"Italiani brava gente" - Per molto tempo si è affermata nel mondo un'immagine mitica degli italiani, quella appunto degli "italiani brava gente".
Si tratta di uno stereotipo collegato, in qualche modo, a quello dell'italiano pieno di sentimento, provvisto di chitarra e mandolino, pronto a commuoversi al ricordo della mamma lontana.
Anche quando l'Italia, nel secolo scorso, aveva scatenato la guerra, al rimorchio dell'alleato tedesco, e le atrocità erano opera comune dei due regimi, si continuava a distinguere il nazista, "carogna a tutto tondo", dal fascista, che in fondo però "aveva un cuore".
C'era sì l'obbrobrio delle leggi razziali, che discriminavano e perseguitavano gli ebrei, anche nel Paese "ove il sì suona", ma era convinzione diffusa che si sarebbero trovate delle scappatoie per evitare le conseguenze peggiori di una tale impostazione ideologica aberrante [e invece per molti fu l'anticamera dei campi di sterminio e delle camere a gas].
Si dimenticava così che il fascismo aveva preceduto temporalmente il nazismo, ed in parte lo aveva anche ispirato, e che nelle imprese coloniali Mussolini, seppure arrivato per ultimo con il suo "impero di cartapesta" ed il suo "colonialismo straccione", non era certo rimasto indietro in quanto ad atrocità contro le popolazioni africane (basti ricordare l'uso dei gas, pur vietati dalle convenzioni internazionali, in Etiopia).
I pregiudizi contro i meridionali - L'immagine dell'italiano immune dal razzismo e dalla xenofobia è rimasta negli anni, anche se i pregiudizi delle persone del Centro-Nord nei confronti dei meridionali l'avevano incrinata alquanto (in special modo al tempo delle grandi migrazioni dal Sud del Paese negli anni 50 e 60 del 1900 - ma, si può dire, a partire dal periodo in cui fu "costruita" l'unità d'Italia, con i Piemontesi che finirono per agire da "colonizzatori" nel Sud del Paese).
Vi è una scena significativa all'inizio del film "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti (1960): la famiglia di Rocco, giunta a Milano dalla Lucania, - siamo negli anni del "boom" economico - passa per le strade della "capitale morale" d'Italia, spingendo un barroccio, su cui sono raccolti i suoi poveri bagagli, e dalle finestre le signore milanesi commentano con tono dispregiativo "Africa, Africa ...".
Anche in Toscana, peraltro, terra tradizionalmente rinomata per spirito di accoglienza (celebre la Firenze rinascimentale, luogo d'incontro di persone provenienti da tutto il mondo - si trattava pur sempre, comunque, di artisti, di filosofi, di letterati -, ma anche la Livorno che, nel sedicesimo secolo, aprì le porte agli stranieri, di ogni provenienza e condizione, con la sua "costituzione livornina"), chi viene dal Meridione è spesso visto con sospetto e stigmatizzato come "incivile".
Si hanno, quindi, quando lo spopolamento delle campagne e lo sviluppo dell'industria causano grandi migrazioni interne, processi d'inserimento faticosi e difficili, che solo gradualmente affievoliscono e limitano il razzismo strisciante seguito al primo impatto.
Rispetto a quanti sono visibilmente diversi, perchè di differente aspetto e colore, si mantengono, in prevalenza, atteggiamenti non razzisti.Finchè, però, rimangono lontani.
Arrivano i migranti - Infatti, con lo sviluppo dell'immigrazione - alla fine degli anni 80, ed all'inizio del decennio successivo -, cominciano a manifestarsi fenomeni di intolleranza, di razzismo, di xenofobia. Nonostante che gli italiani avessero dato vita, nell' '800 e nel '900 a forti correnti migratorie, verso le Americhe, del Sud e del Nord, verso l'Australia, verso altri Paesi europei (la Francia, il Belgio, la Germania, in modo particolare) ed avessero subito, sulla propria pelle di emigranti, tutte le discriminazioni, le umiliazioni, le emarginazioni, le violenze, che ora si comincia ad esercitare nei confronti dei nuovi venuti.
