
Una giornata di studio e riflessioni - Dicembre 2016 -
Patrocinio Università degli Studi Firenze
Forum/Convegno - Mostra video e fotografia "Mediterraneo. Quale pace?
Verso e attraverso: le sponde uniscono ciò che il mare unisce e separa"
A cura di: Associazione D.E.A. onlus - Centro Studi - Archivio DEApress
SDIAF(Sistema Documentario Integrato dell'Area Fiorentina)
Accademia Toscana di Scienze e Lettere "la Colombaria"
Riflessioni sull'economia nel Mediterrano - Intervento di Luca Bargigli
1. Natura della UE, sua strategia nel Mediterraneo
Il mio intervento si sviluppa adottando una fondamentale chiave di lettura, ovvero la caratterizzazione della Ue come polo imperialista. Da questa chiave di lettura che argomenterò tra un attimo derivano due corollari. Il primo corollario è l’esistenza di una competizione tra poli imperialisti a livello globale, che coinvolge per quanto riguarda l'area del mediterraneo in particolare: UE a guida (franco-)tedesca, USA, GB, Russia, potenze regionali (Arabia Saudita, Turchia, Qatar). Una competizione che diventa sempre più acuta, proiettando tutti noi in uno scenario di guerra in atto. Il secondo corollario è la irriformabilità delle strutture del capitale e quindi l’impossibilità della trasformazione della Ue in una Europa dei popoli o che dir si voglia.
Se l'età dell'imperialismo è caratterizzata dal sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo, ebbene l'unione europea è proprio una tale associazione di capitali monopolistici. Ce lo dicono il livello raggiunto dalla integrazione transfrontaliera dei capitali sia nella sfera finanziaria che in quella industriale, secondo una logica di progressiva concentrazione del potere economico. Ce lo dice la corrispondenza tra i processi di integrazione / centralizzazione nella sfera economica e quelli nella sovrastruttura politica, orientati alla concentrazione sempre maggiore del comando politico. Ce lo dice il legame tra ristrutturazione interna e proiezione esterna, oltre i confini della “fortezza europa”, perché ovviamente non può esistere un polo imperialista senza i propri "cortili di casa".
Sul piano della ristrutturazione interna assistiamo a una continua ridefinizione nel senso dell'inasprimento delle gerarchie, che ha condotto alla creazione di "periferie interne", in particolare l’area euromediterranea nel nostro caso, che diventano terreno di conquista per le frazioni dominanti della borghesia europea.
Sul piano della proiezione esterna la strategia europea si è rapidamente rinnovata dopo le svolte del 1989-1991. Per quanto non sia esistito un vero processo di decolonizzazione, nel senso che gli stessi stati post coloniali sono il prodotto di una subordinazione che senza interruzione di continuità si è perpetuata nel tempo, il nuovo contesto ha permesso alla borghesia europea di passare all'offensiva e modificare gli equilibri a proprio vantaggio. In questo senso vanno interpretati i passaggi legati al cosiddetto "Processo di Barcellona" (1995),i successivi accordi di associazione realizzati sotto l’ombrello della “politica europea di vicinato” (2004) e la nascita della cosiddetta “Unione del Mediterraneo” (2008).
Questi passaggi hanno determinato nel tempo una persistente pressione nei confronti dei paesi aderenti, per quanto riguarda in particolare la ristrutturazione del sistema economico-finanziario spesso caratterizzato da una forte presenza statale eredità dei processi di liberazione coloniale. Si trattava e si tratta in definitiva di liquidare l’eredità più progressista di quelle esperienze nella sfera economica e politica.
Gli accordi hanno portato alla apertura agli investimenti esteri, alla denazionalizzazione dei settori strategici, alla liberalizzazione delle telecomunicazioni, alla privatizzazione delle banche in mano allo stato, dei trasporti, alla liberalizzazione dei prezzi dei prodotti agricoli. Quest’ultimo intervento in particolare ha portato ad un notevole aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, causando negli anni numerose proteste e vere e proprie rivolte.
