Programma La Pergola - Febbraio

Venerdì 22 Gennaio 2010 18:11 Silvana Grippi
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dal 2 al 7 febbraio2010

Teatro Stabile della Sardegna/Diablogues

PENSACI, GIACOMINO!

di Luigi Pirandello

personaggi interpreti

Agostino Toti, professore di Storia Naturale Enzo Vetrano

Lillina, sua moglie Eleonora Giua

Giacomino Delisi Giuliano Brunazzi

Cinquemani, bidello Giovanni Moschella

Marianna, sua moglie Margherita Smedile

Rosaria Delisi, sorella di Giacomino Ester Cucinotti

Il Cavalier Diana, direttore del Ginnasio Antonio Lo Presti

Padre Landolina Stefano Randisi

Rosa, serva in casa Toti Francesco Pennacchia

 

luci Maurizio Viani
scenografia Marc’Antonio Brandolini
costumi Luciana Fornasari
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

 

Agostino Toti, vecchio professore di liceo anticonformista ante litteram dichiara la sua intenzione di 'vendicarsi' contro il governo che lo ha costretto a una vita solitaria a causa di uno stipendio da fame, sposando una ragazzina giovanissima che beneficerà a vita della pensione che lo Stato sarà costretto a versarle in quanto sua vedova. Il caso di Lillina, figlia del bidello della sua scuola, messa incinta da Giacomino Delisi, un suo ex alunno, e adesso cacciata di casa dai genitori gli offre la possibilità di realizzare il suo piano.

Per qualche anno il professore permette alla giovane moglie e al suo amante di incontrarsi nella sua casa, fa da nonno al bimbo nato dalla loro relazione, e trova anche un posto in banca a Giacomino, beandosi della felicità conquistata con questa inattesa famiglia e ostentando indifferenza per le reazioni scandalizzate della gente di fronte a un inequivocabile, inaccettabile menage à trois. Ad un certo punto però, Giacomino comincia a disertare la casa del professore e la giovane madre è annientata dal dolore. Agostino Toti ne cerca il motivo, e scopre che la sorella di lui, con la complicità di un prete viscido e indegno, lo ha fatto fidanzare a una “giovine orfana e perbene” al fine di liberarlo da questa condizione immorale.

Con la determinazione di un paladino della giustizia e della vera moralità si precipita da Giacomino e riesce a riportarlo a casa sua dopo averlo minacciato, implorato e infine commosso con il richiamo alla paternità e all’amore di Lillina.

Commedia morale dunque, umoristica ma anche grottesca, con un personaggio che sembra voler affrontare l’ipocrisia del mondo senza la maschera di un ruolo sociale, quello di marito, perché di questo ruolo si libera subito, dichiarando di non volerlo essere. Ma a guardar bene…

“Tu sarai la mia figliola, la mia figliola bella”: con queste parole si chiude il primo atto, e per tutto il secondo e il terzo da padre si comporta con lei, e anche con l’amante di lei, Giacomino. Ma questa famiglia aperta, trasgressiva, sui generis, vissuta come un’offesa da tutta la comunità civile, acquista nella mente del Professore una valenza etica che va protetta e difesa con tutte le forze e così, fatalmente, come in un gioco di scatole cinesi, la 'non famiglia' viene intrappolata nella stessa idea claustrofobica di famiglia, e i suoi componenti soggiogati a meccanismi di compressione e prepotenza.

Tratta dall'omonimo racconto apparso sul «Corriere della sera», la commedia Pensaci, Giacomino! (descritta dall'autore come “un lavoro audacissimo!” in una lettera al figlio Giovanni) viene scritta in dialetto siciliano per l'attore Angelo Musco nel 1916 e tradotta in italiano nell'anno seguente.

“Attraverso questo testo apparentemente comico e irriverente – scrivono i registi Enzo Vetrano e Stefano Randisi - la nostra attenzione si può focalizzare allora sulla famiglia e sugli squilibri che possono esplodere al suo interno, scaraventandoci in un’attualità drammatica e agghiacciante, che ci coinvolge tutti e ci fa riflettere sugli aspetti diametralmente opposti della violenza e del rispetto.”

 

9/14 febbraio

T.T.R. – il Teatro di Tato Russo – COOP. a.r.l.

