i resti di Galileo a Firenze

Lunedì 14 Giugno 2010 12:53 Catola & c.
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Così abbiamo ritrovato i resti perduti di Galileo

La passione per le antichità, un lotto anonimo acquistato a un’asta, una serie di fortunate coincidenze. Ecco come il noto collezionista fiorentino Alberto Bruschi e la figlia Candida hanno risolto un enigma vecchio di cent’anni

Firenze – In occasione della riapertura, il Museo Galileo espone in anteprima i resti del grande scienziato (due dita e un dente) scomparsi da oltre un secolo e di recente ritrovati. Sulla base di un’ampia documentazione storica la loro autenticità è stata accertata dalla soprintendente al Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini e dal direttore del Museo Paolo Galluzzi.

L’autore dell’importante ritrovamento è il collezionista fiorentino Alberto Bruschi, ben conosciuto nel mondo dell’antiquariato fiorentino, esperto di araldica, medievalista, numismatico, da sempre collaboratore delle soprintendenze.

 “È accaduto per caso”, racconta, “ma il merito va tutto a mia figlia Candida Bruschi e alla sua passione per il collezionismo. Senza di lei, mai avrei acquistato questo oggetto”.

L’oggetto è un portareliquie dell’Ottocento messo all’incanto lo scorso 6 ottobre a Firenze dalla nota Casa d’aste Pandolfini. Lotto n. 190, anonimo fors’anche per l’ignoto ex proprietario. Il catalogo segnalava l’altezza (cm 74) specificando “legno intagliato e tornito, parte superiore a giorno con cilindro in vetro all’interno del quale si trova una reliquia”. Si aggiungeva che nel lotto c’erano varie altre reliquie, una ventina in più teche. Base d’asta: 650-800 euro.

 “Ho partecipato su espressa richiesta di mia figlia”, ricorda Bruschi, “È molto religiosa, colleziona reliquiari e mi aveva chiesto di comprare per suo conto proprio quel lotto. Me lo sono aggiudicato dopo una serie di rialzi fino a diverse migliaia di euro. Poi l’ho portato a casa in taxi in una busta fornita dalla Pandolfini”.

“Candida”, aggiunge, “notò subito il piccolo busto in legno sulla sommità della teca. Sembra Galileo, disse. Quella prima, distratta intuizione diventò sospetto vari giorni dopo. La tesi di laurea in lettere e filosofia che in quel periodo Candida stava preparando riguardava infatti anche il sepolcro di Galileo nella Basilica di Santa Croce. Le capitò così di leggere il saggio del professor Galluzzi sulla riesumazione delle spoglie dello scienziato. Quel saggio ci aprì gli occhi. Telefonai alla dottoressa Acidini, che chiamò Galluzzi. Il loro intervento ha risolto felicemente l’enigma”.

Le due dita sono il pollice e l’indice della mano destra. Il dente è stato adesso identificato dal chirurgo dentista Cesare Paoleschi. “È un premolare, probabilmente il secondo di sinistra dell’arcata superiore. Benché molto consunto, ci dà varie notizie sulla salute di Galileo. Le erosioni sono forse dovute a riflusso gastrico. Ed è evidente anche una perdita dell’attacco osseo (parodontite), per cui il dente doveva fargli piuttosto male. Le ampie superfici usurate denunciano invece una tendenza al bruxismo: cioè, durante il sonno Galileo digrignava i denti”.

Il ritrovamento di questi resti, ricorda il professor Galluzzi, conclude una vicenda iniziata la sera del 12 marzo del 1737, poco dopo il tramonto, quando fu finalmente possibile trasferire le spoglie di Galileo e del suo affezionato discepolo, Vincenzo Viviani, dal deposito clandestino in cui erano state originariamente sistemate al sepolcro monumentale di Santa Croce, dirimpetto a quello di Michelangelo, dove sono ancora oggi conservate.

