fonte: controlacrisi.org
Verso la fine di un ciclo di destra, verso una nuova destabilizzazione del quadro politico
di Luigi Vinci
Verso la fine di un ciclo di destra, verso una nuova destabilizzazione del quadro politico
Le elezioni amministrative del 15-16 maggio e i ballottaggi del 29-30 indicano, nella forma di un crollo elettorale improvviso, la crisi inoltrata della destra in sede di credibilità sociale e uno spostamento importante degli orientamenti politici e culturali verso sinistra della maggioranza della popolazione. Si manifesta prepotente una domanda di democrazia e di partecipazione. Analogo significato assume il superamento largo del quorum nei referendum del 12-13 giugno, unitamente alla vittoria del sì in tutti e quattro.
Il recupero in credibilità e voti dello schieramento che unisce centro-sinistra e sinistra non solo conferma le maggioranze di cui esso disponeva (per esempio a Torino e a Bologna) ma anche dove, già in minoranza, esso riesca a porsi come alternativa agli orientamenti antisociali, antidemocratici, razzisti, omofobi della destra e al machismo malato del suo leader. Ciò avviene, inoltre, grazie a candidature con forte connotato di sinistra.
Il PD esce dalle elezioni amministrative come il vincente politico principale, tuttavia le vittorie di Milano, Napoli, Cagliari si debbono a un profilo dei candidati sindaci radicalmente diverso da quello che il PD è nella testa di larga parte dei suoi stessi votanti. A Milano il candidato del PD è stato superato da un candidato di sinistra legato a SEL, questo è accaduto anche a Cagliari, a Napoli, città già amministrata dal centro-sinistra, il candidato del PD è stato superato da un candidato di sinistra legato a IdV, e si può aggiungere che se così non fosse avvenuto in questa città avrebbe quasi certamente vinto la destra. SEL si situa, guardando ai voti del lato dei rinnovi dei consigli provinciali, oltre il 5%, dato ragguardevole benché inferiore ad attese e a sondaggi, e la FdS appare in ripresa, con un ragguardevole 4%. IdV invece arretra, forse per via della pressione di Cinque Stelle, e il PD appare sostanzialmente fermo.
Il panorama politico a sinistra appare modificato e, soprattutto, suscettibile di ulteriore evoluzione. Il rapporto tra PD e alleati (SEL, IdV) o semialleati (FdS) alla sua sinistra si è dunque parzialmente modificato a favore di questi ultimi. Gli equilibri interni al PD si sono fatti più fragili e mobili, in particolare quelli tra il moderatismo e il liberismo o semiliberismo centrali e gli orientamenti, spesso più a sinistra, della sua periferia, per non dire del suo elettorato.
Il panorama politico a sinistra appare modificato e, soprattutto, suscettibile di ulteriore evoluzione. Il rapporto tra PD e alleati (SEL, IdV) o semialleati (FdS) alla sua sinistra si è dunque parzialmente modificato a favore di questi ultimi. Gli equilibri interni al PD si sono fatti più fragili e mobili, in particolare quelli tra il moderatismo e il liberismo o semiliberismo centrali e gli orientamenti, spesso più a sinistra, della sua periferia, per non dire del suo elettorato.
Parimenti il segretario Bersani esce più forte rispetto ad antagonisti interni, di vario tipo, alla sua destra come Veltroni, Renzi o Fioroni. Il PD inoltre si è trovato costretto a rivedere posizioni consolidate, sotto la pressione dei referendum: basti rammentare come esso fosse filonucleare e ben più convinto e attivo della destra nelle privatizzazioni dell’acqua (però, occhio: se il PD tenterà una soluzione parlamentare in fatto di cancellazione della privatizzazione dell’acqua sulla scia della sua proposta di legge, questa proposta non cancella niente. Il nodo infatti non è la privatizzazione della proprietà, impossibile da realizzare, ma della gestione: che il PD consente). In ogni caso, tutto ciò consente a Vendola di rilanciare la propria partecipazione a quelle primarie di coalizione, in vista delle elezioni politiche, che dovrebbero definire il candidato premier dello schieramento; parimenti a questo rilancio da parte di Vendola e di SEL corrisponde un avvicinamento al PD fatto sia dell’obiettivo di una convergenza organizzativa che di un annacquamento degli orientamenti (per esempio in sede di welfare), naturalmente in combinazione a massicce dosi di retorica e all’incremento del proprio settarismo nei confronti della FdS.
