A distanza di 22 anni dal referendum che ha bocciato l’energia nucleare, il governo italiano ha deciso di riaprire il tavolo di una sua seconda stagione. L’obbiettivo del governo è di arrivare a coprire il 25% del fabbisogno nazionale di energia, allentando la fame di petrolio della penisola. L’Italia è il settimo importatore al mondo di petrolio, secondo il memorandum d’intesa tra Enel e la francese Edf, la prima centrale nucleare nazionale diventerà operativa per il 2030: è prevista, inoltre, la costruzione di altri tre impianti. Per quella data si stima che la spesa nel mondo per i reattori arriverà a millemiliardi di dollari: un affare d’oro, quello della corsa verso il nucleare civile. Rimane però sempre il solito vecchio problema delle “scorie”, al quale ancora non è stata trovata una soluzione. Sappiamo che ci vorranno ancora altri quattro anni, se tutto va bene, per saldare i conti con la breve stagione di produzione delle vecchie centrali. In questi giorni è stato pubblicato il decreto di compatibilità ambientale per il decommissioning della centrale di Trino Vercellese che dovrebbe concludersi nel 2013 e che sarà la prima delle quattro ex centrali nucleari italiane a essere smantellata. Al suo interno ci sono ancora 47 elementi di combustibile irraggiato e altre 7mila tonnellate di materiale. Un’eredità pesante che non si sa come smaltire. Il dossier scorie radioattive è ancora aperto: il generale Carlo Jean, in un’audizione del 2003 in Parlamento, aveva dichiarato che erano 58mila i metricubi di sostanze radioattive presenti in Italia, custodite anche in impianti per il trattamento del combustibile e in centri per la ricerca scientifica a cui vanno ad aggiungersi ogni anno 500 tonnellate provenienti dalle strutture sanitarie. Recente è inoltre la notizia del ritrovamento a Padova di 500 fusti di rifiuti tossici abbandonati in un capannone a poca distanza dal casello A4 di Verona. Li ha scoperti la Finanza all’interno di uno stabile di proprietà di una società immobiliare.Tutto il materiale, capannone compreso, sono stati sequestrati. Ma i casi di rifiuti tossici che gravano sul nostro territorio sono innumerevoli. Anche il nostro mare ne è fortemente colpito: sulle coste della Calabria una delle navi dei veleni torna a lanciare l’allarme radioattivo. La vicenda non dovrebbe stupire visto che è stata denunciata a più riprese negli ultimi due decenni.Nel 1996, in occasione di una conferenza stampa, Legambiente rivelò l’esistenza di una società, la Odm (Oceanic Disposal Management), che si presentava su Internet offrendo i suoi servigi di affondamento su commissione. Era già in vigore la Convenzione di Londra che vieta espressamente lo scarico in mare di rifiuti radioattivi, ma la Odm, che operava dal 1987, sosteneva che non si trattava di scarico in mare ma sotto il mare. La tecnica proposta consisteva nell’uso di una sorta di siluri d’acciaio di profondità che, grazie al loro peso e alla velocità acquisita durante la discesa, si inabissano all’interno degli strati argillosi del fondale marino penetrando ad una profondità di 40-50 metri. Oltre all’affondamento “controllato” erano poi all’opera altre organizzazioni clandestine, che praticavano l’affondamento selvaggio basato sull’inabissamento di vecchie carrette, poi fatte sparire misteriosamente, spesso senza lanciare il May-Day. Tutto ciò è stato più volte reso pubblico da inchieste giornalistiche, da associazioni ambientaliste, datestimoni pentiti, tuttavia nulla, o quasi, è stato fatto a livello governativo. Il mare e le coste della Calabria sono stati trasformati in un cimitero radioattivo, tollerando la crescita di picchi di tumore nelle popolazioni più esposte. Continuare ad annunciare l’avvio del nucleare non costa nulla, peccato poi non si riesca a capire concretamente in quali aree del paese dovrebbero comparire gli impianti. Grazie alle denuncie dei media, siamo consapevoli dell’opinione della popolazione e dei conflitti istituzionali e sociali che l’ipotesi di un reattore vicino casa potrebbe alimentare ma nulla viene fatto per scongiurare il pericolo. Solamente undici regioni (Piemonte,Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Calabria,Puglia, e Basilicata) hanno detto “NO” al nucleare dopo l’appello delle associazioni ambientaliste (in primis Legambiente, Greenpeace e WWF) che hanno chiesto il ricorso alla Corte Costituzionale per fermare il provvedimento sul nucleare.
Elena Saccomanni
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