In carcere: del suicidio ed altre fughe

Lunedì 10 Maggio 2010 11:41
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Al ventiquattresimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, credo sia importante presentarvi il libro:

"In carcere: del suicidio ed altre fughe" di Laura Baccaro e Francesco Morelli. (Edizioni Ristretti, 2009)

ABSTRACT DALL' INTRODUZIONE

"Il carcere, si sa, è lo specchio della società e di noi, e ci piace pensare che tutte le nostre istanze meno accettabili vengano relegate lì, perché non possano impossessarsi di noi, cittadini rispettabili e timorosi della Legge.

Una sorta di nostro doppio che però, ben chiuso, non ci possa fare tanta paura... ed è per questo che chiediamo sorgano sempre nuove carceri, quali ultimi e soli baluardi per proteggerci dalla nostra stessa violenza.

I detenuti sono (dati International Centre for Prison Studies of King's College, London) più di 61mila in Italia, quasi due milioni in Europa, dieci milioni nel Mondo: una "popolazione" paragonabile a quella della Svezia, o del Portogallo. Un "popolo" sottomesso – legittimamente, ma inequivocabilmente – con la forza, che come ogni altro popolo sottomesso sviluppa incredibili capacità di sopportare la sofferenza, di sopravvivervi (come ci insegna Aleksandr Solženicyn) e di esaltarsi in impeti di rivolta.

Molti Paesi, tra cui l'Italia, hanno adottato opportune strategie per minimizzare – se non eliminare del tutto – la "disobbedienza", quindi la capacità di ribellione, dei detenuti: il "sistema premiale", introdotto dal D.P.R. 354/75 e perfezionato dalla cosiddetta "Legge Gozzini" del 1986, ha di fatto azzerato la possibilità di sviluppo delle rivendicazioni collettive all'interno delle carceri (e, d'altro canto, consentito percorsi di graduale reinserimento,

prima inimmaginabili), rendendo la detenzione una vicenda fondamentalmente "privata", dove ognuno lotta per sé e può contare solo su se stesso, ma soprattutto deve imporsi un meditato autocontrollo.

Usare violenza contro gli altri non è solo inutile, ma controproducente, quindi l'unica "aggressione" possibile diventa quella contro di sé, contro il proprio corpo, e così il carcere rimanda immagini di morti, di suicidi, di autolesionismi mostruosi che non vogliamo vedere, perché il tabù della morte auto–provocata è forte: se ne parla il meno possibile, si ha il timore di un contagio verbale, quasi che parlare di suicidio possa far scatenare un istinto auto–distruttivo, latente ma immancabilmente presente, in ciascuno di noi.

Jean Baudrillard dice: "Parlare di morte fa ridere, di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso é legale, solo la morte é pornografica".

La letteratura scientifica non è particolarmente ricca di studi sui suicidi e gli atti di autolesionismo all'interno delle carceri italiane, come vedremo nella parte storica, anche se esiste una buona produzione di ricerche da parte di alcune Associazioni (Ristretti Orizzonti, Antigone, A buon diritto) che, basandosi sull'analisi dei dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dal Consiglio d'Europa, dall'ISTAT forniscono un dato eloquente: i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 20 volte maggiore rispetto alle persone libere.

Leggendo il "Bollettino Penitenziario" del Ministero della Giustizia italiano, si vede che l'atto suicidario è collocato dall'Amministrazione Penitenziaria all'interno del paragrafo "Eventi critici", insieme agli autolesionismi, ai tentati suicidi, ai casi di morte naturale, agli atti di aggressione (ferimenti e omicidi), alle manifestazioni di protesta non collettive (es. sciopero della fame), alle manifestazioni di protesta collettive con le rispettive motivazioni e alle evasioni.

Inoltre i criteri di registrazione dei cosiddetti "atti anticonservativi" non hanno una classificazione autonoma: gli agenti redigono dei "rapporti disciplinari" nei quali registrano tutto ciò che all'interno degli istituti è inteso come "irregolare" o "turbativo" dell'ordine, dalla rottura di uno sgabello, all'incendio della cella, fino al suicidio, tentato o
riuscito.
Sono considerati "critici" tutti quegli eventi che, in qualche modo, interferiscono con la normale quotidianità del carcere: un'evasione, in quanto il mandato istituzionale è la custodia; il suicidio, che rappresenta la fuga "definitiva", senza recidive, del detenuto. In questo senso il confine tra suicidio e rivolta diventa impercettibile.
Nel 1855 Ernest Coeurderoy scrive: "Mi suiciderò, perché sono libero. E non considero la libertà una parola vana: l'estendo, al contrario, fino al diritto di togliermi la vita se la prevedo per sempre infelice" e, per i detenuti, a volte, quando "la barca dell'amore si è spezzata contro la vita corrente" (Vladimir Majakovskij) non resta altro da fare che affermare il proprio essere liberi per l'ultima volta.
Le ricerche sul suicidio disponibili sono poche e seguono fondamentalmente due indirizzi: una prospettiva medico–psicologica o comunque "sanitarizzata", centrata sugli aspetti patologici e una prospettiva sociologica (specialmente di tipo epidemiologico) e, per quanto gli studi sul suicidio in carcere possano presentare caratteristiche proprie e costituire un filone a parte, essi hanno vissuto un'evoluzione analoga a quella dell'intera
letteratura suicidaria, per cui da anni si è compreso che non esiste una prospettiva unica e privilegiata da cui affrontare il problema, una teoria da preferire alle altre.
Il suicidio è un fenomeno complesso, multi–determinato, processuale, nel quale l'atto finale spesso è solo l'ultimo anello e l'approccio multidisciplinare è l'unico possibile per tentare di "leggere" correttamente le interazioni tra i fattori endogeni e quelli esogeni. Il nostro metodo, forse un po' anomalo nell'ambito della ricerca scientifica, è quello di valorizzare le "cronache" riguardanti il suicidio e l'autolesionismo in carcere: gli articoli dei quotidiani, ma soprattutto le testimonianze dirette dei detenuti, raccolte e diffuse attraverso l'attività del "giornalismo carcerario", che ormai conta decine di testate, a stampa o nel web.
Il tentativo di comprensione del fenomeno parte proprio da questi racconti, dalle voci dei detenuti e delle detenute, degli stranieri, dei minorenni rinchiusi negli Ipm, degli internati all'Opg, ma anche dal confronto con il parere "istituzionale" dei vari operatori (magistrati, direttori di carcere, educatori, psicologi, agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali) che si devono occupare del "problema suicidio–autolesionismo".
In quest'ottica le tavole statistiche, che coprono un arco di tempo di 29 anni, dal 1980 al 2008, diventano la bussola per individuare una "giusta misura" di interpretazione, con "serie storiche" che consentono di ricostruire gli ultimi due decenni di vita – e sofferenze – del "popolo detenuto", attraverso cambiamenti normativi e di contesto."

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 10 Maggio 2010 11:50 )