La politica ha le sue necessità. Indubbiamente questo, se avverrà, migliorerà il profilo del PD, oltre a esasperarne gli squilibri, e, benché possa apparire il contrario, migliorerà la situazione soggettiva della sinistra antagonista, oggi sovraccaricata di problemi di relazione con alleati che tendono a incassare e al tempo stesso a recarle danno.
Ma tutto questo è facilmente leggibile nella cronaca politica, non è il caso di insistervi. Giova invece affrontare alcuni dati meno visibili e gli interrogativi che essi pongono, con l’avvertenza che le risposte non sono ancora scritte ma dipenderanno dagli andamenti politici e sociali prossimi, ragionevolmente complicati e forse non privi di ulteriori fatti sconvolgenti.
Napoli. La straordinaria vittoria di De Magistris, non solo sul piano dei numeri ma per la natura dello schieramento politico che lo ha appoggiato (solo IdV e FdS), consente di ragionare più attentamente sull’incipiente rovesciamento di 180 gradi della tendenza populista di fondo ed estremamente ampia precipitata potentemente dopo Tangentopoli, la scomparsa del centro politico e il suicidio del PCI (tendenza allora totalmente egemonizzata dalla destra, articolata nella figura guida di Berlusconi, nei post-fascisti di AN e nella Lega Nord).
Ma tutto questo è facilmente leggibile nella cronaca politica, non è il caso di insistervi. Giova invece affrontare alcuni dati meno visibili e gli interrogativi che essi pongono, con l’avvertenza che le risposte non sono ancora scritte ma dipenderanno dagli andamenti politici e sociali prossimi, ragionevolmente complicati e forse non privi di ulteriori fatti sconvolgenti.
Napoli. La straordinaria vittoria di De Magistris, non solo sul piano dei numeri ma per la natura dello schieramento politico che lo ha appoggiato (solo IdV e FdS), consente di ragionare più attentamente sull’incipiente rovesciamento di 180 gradi della tendenza populista di fondo ed estremamente ampia precipitata potentemente dopo Tangentopoli, la scomparsa del centro politico e il suicidio del PCI (tendenza allora totalmente egemonizzata dalla destra, articolata nella figura guida di Berlusconi, nei post-fascisti di AN e nella Lega Nord).
E’ infatti questa medesima tendenza fondo a premiare oggi, con svolta repentina, lo schieramento di centro-sinistra più sinistra, grazie alle molte cose ben note (e che non riprendiamo) avvenute nel quadro economico, nelle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione e nelle prospettive delle giovani generazioni e, in sinergia a ciò, grazie alla persuasività di alcune figure (va rammentato che oltre a quelle di Vendola e De Magistris c’è quella di Grillo: ma non è il caso di complicare troppo l’analisi). Prima di proseguirla, inoltre, è bene definire le categorie di “populismo” e quella correlata di “situazione populista”, recuperandole all’argentino Ernesto Laclau, figura di formazione gramsciana ed eminente riferimento della sinistra anticapitalistica latino-americana, oggi protagonista di straordinarie vittorie.