In sostanza, l'UE ha esportato, insieme ai propri capitali, il proprio processo di ristrutturazione interna, nelle sue componenti normative, ideologiche e anche repressive. A questo riguardo non può essere dimenticato che una sponda essenziale proprio sul piano ideologico è venuta dal contributo attivo della cosiddetta "società civile", ONG e organizzazioni sindacali in prima fila, coinvolte prima nel cosiddetto “Foro Civile Euromediterraneo (FCE)” e successivamente nella appositamente costituita “fondazione” Anna Lindth, in realtà un organismo interministeriale che rappresenta un veicolo di influenza governativa e cooptazione della cosiddetta società civile su entrambe le sponde del Mediterraneo.
2. Scambio ineguale, debito, sottosviluppo come componenti delle politiche imperialistiche
Quali sono state le conseguenze dei processi descritti per il corpo sociale dei paesi della sponda sud?
Mi concentro prima su due aspetti: i) ritmo di sviluppo; ii) debito. Successivamente esaminerò l’impatto delle migrazioni.
Il Nordafrica, insieme al Medio Oriente, rimane la regione con la più elevata disoccupazione a livello globale, con pochi segni di miglioramento. Il ritmo di sviluppo è inferiore a quello delle economie emergenti in generale. Secondo le statistiche ufficiali, almeno il 10% della forza lavoro è disoccupato, con picchi del 16% (tunisia). Il 20% degli occupati vive con meno di 2 dollari al giorno. Conteggiando i lavoratori in nero e senza protezione sociale, si arriva al 40% del totale. Le donne che lavorano in questa condizione sono oltre il 60%.
La domanda di lavoro qualificato resta limitata, perché le tecnologie necessarie per la produzione vengono importate e restano monopolio delle imprese straniere, per cui la disoccupazione intellettuale è elevatissima. Il tasso di analfabetismo resta altissimo, almeno il 20% degli adulti non sa né leggere né scrivere, il 43.9% in Marocco.
La collocazione economica dei paesi della sponda sud nella divisione internazionale del lavoro è determinata dalla penetrazione del capitale multinazionale nella sfera dell'economia reale e dalla dipendenza dai flussi finanziari e dagli “aiuti” esteri. Queste caratteristiche, che si inquadrano in un sistema di relazioni basato sullo scambio ineguale tra centro e periferia, determinano a loro volta un ritmo di crescita insufficiente a migliorare le condizioni della maggioranza della popolazione.
Prendiamo il caso della Tunisia, paradigmatico per i paesi dell’area.
L'apertura al capitale monopolistico internazionale, finanziario ed industriale, può essere fatta risalire agli anni Ottanta, secondo un percorso comune a molti paesi del cosiddetto terzo mondo. La politica di alti tassi della Federal Reserve e la conseguente disoccupazione di massa nelle economie occidentali determinarono in quella fase una doppia crisi: crisi delle esportazioni, attraverso il crollo della domanda internazionale e dei prezzi delle materie prime, e insieme crisi del debito a causa degli alti tassi d'interesse e della rivalutazione del dollaro.
Con la richiesta di assistenza a FMI e Banca Mondiale (1986) e il successivo colpo di stato di Ben Ali (1987) si inaugura in Tunisia l'epoca, non conclusa, delle politiche neoliberiste. Il “programma di aggiustamento strutturale” richiesto dal Fondo fu realizzato attraverso l'aumento dei tassi d'interesse, il taglio della spesa pubblica e la compressione dei salari, la rimozione delle barriere commerciali, l'apertura agli investimenti esteri e le privatizzazioni.
Dal 1987, anno in cui il programma di privatizzazioni fu ufficialmente lanciato, al 2010, il governo tunisino ha privatizzato 219 imprese pubbliche, per un valore totale che supera i 3,5 mld di dollari.
Le stesse società confiscate al clan di Ben Ali sono state vendute all’estero, in particolare a beneficio di gruppi Qatarioti e francesi.
Gli investimenti diretti esteri (IDE) sono cresciuti soprattutto a partire dagli anni Novanta. Due terzi dei flussi IDE provengono da paesi della UE (Francia, Italia, Germania i più importanti nell'ordine).
