Il fatto di cronaca è ormai noto: nel cantiere del Parco Eolico del Giogo di Villore un gruppo di una cinquantina di persone armate ed incappucciate ha aggredito nei giorni scorsi i lavoratori danneggiando nel contempo, per diverse centinaia di migliaia di euro, macchinari ed attrezzature dell’azienda che vi opera. Questo comporterà un gravoso ritardo nell'avanzamento dei lavori e farà sì che il cantiere si chiuderà più tardi del previsto allontanando ancora il momento in cui la collettività potrà godere dei vantaggi della produzione sostenibile di energia elettrica.
Al di là della grandiosa idea (sic!) di prendersela con chi passa le proprie giornate a spezzarsi la schiena per mettere insieme il salario, è molto interessante ricostruire il milieu in cui certe idee e certe azioni prendono corpo.
Addentrandosi nel contesto per così dire sociologico, se ne trovano di belle: da chi inveisce contro le scie chimiche o il 5G a chi crede che la vita sia stata impiantata sulla Terra dagli extraterrestri (invito a googolare elohim o Raël!), da chi ti spiega forbitamente che la crisi climatica non esiste a chi si scaglia, bava alla bocca, contro i vaccini (ricordiamoci i recenti anni Covid) e a chi dà addosso alla medicina, come ho ascoltato con le mie orecchie, sostenendo che le malattie ci sono sempre state e non bisogna curarsi perché esse altro non sono che, udite, udite!, una normalissima selezione naturale…
Insomma, è in questo pantano di idee reazionarie e retrograde, nutrite da un pensiero magico che ribolle come un calderone in cui tutto sta, che prosperano senza filtri scientifici e neppure un briciolo di buona e corretta informazione sulle cose del mondo gli stimoli a compiere azioni che sembrano l’equivalente aggiornato ad oggi dello scagliarsi contro la nascita della rete ferroviaria oppure, che so, contro l’elettrificazione delle città o l’illuminazione pubblica: una forma di controrivoluzione, una fatica di Sisifo anti-storica.
Perché poi c’è da aggiungere che se una domenica te ne vai tranquillo con un gruppo di amici a fare una passeggiata proprio su quei sentieri, ti può capitare la ventura di vederti venire incontro qualche nerboruto/a con piuttosto aggressivi cani al seguito (mai metterci del proprio, sempre avere qualcuno dietro cui nascondersi) che ti apostrofa malamente, anche questo è accaduto, «ma voi siete in gita per conto vostro o siete quelli del cantiere?».
E anche se fossimo “quelli”?... Cosa ci tocca?

Un altro aspetto chiave che accomuna questi pezzi di società è l’essere tout-court “anti-sistema”: se ad esempio è sacrosanto scagliarsi contro il liberticida e anti-costituzionale decreto sicurezza (che pertanto rischia pure lo stop della Consulta) oppure contro l’aumento criminale delle spese militari, si sbaglia completamente obiettivo prendendosela con un’azienda 100% pubblica, come quella che sta realizzando il Parco Eolico a Villore, che fa business realizzando il green-deal con gli strumenti adeguati, quelli industriali e del lavoro. Peraltro, come sottolineerei di nuovo, con capitali interamente pub-bli-ci.
Altro che multinazionali globali, come sono invece quelle petrolifere…

Citando Timothy Morton, filosofo che insegna alla Rice University di Houston e autore di vari saggi tra cui Iperoggetti, edito in Italia nel 2018 da Produzioni Nero e dal quale citiamo, egli spiega come certi fenomeni, che chiama appunto iperoggetti, siano difficili da cogliere nella loro interezza soprattutto perché questi non sono locali ma sono distribuiti nello spazio e nel tempo, oltre l’arco di una singola vita umana. Ne viene fuori come sia facile perdere di vista l’ampiezza dei confini che certe questioni hanno e che sia quindi altrettanto facile sbagliare l’obiettivo contro cui scagliarsi. Per fare un esempio, egli dice che del riscaldamento globale è praticamente impossibile avere una visione d’insieme e che quindi è inutile, se non dannoso, affrontarlo con argomenti e visioni passatiste.

Insomma, è a questo mondo che troppo spesso tocca guardare per capire che tipo di substrato sociale coltiva certe posizioni. Ovviamente non è solo di questo oscuratismo fai-da-te che si nutrono certe frange ma molto è dovuto a un pensiero che si fa rifiuto di tutto, paura del cambiamento, incapacità di affrontare razionalmente le questioni epocali che ci stanno davanti.
Perché un altro dei cavalli di battaglia che spesso si ascoltano da queste voci è davvero sfidante (sic!): la transizione ecologica va fatta dal basso, dai territori, dalle comunità locali.
Che non sarebbe sbagliato in assoluto: le Comunità Energetiche Rinnovabili, le cosiddette CER, sono certamente uno strumento adeguato di auto-produzione energetica a livello locale, anche per promuovere la partecipazione e la consapevolezza delle sfide che ci attendono, ma come ogni iniziativa che coinvolge un cambiamento di stile di vita individuale ha dei tempi troppo lunghi e una produttività iniziale decisamente inadeguata.
La crisi climatica avanza e avanza veloce, le condizioni del pianeta non permettono di aspettare ancora buona volontà e velleitarismo.
La transizione energetica va fatta e anche velocemente, come la stanno facendo tanti altri Paesi in giro per il mondo (non soltanto la virtuosissima Cina ma anche in Europa: Regno Unito, paesi del Nord, Germania, Spagna, Portogallo) mentre qui da noi siamo ancora al palo, tra politici insipienti quando non apertamente negazionisti e incapaci di dare linee guida chiare e coraggiose e una parte dell’opinione pubblica, magari limitata ma ben pericolosa, come abbiamo visto e raccontato, che quando va bene non ha ancora capito la portata del problema e, nell’altro caso, è invece chiaramente reazionaria e antimoderna. Al tramonto, verrebbe da temere.

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crediti fotografici: Antonio Desideri
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