In Laclau il “populismo” non dispone a priori di connotazione positiva o negativa: si tratta del processo mediante il quale la maggioranza subalterna di una popolazione, o una sua larga componente, supera una situazione di frammentazione, passività, disinteresse politico, spappolamento politico, ecc. perché una “figura” forte (accompagnata da un partito oppure appoggiato da uno schieramento più fluido e informale) si fa riconoscere come affidabile, “interna” alle sofferenze della popolazione, dotata di grande energia, determinata fino in fondo a rompere situazioni fino un momento prima inamovibili, protagonista di una narrazione persuasiva che raccoglie le attese popolari soggettivamente più cogenti e le trasforma in discorso politico, definendo un programma e indicando il nemico da battere, conseguentemente le trasforma in mobilitazione di massa per obiettivi ben definiti.
Sempre con le parole di Laclau, il “populismo” è il processo mediante il quale le classi subalterne o una loro grande parte tendono a farsi “popolo” (gramscianamente, “blocco storico”). Una “situazione populista”, a sua volta, è quando una massa estesa della popolazione abbia effettuato un tale passaggio soggettivo. Va da sé che il populismo può assumere tutti i contenuti, essere socialmente propulsivo o reazionario, democratico-partecipativo o radicalmente antidemocratico, socialista o fascista: quindi va valutato sulla base degli orientamenti e dei comportamenti della leadership e di come essa forgia la politicizzazione di massa, non a priori. In ogni caso ciò che accade è che le classi subalterne per questa via (uno dei modi, forse il prevalente, probabilmente in quanto dotato di base antropologica, della loro trasformazione in “popolo”) si fanno protagoniste del loro futuro, buono o cattivo che sarà.
Si badi: Napoli è oggi il paradigma aperto e generalizzato, ancorché iniziale e fragile, di un nuovo populismo, un populismo cioè di sinistra: ma l’Italia è dentro a una “situazione populista” da vent’anni, proprio in quanto un intero sistema di forze politiche vi si era dissolto e qualcosa occorreva che a tambur battente lo surrogasse. Berlusconi ci seppe fare, anche grazie a quattrini e controllo di importanti televisioni, ecc. In Europa tuttavia le “situazioni populiste” sono in genere la conseguenza di crisi non solo politiche ma sociali di grande ampiezza: guerre catastrofiche oppure tracolli delle condizioni sociali a seguito di cicli liberisti, inoltre sono “situazioni” scisse, cioè che vedono le classi subalterne e le loro mobilitazioni scisse in campi opposti (dopo la prima guerra mondiale, tra un campo socialista-comunista e uno fascista).
Si badi: Napoli è oggi il paradigma aperto e generalizzato, ancorché iniziale e fragile, di un nuovo populismo, un populismo cioè di sinistra: ma l’Italia è dentro a una “situazione populista” da vent’anni, proprio in quanto un intero sistema di forze politiche vi si era dissolto e qualcosa occorreva che a tambur battente lo surrogasse. Berlusconi ci seppe fare, anche grazie a quattrini e controllo di importanti televisioni, ecc. In Europa tuttavia le “situazioni populiste” sono in genere la conseguenza di crisi non solo politiche ma sociali di grande ampiezza: guerre catastrofiche oppure tracolli delle condizioni sociali a seguito di cicli liberisti, inoltre sono “situazioni” scisse, cioè che vedono le classi subalterne e le loro mobilitazioni scisse in campi opposti (dopo la prima guerra mondiale, tra un campo socialista-comunista e uno fascista).
Attualmente siamo nuovamente qui, mutatis mutandis e ignorando lo schematismo. Niente di strano poi che la nuova ondata populista, il grosso delle classi subalterne essendosi accorto che il nemico è la destra, ne metta in crisi l’egemonia sociale collocandosi a sinistra. Tutto questo fa inoltre capire meglio alcune cose: quanto la crisi sociale del paese sia pesante anche soggettivamente, dentro non solo alla condizione materiale ma anche alla testa delle figure sociali più colpite, giovani, lavoro salariato, donne; quanto forte sia diventato, rapidissimamente, il bisogno in queste figure di ribellarsi, che gli sia facile (i giovani, una parte delle donne) o meno facile, per più ragioni (il lavoro salariato); e quanto questo si intrecci alle attese di uscita anche di quote non proletarie o preproletarie della popolazione italiana dal degrado culturale e morale, non solo economico e sociale, al quale la destra ha portato il paese. Quindi assistiamo, riassumendo, anche a uno straordinario ritorno di concretezza a strutturare i vissuti politici o prepolitici della nostra popolazione.
