"Progetto Mediterraneo" - Storia e conflitti dei Balcani

Domenica 11 Settembre 2016 11:06 stefano maulicino
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Gli elementi di pluralismo etnico e religioso tipici dell'area balcanica si sono risolti, soprattutto in epoca moderna, in una endemica instabilità e frammentazione politica che è stata alla base di sanguinosi conflitti armati. Da qui nasce il termine "balcanizzazione" ad indicare, appunto, una condizione cronica di disordine e contrasti interni che culmina nello smembramento di un paese in più staterelli rivali tra loro. Tuttavia, la diversità delle identità etniche, religiose e culturali non è di per sé una chiave di lettura sufficiente per comprendere i conflitti che hanno insanguinato la regione. Essa è, da un lato, il risultato di lunghi processi storici e, dall'altro, fornisce una base di divisioni sulle quali si innestano ulteriori ostilità e contrasti politici, economici e culturali stratificati nel corso del tempo. Un ruolo importante hanno giocato le secolari dominazioni straniere e le lotte tra le grandi potenze europee per il controllo della regione balcanica, strategica per le comunicazioni tra Europa e Medio Oriente.

A partire dal XIV secolo, i Balcani furono teatro degli scontri tra l'impero turco-ottomano che si espandeva da sud e l'impero degli Asburgo da nord. Anche i veneziani si espansero in Dalmazia, nell'attuale Croazia, tra il XV è il XVIII secolo. Queste dominazioni straniere posero fine all'indipendenza dei regni medievali dei popoli slavi, creando tra di essi ulteriori divisioni. I serbi furono assoggettati con la forza dai turchi ma continuarono a coltivare la propria coscienza nazionale, grazie anche alla tolleranza religiosa degli ottomani che permise la sopravvivenza della chiesa serbo-ortodossa come istituzione autonoma. Sloveni e croati cattolici, invece, riconobbero gradualmente il dominio degli Asburgo, baluardo dell'Europa cristiana. Inoltre, tali conflitti complicarono notevolmente la composizione etnica dell'area, promuovendo la fuga di grandi masse di serbi che si dispersero in tutta la regione attraversata dal Danubio. Fu proprio nel XVII secolo che il vuoto lasciato dall'esodo dei serbi dal Kosovo fu colmato dagli albanesi musulmani. In Bosnia, invece, buona parte della popolazione si convertì all'Islam introducendo un nuovo elemento di divisione religiosa. Nel corso dell'Ottocento si diffusero anche nei Balcani le ideologie rivoluzionarie liberali e la cultura del romanticismo, che esaltavano i valori borghesi della nazione, dell'etnia, della lingua e della sovranità popolare. Ciò portò a nuovi fermenti culturali e politici indipendentisti che misero in crisi gli imperi multietnici degli Asburgo e degli Ottomani, convinti di poter soffocare lo sviluppo nazionale dei popoli balcanici. Anche l'impero degli Zar di Russia si gettò nella contesa, presentandosi come protettore degli slavi del sud che cominciavano a ribellarsi al dominio di Istanbul.

Nel 1876, con il pretesto di fermare repressione ottomana delle rivolte in Bosnia-Erzegovina e Bulgaria, la Russia sconfisse in guerra la Turchia, costringendola a ritirarsi quasi completamente dai Balcani con la "pace di Santo Stefano". Solo grazie alla mediazione di Bismarck, le potenze europee raggiunsero un compromesso per evitare la completa egemonia russa nella regione: il Congresso di Berlino del 1878 sancì l'indipendenza dalla Turchia di Bulgaria, Montenegro e Serbia che passarono sotto l'influenza russa, mentre la Bosnia e l'Erzegovina andarono in "amministrazione temporanea" all'Austria-Ungheria. Il nuovo stato di Romania finì, invece, nell'orbita di Berlino. La Gran Bretagna riuscì a conservare l'indipendenza dell'impero ottomano che, anche se ridimensionato quasi ai soli territori asiatici, manteneva la Russia lontana dal mediterraneo. L'Albania, divisa in vari principati, restava sotto controllo turco, per ottenere l'indipendenza solo nel 1911 a seguito della prima guerra balcanica, quando una coalizione tra i nuovi Stati indipendenti sconfisse militarmente la Turchia. Anche questa volta Austria e Germania intervennero, istituendo il principato d'Albania per impedire alla Serbia, alleata della Russia, lo sbocco sull'Adriatico.

La fine del dominio turco, però, non portò stabilità politica nella regione. La frammentazione dei nuovi Stati, formalmente indipendenti ma piccoli e deboli, li manteneva in balia degli interessi e delle rivalità tra le grandi potenze europee. Inoltre, ognuno di essi coltivava ambizioni espansionistiche ai danni dei propri vicini, ambizioni che si legittimavano mediante il ricorso al nazionalismo. Persino l'idea di unificare gli slavi del sud in un unico stato "jugoslavo" alimentava nuovi conflitti secondo le linee di divisione tradizionali tra i popoli cattolici fedeli agli Asburgo e quelli cristiano-ortodossi che guardavano alla Russia. Le province austro-ungariche di Slovenia e Croazia chiedevano la costituzione di un regno slavo all'interno dell'impero. Qui si diffuse il "trialismo", tendenza politica volta a trasformare la duplice corona austro-ungarica in una triplice monarchia, attribuendo pari dignità alla nazionalità slava accanto a quella austriaca ed ungherese. Questa ipotesi offriva a Vienna la possibilità di rinnovare l'impero multinazionale con la leale collaborazione delle élite slave e di consolidare il controllo sulla Bosnia e l'Erzegovina. A Belgrado, invece, prese corpo l'idea di una "missione liberatrice" in capo alla monarchia serba che avrebbe voluto unificare le terre slave dell'impero asburgico, annettendole al proprio regno come il Piemonte aveva fatto con gli Stati italiani. Si parlava, non a torto, di "polveriera balcanica": in questo contesto di rivalità e nazionalismi incrociati, locali ed europei, scoppiò la scintilla della prima guerra mondiale, quando a Sarajevo, in Bosnia, il nazionalista serbo Garvilo Princip uccise l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Asburgo e fautore del trialismo.