 

Tato Russo

IL PAESE DEGLI IDIOTI 

di Tato Russo da Fëdor Dostoevskij

 

personaggi interpreti

 

Foma Fomic Tato Russo

Egor Ilic, il padrone di casa Marcello Romolo

Serjòza, il suo giovane nipote Mario Di Fonzo

Gravìla, vecchio servo Massimo Sorrentino

Anfisa Petròvna, cugina di Egor Ilic Carmen Pommella

Tatiana Ivanòvna, ereditiera Marina Lorenzi

Mammina, la vecchia madre Letizia Netti

Sasa, la figlia di Egor Ilic Elisabetta Ventura

Natascia, la governante di Tatiana Irene Grasso

Jezevìkin, padre di Natascia Francesco Ruotolo

Il Signor Mizìncikov, ospite Renato De Rienzo

Il Signor Obnòskin, ospite Giulio Fotia

Falalèy, servitorello Luigi Cesarano

 

scene e costumi Lorenzo Ghiglia

musiche Stefano Marcucci

disegno luci Salvatore Palladino

regia Alvaro Piccardi

 

È del 1859 il romanzo 'umoristico' Il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti in cui l'autore Fedor Dostoevskij metteva alla berlina quel mondo costellato di intellettuali inconcludenti, prepotenti, ipocriti, parassiti della società aristocratico-borghese che popolavano la provincia russa. Gli stessi parassiti che in Il paese degli idioti Tato Russo, autore del testo e protagonista dello spettacolo, identifica in "una piccola oligarchia che modella i nostri comportamenti sia quando ce li indica sia quando ci impone di contraddirli."

Nella sua libera 'reinvenzione' teatrale Tato Russo ha concentrato la tensione drammaturgica sull’analisi grottesca di un mondo compresso e inibito, succube di un mediocre intellettuale saccente e arrogante, che però, come ispirato da Dio, sa usare toni da demiurgo dell’anima, in grado di dominare l’ignoranza e l’idiozia di un piccolo mondo di provincia. Il dispotico Foma Fomic, questo il nome del personaggio interpretato dallo stesso Tato Russo, tiene sotto scacco gli abitanti del paese (Il paese degli idioti, appunto) con la sua severità e la sua arroganza non per affermare dei valori, ma solo per affermare se stesso, castrando ogni possibilità di dissenso e creando piuttosto un'atmosfera di falso moralismo pesante e cupa. Quasi una parabola sul potere e sulle sue tecniche di comunicazione in cui l’arte di influenzare e affascinare gli sciocchi e gli sprovveduti è necessaria per potere perpetuare il proprio dominio.

"Foma Fomic, ovvero la dittatura delle coscienze – continua Tato Russo - del pre-giudizio, dal quale un uomo veramente libero non sa sottrarsi, sia esso di sinistra, di destra o di centro. C'è sempre qualcuno che intende formarci a modo suo, qualcuno al quale non riusciamo a dir di no, per mancanza di coscienza, non collettiva che quella è ancor più facile da indirizzare, ma individuale, che è poi la vera unica rivoluzione possibile. Tutte queste possibilità di raccontare la nostra contemporaneissima storia avevo individuato in quel piccolo capolavoro di racconto di un mago della narrativa come Dostoevskij."

Per la messa in scena dell'opera, Tato Russo e il regista Alvaro Piccardi hanno pensato di ambientarlo in un paesino del Sud Italia mantenendo però i nomi dei personaggi nell'originale russo e lasciando all'ambiente contadino il carattere e la parlata di tanti meridionali. Ne è venuto fuori un divertente pastiche collocato nella struttura tradizionale della commedia in tre atti.

