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Le donne, la violenza, gli uomini

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“Chi pensa male parla male e vive male” diceva il Nanni Moretti/Michele Apicella di “Palombella Rossa”. Quando invece non ci sono nemmeno le parole (esiste ‘omicidio’ ma per l’uccisione di una donna non esiste corrispettivo – tanto che ci tocca usare neologismi attaccaticci) vuol dire che siamo di fronte ad un’autentica rimozione. E una rimozione collettiva, verrebbe da dire, se il fenomeno, coi suoi incredibili numeri (nel 2011 in Italia si sono consumati circa 12 femminicidi al mese…), appare ancora come una discussione a latere, una questione di donne, una riflessione legata ai temi di genere.

Sembra invece una questione sociale aperta: le dimensioni di questa forma di barbarie hanno i contorni del problema culturale. Sembra, e forse è davvero, una forma di regressione.

Così arriviamo ad individuare alcune domande, semplici, basilari ma necessarie: la questione della violenza sulle donne riguarda solo le donne? Se io sono una donna e non ho mai fatto del male ad un’altra donna sono autorizzata a non occuparmene? E se sono un uomo posso dire che il tema non mi riguarda?

Il tema in realtà riguarda tutti e, in primo luogo, un suo aspetto è fondamentale: quanto sia importante che oggi i padri si prendano un posto nella vita e nell’educazione dei propri figli, quanto le madri abbiano la responsabilità di lasciare spazi e quanto non siano certo le donne a poter dire agli uomini come si fa il padre e forse nemmeno come si fa l’uomo. Una questione di autodeterminazione, da una parte e dall’altra.
Il prossimo appuntamento di “Il nodo e la forbice”, ciclo di incontri organizzato dall’associazione “Circuito Corto” col patrocinio del Comune di Incisa in Valdarno, si svolgerà giovedì prossimo, 8 novembre presso ‘Casa Petrarca’ ad Incisa, alle ore 21,00, ed ha proprio questo come argomento.

Abbiamo sentito Annalisa De Luca, una delle volontarie dell’associazione, per farci raccontare meglio di cosa si tratta.


- La nostra associazione ‘Circuito Corto’ gestisce il mercatino dell'usato del paese e si è trovata, nel corso del tempo, a mettere insieme donne delle più diverse provenienze e condizioni. Nel gruppo che si è formato, ci è venuta la voglia di cominciare a parlare di noi, di ‘a che punto siamo’. Dopo gli anni della consapevolezza e della messa in discussione è infine seguito il dibattito pubblico, o accademico o fra persone impegnate sul femminile. Tornando alla nostra associazione, in occasione dell’8 marzo scorso abbiamo messo in scena alcuni brani tratti dai “Monologhi della vagina” (opera teatrale del 1996 di Eve Ensler poi pubblicata anche in volume, ndr) ed e' stato un successone. Da lì sono nati una serie di incontri sui diversi aspetti del femminile (l'elenco è qui http://www.circuitocorto.org/interno/iniziative.htm, ndr).

Con ‘Il nodo e la forbice’ abbiamo scelto di aprire una finestra sullo sconosciuto: si tratta di incontri con un minimo di struttura, nel senso che si prepara un filo rosso di temi da proporre, ma non ci sono né esperti né conclusioni. Non è un gruppo di autocoscienza, né si ricerca necessariamente la condivisione dell’esperienza. Si cerca soprattutto di porre domande scomode e vedere cosa succede. Non ci facciamo spaventare dai silenzi, ne escono sempre cose interessanti.

 

Prima mi spiegavi che le vostre iniziative sono ovviamente rivolte alle donne e frequentate quasi esclusivamente da donne. Permettimi una domanda banale: perché stavolta ci vogliono gli uomini? Cosa pensi debba venir fuori dal contributo maschile?

- Ho l’impressione che gli uomini non riescano nemmeno ad essere solidali con le donne che subiscono violenza. Vorrei capire cosa ne pensano, cosa sentono, come pensano che si possa reagire, cosa vorrebbero fare. Quando ci è capitato di venire a conoscenza di casi di violenza anche pesanti, la prima reazione degli uomini attorno a noi è stata quella di uno sfogo altrettanto violento, di restituire le “botte” al ‘carnefice’, magari riunendosi in tre o quattro... L’alternativa ‘classica’ è passare alla denuncia lasciando che la violenza la gestisca lo stato.

 

Per tornare all’ossessione iniziale sulle parole: tu credi che esista una necessità di “parole per dirlo” anche da parte degli uomini? Credi che siamo pronti per capire cosa voglia dire “uccidere” una donna, la moglie, la compagna?

- Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.

 

E allora come si mette in piedi un “sano” confronto di genere?

- Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.

 

“Verità” in che senso?

- Che ogni “soluzione”, restare come denunciare, non porta che altro dolore e allora ti chiedi: “ma possibile che davvero non ci sia un’altra via”?

 

Secondo te, da donna, c’è un’altra via?

- Quando durante l'ultima festa di compleanno della mia figlia maggiore ho sentito una sua coetanea dare di “femminuccia” ad un loro amico durante un gioco, ho pensato di no. Poi ho ripensato a come è cambiato il mio rapporto con le mie figlie da quando ho cominciato anche solo a pormi domande su questi temi e mi sono detta che può bastare anche poco. Che su queste cose lo scarto fra il dolore e il sollievo può essere basato anche solo, appunto, sul trovare le parole.

 

Cosa intendi? Com’è cambiato il rapporto che hai con le tue figlie?

- Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine. Poi c’è molto che succede o ti viene raccontato e nemmeno sai perché ma un gioco banale come scrivere su dei bigliettini anonimi cosa vuol dire per ognuno essere maschio o femmina e poi rileggerli può portare grandi sorprese. Sì, succede così tanto che non si può spiegare perché loro sono più liber*, fanno prima, appena vedono uno spiraglio ci si tuffano dentro. Il rapporto fra i sessi è la base di un’esistenza felice, i bambini lo sanno meglio di noi.

(Antonio Desideri)

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 06 Novembre 2012 08:55 )  

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