Una storia che si può ricostruire anche attraverso i canti popolari, da "Mamma mia, dammi cento lire che in America voglio andar ..." a "Da Genova il Sirio partivano ..." a "Partono i bastimenti per terre assai lontane", e che ha trovato espressioni significative anche nel cinema [basti pensare a "Il cammino della speranza" di Pietro Germi (1950) ed a "Pane e cioccolata" di Franco Brusati (1974)].
Man mano che l'Italia si trasforma da paese di emigrazione in paese di immigrazione, si evidenziano due modi, totalmente opposti, di affrontare le nuove tematiche:
- da un lato un'impostazione, che fa pernio, per effettivi processi d'inclusione, sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza a tutte e tutti coloro che vengono in Italia da altri Paesi, sull'affermarsi di uno spirito diffuso di solidarietà, sulla promozione di occasioni d'incontro, di confronto, d'interculturalità;
- dall'altro la tendenza a chiudersi come se ci si trovasse di fronte ad un'invasione, a mettere barriere, a porre ostacoli, a considerare i nuovi venuti "braccia", da utilizzare finchè servono, e non "persone".
Per alcuni anni, grosso modo per tutto il decennio di fine secolo (dal 1989/90 al 2000), le due modalità si scontrano e si confrontano nella pratica quotidiana, con esperienze positive di accoglienza e d'inserimento che vedono protagoniste anche diverse istituzioni locali.
Tutto ciò a riprova del fatto che è il contesto politico-culturale-economico, e non tanto ipotetiche tendenze naturali (quelle che sarebbero proprie degli "italiani brava gente"), a determinare l'affermarsi, o meno, di posizioni razziste.
L'Italia dell'antirazzismo e della solidarietà ha momenti alti di visibilità, in cui si registra una significativa partecipazione di soggetti sociali e politici, di realtà di base, di singoli cittadini (cito, a titolo esemplificativo, la grande manifestazione nazionale dell'ottobre 1989 a Roma, dopo che a Villa Literno era stato ucciso l'immigrato - dal Sudafrica - Jerry Masslo, e la Convenzione Antirazzista tenutasi a Firenze nel dicembre dello stesso anno).
Si sviluppano, in quel primo periodo, una rete di volontariato "specializzato" nell'assistenza ai migranti, di cui la Caritas è la realtà più significativa, ed un impegno dei Sindacati - in primo luogo della CGIL e della CISL - a loro sostegno. Nella fase immediatamente successiva, cresce un associazionismo, laico e progressista, che intende affermare i diritti di cittadinanza dei nuovi arrivati e che, a metà degli anni '90, trova un momento unificante nella Rete Nazionale Antirazzista (tale organismo opererà dal 1995 al 1999, lanciando, fra l'altro, la raccolta di firme su 3 proposte di legge d'iniziativa popolare - per il diritto di voto alle elezioni amministrative delle cittadine e dei cittadini stranieri, per il passaggio di competenze in materia di rilascio dei permessi di soggiorno dalle Questure agli enti locali, per percorsi più brevi e certi per il conseguimento della cittadinanza italiana -, raccolta che non andrà a buon fine).
Purtroppo, nella situazione italiana, il degradarsi progressivo della politica e della vita democratica, con origini lontane ma particolarmente accentuato agli inizi del nuovo millennio, alimenta, intrecciato ad una crisi economica che si fa sempre più forte, il diffondersi di un senso comune intollerante e xenofobo.
Gli "imprenditori del razzismo" - I partiti "imprenditori del razzismo", quelli che sull'avversione per gli immigrati hanno costruito le proprie fortune - la Lega Nord, in prima istanza -, riescono a divenire, in qualche modo, egemoni, a "produrre" senso comune, a sfornare, appena divenuti forza di governo (unico caso in Europa), leggi razziste.