Dalla morte di Galileo (8 gennaio 1642) erano trascorsi 95 anni, durante i quali i continui sforzi dei discepoli e dei granduchi di Toscana di dare onorata sepoltura al grande maestro erano risultati vani per l’opposizione delle autorità ecclesiastiche, risolute nel contrastare la celebrazione in luogo consacrato di un uomo condannato dal Santo Offizio “per una opinione tanto falsa e tanto erronea” che aveva prodotto “scandalo tanto universale al Cristianesimo”.

L’erezione del sepolcro e la traslazione dei resti rappresentavano una manifestazione eloquente della ferma volontà dell’ultimo dei Medici, il granduca Gian Gastone, di rivendicare l’autonomia dello Stato nei confronti delle ingerenze ecclesiastiche. Dare onorata sepoltura a Galileo significò infatti, allora, affermare in maniera perentoria le prerogative e l’autonomia del governo civile e celebrare lo scienziato come simbolo e martire della libertà di pensiero.

 Alla solenne cerimonia partecipò una folta delegazione di uomini di cultura (molti dei quali appartenenti alle logge massoniche che avevano proprio in quegli anni cominciato a diffondersi a Firenze) e di rappresentanti delle più illustri famiglie nobiliari. Balzava agli occhi l’assenza di rappresentanti ufficiali della Chiesa.

Per garantire la fedele trasmissione ai posteri di quell’evento memorabile, un notaio – egli stesso membro autorevole dei circoli massonici – fu incaricato di redigere un verbale puntuale. Grazie a questo documento e alle registrazioni di altri testimoni diretti, conosciamo i nomi di gran parte dei presenti e ogni dettaglio della sequenza di eventi che caratterizzò la cerimonia.

Tra i molti avvenimenti singolari riferiti da quelle testimonianze, l’episodio che genera la sorpresa maggiore nel lettore contemporaneo riguarda il comportamento di alcuni dei presenti al momento dell’ostensione dei resti di Galileo dopo la rimozione del coperchio della bara.

Giovanni Targioni Tozzetti, grande storico delle scienze e competente naturalista, estrasse infatti dalla tasca un coltellino, col quale fu dato avvio all’asportazione di una serie di frammenti organici dal cadavere di Galileo. Al macabro rito parteciparono anche il raffinato studioso di antichità Anton Francesco Gori, il marchese Vincenzio Capponi, Provveditore dell’Accademia Fiorentina, e Antonio Cocchi, il celebre medico e letterato protagonista dell’introduzione della Massoneria in Toscana.

 Grazie alla preziosa registrazione del notaio, sappiamo che dai malridotti resti di Galileo vennero asportate tre dita della mano destra (pollice, indice e medio), una vertebra (la quinta) e un dente. Targioni Tozzetti confesserà di aver resistito a fatica alla tentazione di appropriarsi del cranio che aveva ospitato un cervello di così straordinaria genialità!

Una parte di queste ‘reliquie’ del grande eroe della scienza sono state da allora conservate fino ai nostri giorni e precocemente museificate a Firenze (un dito) e a Padova (la vertebra). Delle altre due dita e del dente, acquisiti dal marchese Capponi, erano conosciute le vicissitudini, caratterizzate da continui passaggi di mano, fino al 1905, quando se ne perse ogni traccia.

Si temeva che questi singolari reperti fossero andati perduti, non ignorando peraltro che è stato a lungo costume, anche del mondo antiquario, portare all’ossario il contenuto dei reliquiari per riusare liberamente il contenitore.

 L’inaugurazione del Museo Galileo, che custodisce gli unici strumenti originali dello scienziato pisano pervenutici (compresi i due famosi cannocchiali), rappresenta il suggello simbolico delle celebrazioni dell’Anno Internazionale dell’Astronomia (2009) decretato dall’UNESCO per ricordare le prime, rivoluzionarie scoperte celesti di Galileo.

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Museo Galileo, Piazza dei Giudici 1, 50122 Firenze, Tel. 055.265311, info@museogalileo.it, www.museogalileo.it

Ufficio stampa: Catola & Partners, Via degli Artisti 15B, 50132 Firenze, Tel. 055.5522867, riccardo@catola.com

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Giugno 2010 14:00 )