco.Nei giorni successi a Genova ai media non rimaneva che percorrore la strada imboccata: è questo il momento in cui i partiti della sinistra istuzionale hanno avviato la loro opera di condonna della violenzia di piazza riassorbendo una grossa fetta del movimento.Non è un caso che i Disobbedienti in quel momento sembrassero la parte più attiva e vitale del movimento contro la globalizzazione. La loro organizzazione era basata essenzialmente sulla mediatizzazione del conflitto e per questo erano soliti dar più peso alla spettacolarizzazione delle loro azioni che i contenuti legati ad esse.Con Genova stava nascendo anche una nova forma di comunicare e di informare di cui oggi è rimasto ben poco e ciò è dimostrato dal fatto che nessuna delle componenti del movimento sia riuscita a divulgare in modo efficace una controinchiesta riguardo a ciò che era accaduto a Genova.La comunicazione e l’informazione sono tornate totalmante nelle mani dei mas media che hanno agito sulla globalizzazione proprio come agiscono su qualsiasi altro elemento di mercato: il dibattito sulla globalizzazione è stato a mano a mano consumato ed esaurito e con esso anche la realtà politica che più di ogni altra aveva basato la propria lotta sulla mediatizzazone.La globalizzazione è un processo ancora in atto e, oggi più di ieri, dovrebbe essere in atto una discussione e probabilmente uno scontro su questo tema.La globalizzazione è un processo che parla di se stesso e agisce mediaticamente su se stesso come su di un qualsisi altra merce.La mancanza di canali di massa che agiscano facendo controinformazione è un deficit che qualsisi movimento futuro, svincolato dal potere, o che comunque il potere non riesca in qualche modo a tener sotto controllo, pagherà rischiando di vedersi anch’esso consumato sulle pagine dei giornali e non in un vero conflitto sociale e politico.Negli ultimi anni ogni lotta politica che ha portato avanti un logica di autorganizzazione è stata riassorbita in nome del dialogo e della concertazione. La costruzione della tratta Firenze-Bologna del Treno Alta Velocità nè è un esempio lampante, soprattutto alla luce di ciò che è accaduto in Valsusa per quanto riguarda l’inizio dei lavori della Torino-Lione. Nel Mugello la lotta contro il passaggio della TAV era iniziato con i migliori auspici, ma le istituzioni hanno agito come freno alle spinte provenienti dal basso e con il tempo hanno spostato il dibattito che si era sviluppato attorno al lavoro a ciclo continuo nei cantieri CAVET, ai finanziamenti per la costruzione della tratta, ai danni ambientali che questa avrebbe prodotto, su temi propri delle istuzione grazie alle quali il dialogo, la mediazione e la concertazione non erano più i veicoli e i mezzi della discussione e del dibattito sui contenuti, ma l’obiettivo finale. In una logica come questa poco importava quali sarebbe stati effettivamente i risultati della discussione, ciò che era importante era che quella discusione avesse luogo. I giornali non hanno più parlato della lotta portata avanti dai Comitati popolari contro la TAV, ma della necessità di riproporre la logica concertativa portata avanti dalle amministrazioni locali, ogni qual volta si fosse acceso uno scontro aspro prodotto da due posizioni contrappposte.I fatti della Valsusa dimostrano che questa è una logica di cui il centro-sinistra si fa portatore e carico: secondo il nuovo governo il reale problema della Valle piemontese non sono le innumervoli motivazioni di contrarietà messe sul tavolo dai No-TAV, ma il modo in cui il governo precedente si è posto, cioè cercando di aprire dei cantieri senza prima aprire un dialogo con le comunità locali. Prodi, addirittura prima di essere eletto Presidente del Consiglio, fu piuttosto chiaro affermando che i Comitati della Valsusa avrebbero dovuto mettersi il cuore in pace poichè quella tratta era strategicamente fondamentale per collegare l’Europa all’Italia, ed era essenziale realizzarla.In Valsusa il cantire ad oggi è stato chiuso. Questo non è che il primo passaggio per riportare ancora sui giornali parole come “responsabilità politica”, “mediazione”, “concertazione” e via discorrendo.Probabilmente nell’autunno di quest’anno, per la prima volta, i precari scenderanno in piazza in massa per reclamare diritti e dignità. Vedremo come si comportarà il sindacato e che funzione avrà, cioè se di reale tutela dei lavoratori o di appoggio incondizionato al governo con lo scopo di limitare quel conflitto ad un tavolo di trattative. Potrebbe però essere interesse capire quale argomento, tre la lotta dei precari e l’uso della concertazione, sarà consumato per primo: la mediazione non è altro che un teorema inventato ad hoc dal potere per frenare le spinte provenienti dal basso, un teorema basato sulla menzogna che ogni argomento e conflitto socio-politico possa esser trattato da professionisti del dialogo. La questione precariato invece è una condizione di vita a cui una fetta sempre più ampia di lavoratori sono costretti e che assolutamente preclude ogni progetto futuro di organizzare e indirizzare la propria vita.Se per l’industria mas mediatica può esser più o meno semplice consumare argomenti come la globalizzazione, o le guerre del Medioriente parzialmete lontani dali nostri occhi, vedremo se riuscirà a compiere questo passaggio anche per argomenti che riguardano dirittamente la vita materiale e quotidiana di chi si organizzerà per combattere la legge 30 e la precarietà.
Vedremo se stavolta la logica del consumo della notizia colpirà chi lotta per riaffermare la propria dignità o il potere che fino ad oggi è riuscito a coprirsi e ripararsi dietro a questi meccanismi.
Davide Pinelli - DEApress
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