Dopo essersi combattuti su fronti opposti (croati e sloveni nell'esercito austro-ungarico, serbi e montenegrini al fianco dell'intesa) gli slavi del sud costituirono il "Regno dei Serbi, Croati e Sloveni", dall'unione di Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Dalmazia, Macedonia, Bosnia ed Erzegovina sotto la dinastia serba dei Karadjordjevic. Ma il giovane Stato nasceva su basi fragili, dominato dall'instabilità e dal conflitto politico-istituzionale tra le tendenze autonomiste e federaliste croato-slovene e quelle centraliste dei serbi, che identificavano la nuova Jugoslavia con il sogno nazionalista della "grande Serbia". Prevalse uno stato centralizzato che alimentava il vortice dei nazionalismi frustrati e del rancore anti-serbo delle altre nazionalità, sullo sfondo della crisi economica e della lotta di classe promossa da un forte partito comunista.

Questi conflitti sfociarono, durante la seconda guerra mondiale, nello smembramento del regno e nella persecuzione della popolazione serba ad opera soprattutto del regime nazionalista, fascista e cattolico degli Ustascia croati di Ante Pavelic, ma anche da parte dei musulmani bosniaci e degli albanesi del Kosovo. Solo il nazionalismo croato uscì rafforzato dalla spartizione della Jugoslavia tra le potenze dell'Asse: Ante Pavelic ottenne da Mussolini la Bosnia-Erzegovina in cambio della Dalmazia, che gli italiani consideravano una "terra irredenta" insieme all'Istria e dove attuarono una politica di italianizzazione forzata della popolazione di lingua slava. Anche l'instabile Albania cadde, negli anni Venti, sotto la tutela dell'Italia fascista e venne da questa occupata nel 1939.

Protagonista assoluto della resistenza jugoslava divenne il partito comunista guidato dal croato Josip Broz "Tito", che organizzò il movimento di liberazione mettendo da parte le divisioni etniche ed integrando su base paritaria tutte le nazionalità in nome dell'internazionalismo proletario. Liberato il paese senza l'intervento militare degli alleati, la Jugoslavia fu rifondata come repubblica socialista federale, in cui le sei repubbliche costituenti godevano di ampia autonomia e pari rappresentanza negli organi centrali. Questo inedito equilibrio basato sul decentramento e l'autogestione territoriale, assicurò un lungo periodo di stabilità politica e prosperità economica. Tuttavia, le ideologie nazionalistiche, duramente represse da Tito, riemersero prepotentemente dopo la sua morte nel 1980, sebbene in forme del tutto nuove come reazione alla crisi politica che lo Stato stava attraversando. La crisi economica, a partire dal 1973, aveva accentuato il divario tra gli stati più ricchi e industrializzati del nord (Slovenia e Croazia) ed il resto del paese, alimentando gli egoismi delle élite nazionali. I potentati locali, infatti, cominciarono ad intravedere grandi opportunità di arricchimento nella liberalizzazione dell'economia socialista e nella disintegrazione dello Stato federale. La crisi del blocco comunista sovietico nell'Europa orientale diluiva, inoltre, un collante fondamentale dell'unità jugoslava come l'ideologia comunista, che venne subito rimpiazzata dal nazionalismo come fonte di legittimità politica e come prassi per gestire la transizione all'economia di mercato. La federazione si disgregò durante gli anni Novanta, nel corso di una sanguinosa guerra civile che ha visto l'intervento esterno della Alleanza Atlantica. Le operazioni di "pulizia etnica" attuate dalle parti in conflitto – cioè il tentativo di eliminazione sistematica delle minoranze etniche rivali mediante deportazione e genocidio – resta una pagina drammatica nella storia della regione.

Anche l'Albania, dopo la morte del leader comunista Henver Hoxha nel 1985, subì i contraccolpi della transizione al multipartitismo ed all'economia di mercato. L'instabilità politica, il dilagare della corruzione e le precarie condizioni economiche incentivarono un vero e proprio esodo migratorio verso la vicina Italia.

Le guerre nelle ex-Jugoslavia hanno lasciato in eredità un contesto di instabilità che rende i principali paesi dell'area simili a protettorati delle potenze europee occidentali e che favorisce la proliferazione di attività illecite, come i traffici di armi, droga e lo sfruttamento della prostituzione. Ad eccezione della Slovenia e della Croazia, che presentano economie più floride e sono membri Unione Europea e della Nato, resto dell'area il tessuto economico e politico rimane precario, mentre continuano a pesare le tensioni di una geografia politica che segue le linee di divisione etniche e premia elettoralmente i partiti nazionalisti. Emblematica è la situazione della Bosnia-Erzegovina, divisa in due entità statali: la repubblica serba e la federazione creato-musulmana, all'interno delle quali sono presenti, comunque, diverse minoranze.

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