Il valore complessivo (stock) del capitale estero, affluito attraverso gli IDE, ha raggiunto nel 2012 i 33,6 mld di dollari, pari al 74% del PIL. Il valore delle esportazioni di capitale originate dalla Tunisia è invece pari ad appena l'1% del PIL.
Nel 2010 erano presenti in Tunisia 3.135 filiali di imprese straniere (tra queste 1.270 sono francesi, 744 italiane, 274 tedesche) con 325mila occupati, pari al 10% dell'occupazione totale. Di questi 276mila sono occupati nell'industria manifatturiera, pari al 26% dell'occupazione industriale totale. 285mila sono gli occupati in filiali di aziende UE, di cui 114mila in aziende francesi, 56mila in aziende italiane, 49mila in aziende tedesche.
L'influenza del capitale estero sulla Tunisia si riflette in primo luogo sull'aumento dell'apertura internazionale dell’economia, in secondo luogo sul cambiamento della struttura delle esportazioni.
Il livello di apertura, dato dalla somma di importazioni più esportazioni sul PIL, ha raggiunto nel 2011 il 107% (era l'86% nel 1991).
La ristrutturazione delle esportazioni ha proceduto di pari passo con la ristrutturazione produttiva e l'aumento del tasso di sfruttamento. I settori più dinamici dal punto di vista delle esportazioni sono infatti caratterizzati da una più elevata composizione organica del capitale e quindi da una maggiore produttività. Dal 2005 al 2011 il valore aggiunto complessivo dell'industria è aumentato del 20%, mentre l'occupazione è aumentata solo del 12%. La differenza è colmata dall'aumento della produttività, ovvero dall'aumento del tasso di sfruttamento. L'occupazione complessiva è aumentata ancora più debolmente (+8%), e comunque meno della popolazione in età lavorativa (+10%), determinando un livello di disoccupazione strutturale intorno al 15%. In questo aggregato la componente giovanile pesa per il 42%, mentre quella legata ai segmenti con maggiore istruzione (diplomati + laureati) per il 70%. Si comprendono così facilmente le motivazioni che spingono ininterrottamente la popolazione tunisina, specialmente i giovani, verso l'emigrazione.
La presenza di una consistente massa di disoccupati esercita una pressione costante sui livelli salariali. In mancanza di dati più precisi, vale a questo riguardo la crescita del reddito pro-capite, che è sistematicamente inferiore a quella media delle economie emergenti. Più recentemente, gli aumenti salariali strappati dopo la caduta di Ben Ali sono stati erosi dal forte aumento dell'inflazione, che ha colpito soprattutto i generi di prima necessità e i generi alimentari in particolare.
La causa principale dell'inflazione è stata la svalutazione del dinaro, che ha reso molto più care le importazioni. Dal 2011 la moneta tunisina ha perso il 20% del proprio valore rispetto al dollaro, principalmente a causa della crescente dipendenza finanziaria dall'estero dell'economia tunisina. Questa dipendenza non è affatto una novità, visto che il debito estero che grava sui tunisini non ha mai smesso di aumentare negli ultimi 30 anni, ma si è accentuata nel tempo in modo costante.
La debolezza finanziaria dello stato tunisino riflette la dipendenza dell'economia reale dai centri imperialisti, e dall'economia europea in particolare. Da una parte le esportazioni tunisine arrivano per l'80% sui mercati delle economie ricche, e per il 75% sul mercato europeo, in particolare in Francia (30%), Italia (20%) e Germania (8%). Dall'altra l'export verso gli altri stati nordafricani è estremamente limitato (9% in tutto).
La crisi nell'eurozona prima ha colpito duramente l'export tunisino, determinando un deficit nel commercio dei beni di consumo a partire dal 2012, e poi ha fatto diminuire le rimesse degli emigrati, mentre l’aggressione della Nato contro la Libia ha colpito il principale partner commerciale in Nordafrica. Infine, a causa degli attacchi islamisti sono diminuiti gli introiti turistici.