"Mi sembra un intuizione forte – commenta Alvaro Piccardi - sia perché corrisponde alle esigenze narrative del racconto, sia perché permette di dare al racconto stesso, ritmi e risvolti di precisa teatralità, ricca di risonanze e di echi stilistici. Viene esaltato così il piccolo mondo di provincia gretto e meschino, preoccupato di far vivere interessi, invidia, pettegolezzi e gelosie. È il mondo profondo della provincia russa, luogo dell'immobilità, di statuti fissati inamovibili e del conflitto tra questi statuti e la pulsione forte dei sentimenti. L'amore appare infatti confinato a trattativa, e come in tutte le commedie di intreccio che si rispettino destinato a creare equivoci, battaglie, lacrime, svelamenti e qualche volta, come in questo caso, un lieto fine imprevisto. Su questo mondo si delinea la figura inquietante del protagonista. È il carattere di un Tartufo moderno, un ipocrita che dietro alla retorica di discorsi moralistici nasconde in realtà la sua voglia di sopraffazione delle persone che lo circondano. E in più, dentro al suo animo, prende corpo la scoperta della capacità di poter esercitare un potere sugl'altri e meglio ancora di verificare i meccanismi con cui esercitare concretamente questo potere, attraverso l'effetto intimidatorio della cultura."

Uno spettacolo di una potente e sconcertante attualità, divertente e inquietante, dalla comicità stralunata e grottesca, ma anche un’occasione per far conoscere un piccolo capolavoro poco noto di Dostoevskij, ripensato attraverso la grande tradizione umoristica del teatro napoletano e la grande stagione del teatro russo.

 

16/21 febbraio

Mythos Group Area Teatro Musica

 

Ornella Muti

L'EBREO

di Giovanni Clementi

 

con Pino Quartullo

regia Enrico Maria Lamanna

testo vincitore del premio Siae.Agis.Eti

 

 

Apologia della meschinità umana, L'ebreo è la storia di una coppia travolta da un evento tanto temuto quanto atteso. Quando negli anni '40, in seguito alle leggi sulla discriminazione razziale, molti ebrei in fuga dalle città o dall'Italia abbandonavano le loro case e i loro beni, per metterle al riparo dai possibili espropri intestavano le proprietà a dei prestanome di razza ariana, con l'accordo di rientrarne in possesso. Questo è quanto accade ai coniugi Consalvi, diventati i proprietari di un bell'appartamento nel centro di Roma, ma il ritorno del proprietario ebreo dopo 13 sconvolge la loro vita agiata... Punto di vista estremamente particolare nell'affrontare la tragedia dell'olocausto, quello scelto dall'autore Giovanni Clementi, che per questo testo è stato insignito del premio  Siae.Agis.Eti e che ha da subito affascinato il regista Enrico Maria Lamanna: “mi ha colpito la tematica: a me piace molto il tipo di storia ambientata in una Roma che non c'è più, la Roma del dopoguerra. Il testo è scritto in maniera deliziosa e geniale, in un romano degli anni '50 usato anche in modo spregiativo, soprattutto da Immacolata, la protagonista, una donna semplice che viveva a Tor di Valle e che si trova improvvisamente erede di alcuni palazzi a Roma e che quindi da 'burina arricchita' continua a parlare in romano ma usandolo in maniera molto violenta soprattutto verso coloro che erano come lei e non le pagano la pigione e verso l'ebreo del titolo. La storia nasce dal fatto che molti palazzi della Roma antica appartengono a persone che tu non immagineresti perché, come mi spiegò Giovanni Clementi, molte famiglie ebree borghesi durante la guerra lasciarono i propri palazzi alla servitù con l'impegno di riaverli indietro se fossero tornati dai campi di concentramento. I problemi nascevano quando al ritorno dell'ebreo la nuova proprietaria non voleva ridare indietro le proprietà, questo tema mi è piaciuto molto da subito.”

Un racconto del 'dopo' quindi, più che delle cause, quello di Clementi che evidenzia anche la reazione al dopoguerra della cattolicissima Italia alle soglie del boom economico (siamo nel '56).

“Questa è una cosa molto interessante – commenta Enrico Maria Lamanna - è una tematica che è stata affrontata pochissimo: cosa è successo in Italia dopo la guerra?, il dopo olocausto come è stato vissuto?, è difficile immaginare come si era incattivito il popolo. A questo proposito c'è una battuta chiave della protagonista che può far ridere ma è agghiacciante: “ma di tanti che ne hanno infornati proprio lui?” è atroce, ma fa capire la miseria e la disperazione del dopoguerra, che non si guardava in faccia più nessuno, sembra assurdo in un paese come l'Italia e invece era proprio così, 'mors tua vita mea'.”