E' un circuito vizioso, in cui i provvedimenti governativi alimentano il senso comune diffuso, e viceversa.
Gli effetti devastanti della crisi (precarietà, insicurezza, aumento di povertà ed emarginazione) vengono scaricati sui più deboli, crescono così difffidenza ed ostilità per "gli altri" e si sviluppano le "guerre tra poveri".
Come nelle realtà del Sud degli Stati Uniti erano (sono ancora, anche se in misura minore) i bianchi poveri i più accesi persecutori dei neri, tanto da costituire, negli anni delle croci di fuoco e dei linciaggi, la manovalanza del Klu Klux Klan, così nei territori del Nord leghista i meridionali, i discriminati di ieri, sono in prima fila nell'accanirsi contro gli immigrati.
Ma non è tutto.
L'affievolirsi degli anticorpi dell'anti-razzismo è dovuto anche al diffondersi, fra quanti, per ispirazione originaria, avrebbero dovuto contrastare tale deriva, di una ossessione dell'ordine e della sicurezza - alimentata da continue campagne di stampa e da trasmissioni tv basate essenzialmente sull'allarmismo e sulla disinformazione, all'insegna della disgraziata parola d'ordine, partita da New York e dal sindaco Rudolph Giuliani, "tolleranza zero" - che fa sì che molti sindaci di orientamento opposto rincorrano la destra nel proporre e mettere in atto politiche securitarie.
Le leggi razziste del governo vengono così corredate (e vi trovano, di fatto, un retroterra che le sostiene) da ordinanze di amministratori locali che tendono a rassicurare la cittadinanza italiana, colpendo i lavavetri, i venditori ambulanti irregolari, i Rom (i cosiddetti nomadi, o zingari, gli ultimi nella scala sociale), gli emarginati in genere, tutte e tutti coloro, in sintesi, che vengono percepiti (e che verranno ancora più percepiti in seguito a questi atti istituzionali) come potenziali pericoli.
In questa ottica, si degrada anche il linguaggio: gli immigrati privi di documenti regolari diventano "clandestini", le lavoratrici di cura vengono definite "badanti", si usano le parole "etnie" e "culture" al posto dell'indicibile "razze" (ma il significato è lo stesso).
I drammatici avvenimenti di Rosarno - All'inizio del 2010, a Rosarno, in Calabria, di fronte alla protesta di centinaia di immigrati ridotti in condizioni di semi-schiavitù - "utilizzati" per la raccolta di frutta e pomodori - si scatena una vera e propria caccia all'uomo, da parte della popolazione del luogo, con il ferimento di molti migranti.
Si tratta di avvenimenti drammatici che danno all'emergenza razzismo un carattere di priorità assoluta. Perchè rendono evidente che è proprio su tale questione che si misura, innanzitutto, il grado di tenuta della democrazia italiana.
O si ha un salto di qualità nella capacità di rispondere unitariamente da parte di quanti, soggetti collettivi e persone, che il razzismo lo rifiutano (seppure depressi e dispersi, continuano ad esistere), o avvenimenti così gravi si ripeteranno, incoraggiati dalle affermazioni vergognose di ministri della Repubblica quali il leghista Maroni - Ministro dell'Interno - [che ha addebitato ai migranti la responsabilità di quanto è avvenuto a Rosarno, insinuando una loro possibile appartenenza ad organizzazioni malavitose (successive idagini hanno portato alla luce, anche dal punto di vista giudiziario, ciò che era sotto gli occhi di tutti, e cioè le attività criminali di cui gli immigrati erano vittime)].
Razzismi vecchi e nuovi - Il tema immigrazione è collegato strettamente a quello del razzismo, ma quest'ultimo ha un'area di riferimento più vasta, che va oltre il cosiddetto clandestino, l'islamico, il migrante, lo straniero.
Idee, mentalità, comportamenti razzisti si riversano, sempre di più, su ogni tipo di diversità e costituiscono un veleno sottile che progressivamente corrode l'intero tessuto sociale.