Quindi, mentre si riducono l'export e le principali fonti di reddito (rimesse e turismo), il valore delle importazioni necessarie non diminuisce in pari misura – anzi tende ad aumentare a causa della svalutazione della valuta nazionale. Si allarga di conseguenza il deficit commerciale (la differenza tra esportazioni ed importazioni di beni), che ha raggiunto nel 2016 l’11,3% del PIL, e le cui voci principali sono rappresentate dalle importazioni alimentari, energetiche e soprattutto di beni capitali. Anche in questi dati si manifesta la dipendenza dell'economia tunisina. Da una parte la produzione agricola, troppo ristretta e orientata all'export per coprire la domanda interna, lascia esposto il consumo alimentare delle fasce popolari ai rivolgimenti del mercato internazionale. Dall'altra uno sviluppo industriale controllato dal capitale straniero determina la necessità di importare beni capitali in grande quantità dalle economie metropolitane.
In definitiva, l'emorragia di plusvalore a favore del capitale straniero avviene sotto forma di profitti industriali associati agli IDE o di profitti finanziari associati alla speculazione e al ricatto sul debito, e determina una sistematica compressione della domanda interna, che si assesta su un livello insufficiente a garantire la piena occupazione. Il capitale industriale può così beneficiare al meglio di un esercito industriale di riserva in rapida crescita e sufficientemente istruito. D'altra parte, l'insufficienza del risparmio interno (frutto dei salari da fame) a sua volta determina la debolezza finanziaria dello Stato tunisino, esposto al ricatto dei prestatori internazionali. Infatti, visto che il risparmio interno è insufficiente, si rende inevitabile che i fondi aggiuntivi per finanziare la spesa pubblica siano reperiti principalmente all'estero.
Una spesa pubblica che, dopo essere stata impiegata per contenere il malcontento attraverso la distribuzione di sussidi, si è orientata negli ultimi anni principalmente verso le spese militari, che sono raddoppiate. Dunque una parte significativa del deficit commerciale si trasforma in deficit pubblico perché lo Stato interviene a sostenere il consumo interno attraverso i sussidi e questo si traduce in un finanziamento delle importazioni. In altra parte si verifica l’opposto perché le spese militari si traducono in importazioni di armamenti dall’estero. In entrambi i casi, l’indebitamento estero aumenta.
Le condizioni di sottosviluppo dell'economia tunisina coincidono, in definitiva, con quelle di massimo profitto per il capitale estero nelle sue diverse sfere, reale e finanziaria.
Tutti i paesi dell’area condividono più o meno lo stesso destino. In conseguenza di processi analoghi a quelli descritti per la Tunisia, questi paesi sono caricati di debito estero, debito pubblico in primo luogo, su livelli maggiori rispetto alle altre economie emergenti, con una tendenza costantemente crescente. Questo ha determinato la necessità di ricevere assistenza dall’estero, che si è concretizzata in particolare nell’intervento degli Stati del golfo (Qatar, Arabia Saudita) che a partire dal 2013 hanno interferito in modo pesante sugli equilibri interni determinando scenari sanguinosi di scontro e repressione specialmente in Egitto. Laddove gli esiti sono stati meno drammatici, vedi Tunisia, l’interferenza non è stata meno pesante, con il ritorno al potere di personaggi legati al regime di Ben Alì. L’attuale fase di relativa stabilizzazione, fondata su regimi non meno repressivi dei precedenti e compromessi o conflitti di vario tipo con i settori islamisti, non ha risolto alcuna delle contraddizioni insite nel modello di sviluppo imposto a questi paesi.
3. Migrazione e Guerra
Il ritmo di sviluppo insufficiente, di cui abbiamo parlato, determina in tutto il continente africano una cronica sovrappopolazione relativa, spingendo masse crescenti di donne e uomini a fuggire. Alla rapina di plusvalore si aggiunge così la rapina del lavoro vivo, ai paesi africani vengono sottratte con violenza le proprie forze migliori.
Il flusso di migranti, ingrossato da chi fugge dai numerosi conflitti (Siria e Libia in particolare), è ripreso negli ultimi anni a forte ritmo: 1.65 milioni di richiedenti asilo in europa nel 2015, un record storico; 4.8 milioni di migranti verso i paesi OECD nel 2015, in crescita rispetto al 2014, superando il picco del 2007. I paesi del Maghreb sono in questa dinamica un canale di transito fondamentale, su cui si scaricano i flussi provenienti dall’Africa subsahariana.