A dare corpo e voce a Immacolata, la moglie del ragionier Consalvi, Lamanna ha scelto una delle attrici più amate del nostro cinema, Ornella Muti, qui al suo debutto teatrale. “Ornella è una donna molto ironica nella vita – continua Lamanna – e si diverte anche a prendersi in giro. Mi è piaciuta  anche perchè appena cui ha letto la parte di Immacolata ha preso istintivamente la cadenza romana, ha trovato i tempi comici, ha subito colto il dramma di Immacolata con la leggerezza dell'ironia. Non ne ha fatto un personaggio cupo, anzi alla fine il pubblico parteggia per Immacolata perchè Ornella è così dinamica, forte, carismatica, da rimanere affascinati, e consideriamo anche che è il suo debutto teatrale!”.

 

23/28 febbraio 2010
Teatro Stabile di Calabria
GEPPY GLEIJESES
DITEGLI SEMPRE DI SI
di Eduardo De Filippo
con Gennaro Cannavacciuolo, Lorenzo Gleijeses
con la partecipazione di Gigi De Luca
con Felicia Del Prete, Gino De Luca, Antonio Ferrante, Gina Perna, Laura Amalfi,
Ferruccio Ferrante, Stefano Ariota
scene Paolo Calafiore
costumi Gabriella Campagna
light designer Luigi Ascione
musiche a cura di Matteo D'Amico
regia Geppy Gleijeses

Geppy Gleijeses, uno dei primi attori italiani, allievo prediletto di Eduardo, interpreta e dirige Ditegli sempre di sì, accanto a lui il  figlio Lorenzo (Luigi Strada) vincitore del premio UBU nel  2006 quale “migliore nuovo attore”. Nel ruolo che fu di Titina, un attore duttile e meraviglioso come Gennaro Cannavacciuolo, già protagonista con Geppy Gleijeses in Le Cinque rose di Jennifer diAnnibale Ruccello e in Ragazze sole con qualche esperienza di Enzo Moscato. Insieme a loro un grande cast di quindici elementi. Lo spettacolo ha debuttato al Festival di Napoli nel giugno 2008 e alla sua seconda stagione di repliche continua a collezionare successi sulle piazze italiane. Ditegli sempre di si è uno dei più importanti titoli della drammaturgia edoardiana. Scritto nel 1927, in due atti, è un esempio esilarante, amaro e grottesco di dove potesse arrivare il genio di Eduardo. Scritta per Vincenzo Scarpetta e riecheggiante in qualche modo la grande pochade scarpettiana, è la storia di un pazzo, non un pazzo finto come in Uomo e galantuomo ma un pazzo vero: “un pazzo che è fissato sulle parole, dice che la gente non parla con le parole appropriate, crea degli equivoci e fa dei pasticci…”. Si sentono echi ricorrenti de Il medico dei pazzi o de Le 99 disgrazie di Pulcinella ma anche, su un versante nobile per un Eduardo che nel ’23 era stato folgorato sulla via di Damasco, dai Sei personaggi in cerca d’autore, di Enrico IV, o de Il berretto a sonagli.

Il protagonista Michele Murri esce dal manicomio e sembra perfettamente a posto; cortese, attento, affabile. Solo prende tutto troppo sul serio; se la sorella zitella dice che le piacerebbe sposare il vicino di casa, subito corre a raccontare in giro di questo matrimonio; se un amico di famiglia giura che farà pace col fratello solo da morto, ecco che si affretta a mandare un telegramma con la dolorosa notizia. Così, l’amico prima manda una corona, poi si presenta in casa. Panico, sconcerto, poi risate e riconciliazione tra i due fratelli. Ma non sempre va altrettanto bene. Un altro vicino dà del pazzo a Luigino,un giovanotto che corteggia la figlia. Michele sente e subito, si precipita a cercare di tagliare la testa al povero innamorato: chè la testa – ne è arciconvinto – è il luogo dove s’annida la pazzia. Troppa coerenza, troppa allucinata coerenza riportano inevitabilmente il povero matto in manicomio. Pazzia, si è detto, ma a fin di bene, niente di furioso; una pazzia candida e pietosa che si impenna quando, con una non velata allusione al clima di quel periodo, cinque anni dopo la marcia su Roma, al “diverso”, all’”emarginato” che sono un pericolo destabilizzante per la Società, bisogna tagliare la testa.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 29 Gennaio 2010 09:29 )