E’ molto difficile, a meno dell’ennesimo suicidio o voltafaccia a sinistra, che la popolazione italiana torni nella sua prevalenza a farsi incantare dalla soap opera di Berlusconi, dalle sue balle, dalle sue televisioni così come dalle paure seminate dalla Lega. Parimenti siamo, va da sé, solo agli inizi di un processo molto complicato e aperto a più sbocchi possibili, oggettivamente e per via dalla configurazione inadeguata sotto una quantità di profili dello schieramento politico stesso di centro-sinistra più sinistra.
Si badi. Milano non è per niente fuori da questa situazione: solo che la configurazione sociale, la storia politico-culturale, la condizione economica, così diverse da quelle di Napoli, la ovattano e velano da un lato e la fanno, dall’altro, terreno di un complesso conflitto interno di tendenza, per così dire: che era da aspettarsi ma che non era per niente scontato che precipitasse cinque minuti dopo la vittoria di Pisapia, con l’immissione di Tabacci (figura degna di ogni rispetto ma di liberista collocato nel centro politico) in giunta e l’esclusione della FdS.
Si può forse dire così, andando oltre questo fatto, cioè tentando di interpretarne il senso generale: che in questo momento la situazione di Milano è di un tipo populista-riformista con matrice eterogenea e tendenzialmente contraddittoria sul piano di classe (probabilmente in sintonia con quanto sta maturando, più lentamente, nel grosso del paese) e che Napoli, invece, data l’estrema drammaticità della sua condizione, da un lato configura una situazione populista-antagonista rappresentativa potenzialmente di una parte del Mezzogiorno, dall’altro potrebbe anticipare qualcosa che riguarderà tutto il paese, se, com’è virtualmente certo, crisi economica e crisi sociale si aggraveranno pesantemente nei prossimi tempi e se, come è assai meno certo, il PD non metterà il freno a mano, non cambierà, governando, l’attuale casacca disponibile a contenuti di sinistra, non tenterà operazioni centriste ovvero organicamente liberiste, aderendo con ciò a quelle direttive di bilancio con le quali i vertici dell’Unione Europea stanno massacrando economia e società in Grecia, Portogallo e Spagna e che stanno chiedendo all’Italia di adottare, anzi che Tremonti ha cominciato a praticare, e i cui effetti saranno parimenti massacranti.
Si badi. Milano non è per niente fuori da questa situazione: solo che la configurazione sociale, la storia politico-culturale, la condizione economica, così diverse da quelle di Napoli, la ovattano e velano da un lato e la fanno, dall’altro, terreno di un complesso conflitto interno di tendenza, per così dire: che era da aspettarsi ma che non era per niente scontato che precipitasse cinque minuti dopo la vittoria di Pisapia, con l’immissione di Tabacci (figura degna di ogni rispetto ma di liberista collocato nel centro politico) in giunta e l’esclusione della FdS.
Si può forse dire così, andando oltre questo fatto, cioè tentando di interpretarne il senso generale: che in questo momento la situazione di Milano è di un tipo populista-riformista con matrice eterogenea e tendenzialmente contraddittoria sul piano di classe (probabilmente in sintonia con quanto sta maturando, più lentamente, nel grosso del paese) e che Napoli, invece, data l’estrema drammaticità della sua condizione, da un lato configura una situazione populista-antagonista rappresentativa potenzialmente di una parte del Mezzogiorno, dall’altro potrebbe anticipare qualcosa che riguarderà tutto il paese, se, com’è virtualmente certo, crisi economica e crisi sociale si aggraveranno pesantemente nei prossimi tempi e se, come è assai meno certo, il PD non metterà il freno a mano, non cambierà, governando, l’attuale casacca disponibile a contenuti di sinistra, non tenterà operazioni centriste ovvero organicamente liberiste, aderendo con ciò a quelle direttive di bilancio con le quali i vertici dell’Unione Europea stanno massacrando economia e società in Grecia, Portogallo e Spagna e che stanno chiedendo all’Italia di adottare, anzi che Tremonti ha cominciato a praticare, e i cui effetti saranno parimenti massacranti.