La linea di indirizzo dell’UE a questo riguardo è quella, ben nota, della fortezza europa. Nel 2003 viene lanciata Politica Europea di Vicinato, indirizzata verso una sempre maggiore “collaborazione” nella repressione dei fenomeni migratori e in tema di riammissione. E’ proprio in questo anno che viene avviata la costruzione dei tristemente noti campi di detenzione in Libia. A partire dal 2005 (Summit Euromediterraneo) la gestione dei flussi migratori viene assunta come obiettivo prioritario in sede intergovernativa.
Occorre collocare le politiche europee nel quadro delle tendenze demografiche mondiali. La forza lavoro nelle economie sviluppate sta rapidamente invecchiando. 12 milioni di lavoratori qualificati si pensioneranno entro il 2030. In Europa la popolazione giovanile si ridurrà del 13,6% tra il 2010 e il 2030, in Asia del 6,7%. Solo l’Africa fa eccezione a questa tendenza: i lavoratori giovani si prevede aumenteranno del 57%!
La dinamica demografica porterà la forza lavoro nelle maggiori economie addirittura a ridursi. Si prevede nei prossimi anni una riduzione del 5% della popolazione in età lavorativa, principalmente dovuta all’Europa, al Giappone, alla Cina. Nel 2010 i pensionamenti in Europa hanno superato per la prima volta le nuove immissioni nella forza lavoro di 200mila unità. Si prevede che questo gap salga nel 2030 a 8,3 milioni di individui! Nel frattempo la forza lavoro nei paesi in via di sviluppo crescerà di circa 1 miliardo di individui, principalmente localizzati in Africa.
In questo contesto la politica UE è chiaramente orientata a regolare e selezionare i flussi in ingresso determinando le condizioni di massima ricattabilità e sfruttamento della manodopera migrante secondo le esigenze del capitale europeo. Questo rende necessario esportare il dispositivo poliziesco/militare europeo di gestione dei flussi migratori verso i paesi del Maghreb in particolare ma non solo (vedi l’infame accordo con la Turchia), come componente di un più ampio apparato militare e repressivo.
Infatti, l'esportazione di un modello di gestione dei conflitti sociali e politici attraverso la militarizzazione, l’esportazione dell'ideologia e della pratica dell'emergenzialità in chiave cosiddetta "antiterroristica" sono diventate di recente le principali leve utilizzate per rafforzare la penetrazione europea in Nord Africa.
La presenza militare diretta dell’UE è diventata sempre più capillare: 16 missioni tra militari e civili (ovvero poliziesche), dal Mali, passando per Repubblica Centrafricana, Tunisia, Libia, Somalia, Palestina, Libano, 11 di queste attivate dopo il 2008. A questo possiamo aggiungere la crescita del dispositivo Frontex nel mediterraneo. Non deve sfuggire che l'attivismo militare europeo e statunitense nell'area si lega all’iniziativa dei poli imperialisti concorrenti, Russia e Cina da una parte, settori arabo-islamici variamente sostenuti dalle potenze regionali dall'altro. Un quadro di difficile lettura con alleanze variabili e equilibri che si ridefiniscono continuamente, in cui è prioritario per le potenze europee creare e sviluppare nuovi canali di influenza ma soprattutto rafforzare la presenza militare diretta sul terreno.
3. Pace?
Bene, se questo è il quadro che ci viene restituito, quali sono le conclusioni che possiamo trarre? Le risposte più ampie le lascio al dibattito. Un elemento che mi sento di sottoporre con forza alla vostra attenzione è il seguente: una analisi poco meno che superficiale evidenzia in modo molto netto che esiste una corrispondenza strettissima tra rapporti sociali interni e rapporti internazionali. Per questo mi pare molto chiaro che l’UE liberista, antipopolare, reazionaria, razzista non possa in nessun modo farsi esportatrice di una reale pacifica convivenza tra i popoli, nel Mediterraneo così come in Europa orientale e nel resto del mondo. Nessuna propaganda sui diritti umani potrà mai nascondere questa scomoda verità.
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