In quanto Presidente super partes e garante delle istituzioni, Erdogan non dovrebbe intervenire durante la campagna elettorale in modo tale da influenzare il clima delle elezioni, ma la sua presenza è stata estremamente pervasiva su tutti i media, raggiungendo nelle ultime settimane il totale di 29 e trenta ore in 25 giorni su tutti i canali statali, quasi quanto il tempo riservato al suo partito islamico liberista, l'Akp. Gli altri 15 partiti e 21 candidati indipendenti hanno dovuto accontentarsi di una visibilità e pertanto di una libertà di espressione risicata o vicina allo zero. Compresi i primi tre partiti dopo l'Akp: 5 ore destinate al partito dei kemalisti del Chp, 70 minuti ai nazionalisti dell'Mhp (i cui militanti detti "Lupi Grigi" si sono macchiati spesso di efferati attacchi contro minoranze etniche e opposizioni di sinistra), poco più di un quarto d'ora a quel bacino di coalizione democratica di sinistra dell'Hdp, il quale non solo ha raccolto le istanze del popolo curdo ma anche quelle di tutte le minorane turche e dei "giovani di Gezi Park", protagonisti delle proteste di massa di Piazza Taksim nel 2013 in cui si chiedeva a gran voce la fine del dominio ininterrotto dal 2002 di Erdogan.
Tutto questo funge da corollario ad un clima pre-elettorale segnato dalla tensione: come dimenticare l'attacco a due emittenti televisive turche di opposizione di fatto commissariate dall'intervento della polizia di stato a quattro giorni dalle elezioni? Potrebbero forse non stupire, dunque, le conseguenze elettorali: l'Akp guadagna dieci punti dalle scorse elezioni, passando da circa il 40 al 49,3% (315 seggi su 550); il Chp si riconferma attorno al 25,3% con i loro 132 seggi, l'Mhp passa dal 16,3% al 12% (da 80 a 42 seggi), in calo così come l'Hdp, che supera di pochissimo l'elevata soglia di sbarramento del 10% (a fronte di un 12,9% ottenuto a giugno) con 59 seggi sugli 80 della precedente tornata elettorale. Dei 550 seggi che durano in carica 4 anni viene eletto un sistema proporzionale di liste in tutti gli 81 distretti: il premio di maggioranza redistribuisce al partito principale i voti di tutti quei partiti che non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento, ovvero all'Akp. Ora l'Akp di Erdogan riguadagna la sua maggioranza assoluta persa brevemente con i risultati di giugno e non solo: Erdogan può finalmente contare di realizzare il suo piano di accentrare nelle sue mani la maggior parte dei poteri trasformando la Repubblica Turca da semi-presidenziale a presidenziale.
Anche se servono 367 deputati per approvare le modifiche costituzionali necessarie, ne bastano 330 per indire un referendum popolare su una modifica costituzionale promossa dal governo, spianando di fatto ulteriormente la strada già lungamente battuta. Basta una semplice coalizione per realizzare questo progetto, magari una sponda da quell'Mhp che ha visto calare i suoi voti probabilmente anche grazie al fatto di aver rinunciato ad un'alleanza con l'Akp a giugno, non rispondendo di fatto alle esigenze di sicurezza e stabilità del suo elettorato nazionalista. Il Premier Davutoglu, figura politica di fatto soverchiata dalla figura presidenziale, ha tentato di manifestare una debole opposizione all'iper-presidenzialismo del piano di riforma costituzionale in corsa elettorale, sfociata in un dibattito pubblico che sebbene sia rivelatore delle contraddizioni interne all'Akp, cambia di ben poco la tendenza accentratrice di Erdogan.
Un Erdogan che non ha esitato a chiedere al proprio Ministro della Giustizia di seguire personalmente una serie di processi relativi a episodi di corruzione di cui era imputato; che nel corso degli anni ha condotto una serie di operazioni repressive di repulisti interne all'establishment accusando militari insieme ad avvocati, giornalisti, politici, sindacalisti e giudici di complotto e altri reati tramite indagini irregolari e processi sommari in modo da rafforzare e stabilizzare il proprio potere; un uomo che è arrivato ad accusare Zekeriya Oz con altri giudici, poliziotti e giornalisti di colpo di stato per aver fatto saltare fuori il nome del proprio"delfino", il figlio, nell'ambito della più grossa inchiesta anti-corruzione mai vista in Turchia. Una sete di potere disposta a servirsi di ogni mezzo necessario per realizzarsi, disposta a scuotere l'egida della sicurezza e della stabilità contro gli oppositori interni, i competitori avversari, ad alimentarsi con il terrorismo dell'Isis: tre attentati in meno di sei mesi di cui il primo il 5 giugno a Diyarbakir (4 morti); il 20 luglio Suruç, con una trentina di morti; il 10 ottobre ad Ankara durante una manifestazione all'interno della campagna elettorale indetta dall'Hdp, con 102 morti e numerosi feriti.