In tale tipo di processi degenerativi si sa da dove si parte (magari dalle norme e dalle ordinanze per la "sicurezza dei cittadini" - intendendo per cittadini quelli italiani "doc" -), ma non si sa dove si può arrivare. Già siamo ai carceri speciali (i CIE - Centri di Identificazione e di Espulsione -*), ai pestaggi, alle cacce all'uomo, ai pogrom, ma in tempi non troppo lontani si è giunti ai vagoni piombati ed ai campi di sterminio, nell'acquiescenza, nell'indifferenza, nella pavida sottomissione dei più.
Da tempo ormai non si ha più il razzismo classico, o, meglio, non si ha più soltanto il razzismo classico, quello che si basava sulla superiorità della "razza bianca" - anche perchè nel frattempo il concetto di razza è stato "demolito" scientificamente ["non vi è che una razza, quella umana", citando Einstein] -, ma si è affermato un razzismo nuovo, aggiornato, più sottile, quello "differenzialista", che si fonda sulle differenze, ritenute inconciliabili, fra le culture (e suddivisibili,
* I CIE, in cui vengono rinchiusi i migranti non in possesso di un regolare permesso di soggiorno, per un periodo che può essere anche di 6 mesi, rientrano appieno – anzi ne sono un cardine - nelle politiche di esclusione, di respingimento, di chiusura degli attuali governanti [i CIE, secondo molti giuristi, sono un'aberrazione giuridica (al di fuori della Costituzione)] e sono avvallati da indirizzi europei che tendono a tutelare la "fortezza Europa" ( sono un'attuazione "al peggio" di tali indirizzi).
queste sì, in "inferiori" e "superiori"). Per cui è bene che ognuno stia al suo paese, o, se vi sono persone che vogliono venire in "casa nostra" (ed, in effetti, la loro presenza può fare comodo - per
fare i lavori più pericolosi, faticosi, disagiati, tipo i turni nelle fabbriche che usano sostanze nocive o la raccolta della frutta e dei pomodori o l'assistenza agli anziani ed ai disabili -), ci devono stare in condizioni di semi-schiavitù.
I razzismi nuovi e vecchi (perchè si registrano tuttora "pensieri", si fa per dire, ed atti alla Klu Klux Klan – ed i fatti recenti di Rosarno stanno indubbiamente a dimostrarlo -) si intrecciano con la xenofobia (la diffidenza, alimentata dall'allarme terrorismo, per lo straniero, che in molti casi
diventa addirittura avversione e odio), e con l'intolleranza verso i "diversi" – o, meglio, i considerati tali dai cosiddetti "normali" (dove passa, infatti, il confine fra normalità e diversità? ognuna/o è uguale, per certi aspetti, e differente, per altri, nel contempo, a chi le e gli sta vicino e in questo consiste, o dovrebbe consistere, la bellezza e la ricchezza dell'esistenza umana) -.
Razzismo, xenofobia, intolleranza diffusa: si tratta di una miscela esplosiva che sta provocando danni incalcolabili alla convivenza sociale e civile di questo Paese – ma non solo di questo Paese -.
Progetti di governo per l'immigrazione (un lavoro di lunga lena) - E' chiaro che per risalire la china occorre un lavoro essenzialmente culturale di grande respiro e di lunga lena, che dovrà mettere insieme tutte le energie e le risorse disponibili per agire in profondità, per entrare in contatto con chi oggi è dominato dalla paura e vive nell'insicurezza, per rapportarsi alle nuove generazioni – a partire dai luoghi di studio -, per riuscire di nuovo ad incidere sul senso comune.
Ma è altrettanto chiaro che non vi saranno tempo e spazio per un lavoro del genere se non si interviene su quello che sta accadendo quotidianamente (con azioni di denuncia, d'informazione, di protesta, di sostegno a chi viene colpito dalle diverse forme di razzismo, quelle che promanano dalle istituzioni e quelle che si sviluppano a livello sociale).