Si tenga presente come a queste direttive di bilancio il PD mostri, ovviamente pronunciandosi in sordina, di aderire. Se il PD invece cambiasse casacca, una volta al governo, si configurerebbe una situazione generale solo suscettibile (si vedano gli accadimenti attuali in Spagna e Portogallo) di ridare fiato al populismo di destra, forse nella sua forma più estrema.
Milano. Questa città si è velocemente configurata nel corso della campagna elettorale come il luogo nel quale veniva pragmaticamente a delinearsi il tentativo di una nuova egemonia borghese, appoggiata a sinistra ma anche decisa a mortificare l’immagine delle sue forze politiche legate alle periferie proletarie (PD e FdS), utilizzando sia elementi ideologici del flusso populista di fondo di questi vent’anni che la sua ridislocazione a sinistra. Come già accennato, il tentativo ha avuto una prima precipitazione significativa, benché certo incompleta, con la formazione della giunta. D’altro canto, dove altrimenti poteva cominciare, a tentoni naturalmente ma anche con decisionismo crescente, questo tentativo di egemonia? Potenza industriale e commerciale, potenza mediatica, potenza finanziaria cattolica e laico-massonica; grande tradizione illuminista e lavorativa della borghesia laica e cattolica; sua tendenza al dialogo con le classi popolari, sua disponibilità riformista, ecc.: tutto questo è parte della storia di Milano, ed è rientrato in campo alla grande, e un po’ anche a gamba tesa, nel momento in cui ha ritenuto di essere decisivo sia nel togliere di mezzo Berlusconi e Lega che nella determinazione dei futuri indirizzi del paese.
Milano. Questa città si è velocemente configurata nel corso della campagna elettorale come il luogo nel quale veniva pragmaticamente a delinearsi il tentativo di una nuova egemonia borghese, appoggiata a sinistra ma anche decisa a mortificare l’immagine delle sue forze politiche legate alle periferie proletarie (PD e FdS), utilizzando sia elementi ideologici del flusso populista di fondo di questi vent’anni che la sua ridislocazione a sinistra. Come già accennato, il tentativo ha avuto una prima precipitazione significativa, benché certo incompleta, con la formazione della giunta. D’altro canto, dove altrimenti poteva cominciare, a tentoni naturalmente ma anche con decisionismo crescente, questo tentativo di egemonia? Potenza industriale e commerciale, potenza mediatica, potenza finanziaria cattolica e laico-massonica; grande tradizione illuminista e lavorativa della borghesia laica e cattolica; sua tendenza al dialogo con le classi popolari, sua disponibilità riformista, ecc.: tutto questo è parte della storia di Milano, ed è rientrato in campo alla grande, e un po’ anche a gamba tesa, nel momento in cui ha ritenuto di essere decisivo sia nel togliere di mezzo Berlusconi e Lega che nella determinazione dei futuri indirizzi del paese.
E’ stata collocata simbolicamente al comando la figura (giustamente) prestigiosa di Bassetti, è stato sollecitato a partecipare Tabacci, è stato chiesto (e ottenuto) l’appoggio di Romiti, è stato avvolto e lusingato Pisapia (che di questa borghesia fa organicamente parte), è stato raddrizzato l’orientamento del Corriere della Sera, è stata chiamata a raccolta la totalità della forza borghese, tutt’altro che esigua, data la particolare composizione sociale di Milano, sono stati fatti propri audacemente tutti i temi democratici e civili sui quali la maggioranza milanese si è mobilitata in questi mesi, addirittura sono stati fatti propri i referendum su acqua e nucleare, spernacchiando Confindustria e Marcegaglia, palesemente in affanno, e profittando ovviamente del fatto che i portatori pubblici di questi temi e di queste referendum tutto hanno detto e fatto per depurarli di qualsiasi possibilità di unità ai temi di classe.
