Molti annunciano lo scoppio di una crisi senza precedenti, un’incrinatura nella santa alleanza delle “petro-monarchie”: i paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno isolato il Qatar. Sebbene anche i più attenti alle dinamiche interne al conflitto siriano e al ruolo che tali paesi hanno giocato per conto delle compagini legate ad Isis, al-Nusra e salafiti, mettano spesso Arabia Saudita e Qatar sullo stesso piatto della bilancia internazionale, i rapporti tra questi due paesi non sono mai stati distesi. Basti ricordare la le tensioni del 2014, anno in cui Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ritirarono i loro ambasciatori dal territorio qatariota.
La maldestra amministrazione Trump ha esacerbato le tensioni interne ad un processo tutt’altro privo di frizioni: quello di accentramento politico ed economico nel Golfo di cui l’Arabia Saudita vorrebbe essere centro propulsore.
Una transizione tesa alla costruzione di un’area comune di libero mercato, di istituzione di una moneta unica, di realizzazione di un esercito comune, di allineamento delle politiche estere e commerciali, lenta e incespicante proprio a causa delle contraddizioni generate dalle rivalità tra i singoli paesi: Arabia Saudita e Qatar in primis.
Un’opera di passaggio frutto dell’evoluzione di soggetti politico-economici che stanno intessendo relazioni produttive, economiche e sociali che vanno al di fuori della penisola araba. La stretta regionalista di un capitalismo sempre più aggressivo e proiettato verso l’internazionalizzazione. Per citare Adam Hanieh, un capitale “Khaleeji” sempre più aggressivo, forte di settori quali le tele-comunicazioni, i trasporti, la logistica, l’edilizia, il re-tailing, la siderurgia pesante e l’energia. Un capitalismo che si serve di Fondi Sovrani da miliardi di dollari nella sua scalata all’Occidente e non solo.
Il Casus belli della richiesta portata avanti da Usa, Arabia Saudita et alliés nei confronti del governo qatariota è che questi cessi di sostenere il terrorismo internazionale identificato con la Fratellanza Musulmana e l’Iran. Per quanto possa apparire singolare che proprio paesi quali gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si permettano di dare lezioni di lotta al terrorismo (“il bue che dà di cornuto all’asino”) ad un paese che di certo non è scevro da implicazioni, occorre valutare la portata di questo attacco.
Per quanto riguarda l’accusa di sostegno alla Fratellanza Musulmana, si tratta di una mossastrumentale volta a indebolire il Qatar, oltre che di un tentativo effettivo di limitare l’influenza di quest’ultima.
Al centro del mirino il sostegno qatariota ai Fratelli Musulmani in Egitto cessatoufficialmente con la caduta di Morsi a favore del “filo-saudita” al Sisi, ma perseguito con politiche di accoglienza nei confronti degli espatriati egiziani in territorio qatariota e sotto altre forme. Sotto tiro anche il supporto ad Hamas, cui il Qatar, a quanto sembrerebbe dalle ultime dichiarazioni, è disposto a rinunciare, con grande soddisfazione dell’Arabia Saudita la quale può consegnare la testa di Hamas a Israele quale segno di buone intenzioni. Sotto scacco anche gli aiuti congiunti con la Turchia a una delle compagini in competizione per il controllo della Libia dove si scontrano varie fazioni spalleggiate dalle altre potenze.
Sull’accusa al Qatar di connivenza con l’Iran, il fatto che lo stato qatariota condivida con quest’ultimo il bacino del South Pars-North Dome non costituisce una giustificazione credibile per le pressioni odierne. Specialmente alla luce l’impegno qatariota in Siria nel contrastare l’Islamic Pipeline che doveva portare il gas iraniano fino allo sbocco sul mercato europeo. A poco può dunque valere l’offerta di aiuto al Qatar dell’Iran, il quale spera di sfruttare a proprio vantaggio la spaccatura tra le Monarchie.
Il nocciolo della questione “iraniana” in questa crisi è che l’Arabia Saudita ha deciso di strumentalizzare le titubanze qatariote riguardo a una stretta congiunta contro il “nemico sciita”, dovute sì alla paura di un dominio saudita e non già ad una complicità con l’Iran. L’Arabia Saudita, forte del sostegno Usa, sta usando il pugno di ferro per spazzare via i rivali e per porsi come egemonia regionale ed interlocutore privilegiato dell’Occidente.
Il blocco dei confini ad opera di Arabia Saudita, Egitto, EAU e Yemen sta ostacolando le principali attività economiche del Qatar, non ultime quelle di costruzione relative al Mondiale di calcio del 2022, fautrici di numerose joint-venture internazionali da milioni di dollari. L’indice della borsa qatariota è crollato di circa il 7%.
E la Turchia cosa spera di ottenere? Di certo possiamo contare sul suo malumore a seguito della decisione di Trump di armare i curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, l’altra faccia della medaglia della politica estera americana in Siria, e sulle tensioni con gli Usa e l’Arabia Saudita alla vigilia del famoso colpo di stato dell’estate 2016, dovute ad aperture diplomatiche verso Assad. Ma la verità è che Erdogan non vuole rinunciare alla possibilità che la Turchia eserciti un ruolo da potenza egemone in Medio Oriente e per farlo sta sfruttando il ruolo di mediazione che si è ritagliato.
Alla luce di tutto ciò, la condanna del supporto iraniano al terrorismo appare più che funzionale alle mire saudite: occorre anche dire che i due attentati in Iran rivendicati dall’Isis si avvalgono di un tempismo più che perfetto al riguardo, senza scadere però nel complottismo.
La dichiarazione di solidarietà all’Iran del Presidente Trump, a seguito degli attentati, ripercorre i toni dell’accusa: “gli Stati sponsor del terrorismo rischiano di cadere vittima del male che promuovono”. L’Iran sostiene Hezbollah e le milizie sciite in azione in Yemen e Bahrein contro gli interessi sauditi, certamente non quel terrorismo di matrice Wahhabbita e salafita che tanto piace agitare come spauracchio agli Usa e all’Occidente. In questo senso il “terrorismo iraniano” scomodo ad Arabia Saudita, Usa e restanti paesi altro non è che l’impegno sciita nella regione.
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