Governare l'immigrazione è possibile, nel senso dell'inclusione, del riconoscimento dei diritti di cittadinanza a tutte/i coloro che vivono sul nostro territorio, dell'avvio di reali processi di convivenza, basati sull'incontro, sul confronto, sull'intreccio, o metissage (meticciato), fra persone e culture diverse.
Esistono elaborazioni proprio in questa direzione, che nascono dalle esperienze concrete maturate in varie realtà locali e dalle riflessioni scaturitene (nell'ambito di Magistratura Democratica, dell'ASGI - Associazione Studi Giuridici Immigrazione -, dell'associazionismo, del volontariato, del sindacato, dell'autorganizzazione dei migranti).
Tutto sommato, coglieva elementi importanti di tali elaborazioni, seppure con diversi limiti, la proposta di legge Amato-Ferrero, preparata faticosamente, durante il breve intervallo, nell'arco del perdurante regime berlusconiano, costituito dal governo Prodi, dal 2006 al 2008 (proposta che, però, non ha avuto tempo, e nemmeno il sostegno di un'adeguata volontà politica, per diventare legge).
La "fortezza Europa" e la libertà di circolazione delle persone – Le questioni che riguardano l'immigrazione non sono comunque un capitolo a parte, ma toccano punti importanti delle politiche sociali – o della progressiva mancanza di politiche sociali – in Italia. E s'intrecciano pure con l'arretramento, sempre più evidente e marcato, dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Tanto che si coglie un uso strumentale, da parte delle forze dominanti, del fattore "immigrazione", ormai ineliminabile, per compiere un attacco agli strumenti di tutela che il movimento operaio aveva conquistato con la lotta, nel corso del "secolo breve" (il ventesimo, secondo la definizione dello storico Hobswam).
Anche su questo terreno quanto è accaduto a Rosarno, punta dell'iceberg di un sistema di sfruttamento ampiamente diffuso, è di un'evidenza esemplare.
Le questioni dell'immigrazione hanno anche una dimensione europea, perchè la linea di chiusura della fortezza Europa alle correnti migratorie non è solo dell'Italia (anche se in Italia trova la sua punta più avanzata e più brutale), come mette bene in luce il bel film "Welcome" - che si svolge in Francia -, uscito nel 2009.
Sicuramente va affrontata, in questa ottica, la libertà di circolazione delle persone, che non può essere limitata o annullata, mentre viene riconosciuta alle merci ed ai capitali.
Ma mentre si cerca di sviluppare un confronto sugli aspetti generali, di fondo - e ciò richiederà tempi lunghi ed un'inversione di rotta decisa rispetto alla situazione attuale [ed una riconsiderazione di fondo dei "modelli" di inserimento dei migranti messi in atto nei Paesi che hanno vissuto l'esperienza migratoria prima dell'Italia (semplificando molto, quello "multiculturale" della Gran Bretagna, quello dell'integrazione - tramite l'attribuzione della cittadinanza - della Francia, quello dei "lavoratori ospiti" della Germania, rivelatisi tutti con notevoli limiti)] -, non si può che partire dalla difesa "senza se e senza ma" (come si è detto del "no alla guerra" al tempo - sembra secoli fa, ma sono passati solo pochi anni - in cui dai Social Forum veniva una grande spinta verso "un altro mondo possibile") dei diritti sociali, civili, umani delle persone in carne ed ossa che sono qui accanto a noi, un'azione condotta insieme, nativi e migranti, in modo da contrapporre alle piccole, meschine, chiuse in se stesse patrie leghiste e razziste un vecchio motto, che risuonava già nelle canzoni anarchiche di fine Ottocento: "Nostra patria è il mondo intero ...". Facendo, di questa difesa, un punto essenziale perchè non vengano minate alle radici la democrazia e la civiltà, a rischio in Italia come mai prima di ora, dal 1945 ad oggi.
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