Si unisce inoltre a tutto questo, con supplemento di efficacia, il fatto che Milano è in una sua parte molto cattolica e che la sua massima istituzione ecclesiale, l’Arcivescovado, è da sempre su posizioni democratiche, civili e riformiste anche avanzate, ciò che ha messo in angolo Formigoni e Compagnia delle Opere. Berlusconi si è così trovato completamente alla frutta, per di più dopo aver fatto di Milano la madre di tutte le sue battaglie, la Lega ha perso in Lombardia un quarto dei voti, in provincia di Milano tutte le amministrazioni gestite dalla destra in cui si è votato sono passate a schieramenti di centro-sinistra e di sinistra.
A questo quadro non va opposto un “frontale”, sarebbe una cantonata suicida in quanto ci separerebbe dal popolo della città. Occorrerà invece imparare a muoversi sia dentro che fuori rispetto alla nuova situazione istituzionale di Milano. La partita aperta in questa città da parte della borghesia non le sarà facile vincerla, non solo per il contraddittorio assetto della giunta e della maggioranza consiliare ma e soprattutto perché le attese della città sono tutte quante oggi attese di sinistra. Pisapia e la giunta andranno appoggiate nelle cose buone che faranno, invece non saranno fatti loro sconti se nelle partite di grande dimensione economica della città (come quella dell’Expo) si vedranno ricomparire (già ce ne sono i preoccupanti segnali) i soliti noti e i soliti inciuci.
Si sta aprendo, più in generale, una partita politica nuova di zecca, che sarà largamente caratterizzata dalla cooperazione tra centro-sinistra e sinistra e al tempo stesso dalla lotta tra queste forze, sulla base di contenuti, per l’egemonia nel “popolo” (nelle classi subalterne). E occorrerà in questo da parte della sinistra, per farcela, molta determinazione nell’avanzamento di proposte e di iniziative anche autonome e attenzione massima a che esse siano sintoniche e senza sbavature rispetto alle attese fondamentali di “popolo”. Giova rammentare, in ultimo, che tra queste richieste c’è che comunque si mantenga la cooperazione dello schieramento politico che sta vincendo.
A questo quadro non va opposto un “frontale”, sarebbe una cantonata suicida in quanto ci separerebbe dal popolo della città. Occorrerà invece imparare a muoversi sia dentro che fuori rispetto alla nuova situazione istituzionale di Milano. La partita aperta in questa città da parte della borghesia non le sarà facile vincerla, non solo per il contraddittorio assetto della giunta e della maggioranza consiliare ma e soprattutto perché le attese della città sono tutte quante oggi attese di sinistra. Pisapia e la giunta andranno appoggiate nelle cose buone che faranno, invece non saranno fatti loro sconti se nelle partite di grande dimensione economica della città (come quella dell’Expo) si vedranno ricomparire (già ce ne sono i preoccupanti segnali) i soliti noti e i soliti inciuci.
Si sta aprendo, più in generale, una partita politica nuova di zecca, che sarà largamente caratterizzata dalla cooperazione tra centro-sinistra e sinistra e al tempo stesso dalla lotta tra queste forze, sulla base di contenuti, per l’egemonia nel “popolo” (nelle classi subalterne). E occorrerà in questo da parte della sinistra, per farcela, molta determinazione nell’avanzamento di proposte e di iniziative anche autonome e attenzione massima a che esse siano sintoniche e senza sbavature rispetto alle attese fondamentali di “popolo”. Giova rammentare, in ultimo, che tra queste richieste c’è che comunque si mantenga la cooperazione dello schieramento politico che sta vincendo.
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