Non solo voci di corridoio narrano il silenzio se non la connivenza di quegli apparati di intelligence più vicini all'Akp in merito a questi episodi di sangue, mentre risulta comprovato da numerosi fonti e testimonianze il supporto al Califfato Nero: queste stragi hanno permesso di chiamare la legge marziale, utilizzata soprattutto nelle province a maggioranza curda, ma anche di dare vita a una massiccia ondata repressiva che ha colpito più di duemila tra dissidenti e militanti politici riconducibili all'opposizione di classe in Turchia spacciata per raid "anti-Isis". Il governo, inoltre, allo stesso tempo ha interrotto il negoziato con Öcalan, dichiarato nuovamente guerra al Pkk dopo un periodo di tregua concordata e cominciato a bombardare le postazioni delle Ypg e Ypj, affiliate del Partito dei Lavoratori del Kurdistan in Siria, impegnate sul campo nella vera guerra al terrorismo del Califfato.
Lo stato ha infine attuato delle vere e proprie forme di censura contro televisioni e quotidiani di opposizione, con centinaia di giornalisti in carcere o minacciati di finirci per sempre come Can Dundar, direttore di un giornale sgomberato a poche ore dalle elezioni per un allarme bomba, e ha oscurato più volte social network quali Twitter e Youtube per evitare la fuoriuscita di scandali e il dilagare delle proteste. In una Turchia che ha visto l'indebolimento della lira, una contrazione vertiginosa del Pil nonostante la sfrenata opera di neo-liberismo attuata dall'Akp e dalla sua compagine, c'è voglia di cambiamento, un cambiamento esploso nel 2013 con le proteste di massa di piazza Taksim nonostante i numerosi morti durante gli scontri dovute all'operato delle forze di polizia. Morti e feriti che non hanno mai cessato di verificarsi e che non cessano tutt'ora, persino nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio elettorale: in molte province, soprattutto quelle Sud-Est a maggioranza curda sono scoppiate proteste di denuncia contro brogli e intimidazioni ai seggi, operazioni irregolari come quella di far circondare dalla polizia l'Ufficio generale in cui avviene il conteggio dei voti impedendo l'accesso anche a coloro che dovrebbero fungere da testimoni allo scrutinio. Al momento si segnalano anche voci di un attentato a Nusaybin (distretto di Mardin) in cui ci sono al momento 11 feriti di cui 3 in gravi condizioni, di attacchi armati dell'esercito e di esplosioni a Yuksekova. La fotografia della Turchia che ci regalano queste elezioni è quella di un paese spaccato in tre, di un paese tormentato da numerose contraddizioni dalle quali emergono la forte voglia centralizzatrice di Erdogan e le politiche ultra-liberiste dell'islamista Akp, il quale domina la regione dell'Anatolia e il Mar Nero, mentre in Tracia e sulla costa Egea resta egemone il Chp, laddove il Sud-Est si consacra roccaforte dell'Hdp. Il quadro estero è maggiormente complesso: riuscirà la Turchia di Erdogan a imporsi quale nuova potenza all'interno di un contesto regionale difficile segnato da conflitti quali quello siriano in atto dal 2011 e un'Iran messo sempre più in difficoltà dalla destabilizzazione di Assad? Il prezzo è alto e prevede petrolio e altre fonti energetiche, sbocchi sui giusti mercati e partner d'eccezione. Nonché una posizione di maggiore forza edunque di trattativa nei confronti dell'Occidente, Usa ed Europa specialmente, contro la quale non si esita ad agitare il temuto quanto strumentalizzato mostro dell'immigrazione incontrollata: la Turchia, infatti, costituisce il punto di approdo principale degli enormi esodi provocati dalle guerre nell'area.
Quale futuro per i villaggi curdi? ph Silvana Grippi

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