Al ventiquattresimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, credo sia importante presentarvi il libro:
"In carcere: del suicidio ed altre fughe" di Laura Baccaro e Francesco Morelli. (Edizioni Ristretti, 2009)
ABSTRACT DALL' INTRODUZIONE
"Il carcere, si sa, è lo specchio della società e di noi, e ci piace pensare che tutte le nostre istanze meno accettabili vengano relegate lì, perché non possano impossessarsi di noi, cittadini rispettabili e timorosi della Legge.
Una sorta di nostro doppio che però, ben chiuso, non ci possa fare tanta paura... ed è per questo che chiediamo sorgano sempre nuove carceri, quali ultimi e soli baluardi per proteggerci dalla nostra stessa violenza.
I detenuti sono (dati International Centre for Prison Studies of King's College, London) più di 61mila in Italia, quasi due milioni in Europa, dieci milioni nel Mondo: una "popolazione" paragonabile a quella della Svezia, o del Portogallo. Un "popolo" sottomesso – legittimamente, ma inequivocabilmente – con la forza, che come ogni altro popolo sottomesso sviluppa incredibili capacità di sopportare la sofferenza, di sopravvivervi (come ci insegna Aleksandr Solženicyn) e di esaltarsi in impeti di rivolta.
Molti Paesi, tra cui l'Italia, hanno adottato opportune strategie per minimizzare – se non eliminare del tutto – la "disobbedienza", quindi la capacità di ribellione, dei detenuti: il "sistema premiale", introdotto dal D.P.R. 354/75 e perfezionato dalla cosiddetta "Legge Gozzini" del 1986, ha di fatto azzerato la possibilità di sviluppo delle rivendicazioni collettive all'interno delle carceri (e, d'altro canto, consentito percorsi di graduale reinserimento,
Usare violenza contro gli altri non è solo inutile, ma controproducente, quindi l'unica "aggressione" possibile diventa quella contro di sé, contro il proprio corpo, e così il carcere rimanda immagini di morti, di suicidi, di autolesionismi mostruosi che non vogliamo vedere, perché il tabù della morte auto–provocata è forte: se ne parla il meno possibile, si ha il timore di un contagio verbale, quasi che parlare di suicidio possa far scatenare un istinto auto–distruttivo, latente ma immancabilmente presente, in ciascuno di noi.
Jean Baudrillard dice: "Parlare di morte fa ridere, di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso é legale, solo la morte é pornografica".
La letteratura scientifica non è particolarmente ricca di studi sui suicidi e gli atti di autolesionismo all'interno delle carceri italiane, come vedremo nella parte storica, anche se esiste una buona produzione di ricerche da parte di alcune Associazioni (Ristretti Orizzonti, Antigone, A buon diritto) che, basandosi sull'analisi dei dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dal Consiglio d'Europa, dall'ISTAT forniscono un dato eloquente: i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 20 volte maggiore rispetto alle persone libere.
Leggendo il "Bollettino Penitenziario" del Ministero della Giustizia italiano, si vede che l'atto suicidario è collocato dall'Amministrazione Penitenziaria all'interno del paragrafo "Eventi critici", insieme agli autolesionismi, ai tentati suicidi, ai casi di morte naturale, agli atti di aggressione (ferimenti e omicidi), alle manifestazioni di protesta non collettive (es. sciopero della fame), alle manifestazioni di protesta collettive con le rispettive motivazioni e alle evasioni.
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