
I berberi e il Marocco al tempo delle “rivoluzioni arabe” - Articolo inviatoci da Yuba Win-Sing
Che cos’è il movimento amazigh marocchino? Questa è la prima domanda a cui cercherò di rispondere nel corso del mio intervento, prima di addentrarmi nell’analisi del panorama socio-politico che caratterizza attualmente il regno maghrebino.
In Marocco si comincia a parlare di movimento amazigh agli inizi degli anni novanta, grazie al lavoro delle prime associazioni berbere (Amrec, Tamaynout, Université d’été d’Agadir) che nel 1991 firmano un manifesto comune (noto come Carta di Agadir), rivendicando il riconoscimento della lingua e della cultura amazigh come parte integrante dell’identità marocchina. Prima di questa data, la presenza di una “questione amazigh” all’interno del regno alawita era considerata un argomento tabù. Il regime di Rabat, infatti, ha modellato il concetto di identità nazionale sull’omologazione culturale e sulla supposta uniformità arabo-musulmana del suo popolo. Raggiunta l’indipendenza (1956) la leadership politica, temendo che l’eterogeneità etnica e linguistica potesse dividere e destabilizzare i nascenti apparati di potere, ne assicurò la completa emarginazione (sul piano costituzionale e su quello della memoria storica).
La presenza del movimento amazigh, dalla pubblicazione della Carta di Agadir, si è estesa ai campus universitari (Meknès, Agadir, Marrakech e Errachidia) e ai circoli della borghesia berbera urbana, insediatasi nelle grandi città durante le prime migrazioni interne del dopo indipendenza, fino ad arrivare alle regioni povere del “Marocco profondo”. Il movimento si caratterizza oggi per il vasto numero di associazioni (nazionali, regionali e locali) che lo compongono, per il suo radicamento nell’insieme del territorio nazionale e per la sua presenza, consolidata negli ultimi dieci anni, nel dibattito ufficiale (grazie alla visibilità assunta dagli intellettuali e dagli accademici che ne fanno parte) su questioni politiche e sociali ben definite (principali rivendicazioni: la laicità dello stato, il decentramento politico e amministrativo, una nuova costituzione democratica, la tutela dei diritti umani).
Questa “galassia amazigh” è attualmente una delle principali componenti socio-politiche che sostengono le mobilitazioni promosse in Marocco dal movimento 20 febbraio, sulla scia della rivoluzione tunisina ed egiziana.
Che cos’è il movimento 20 febbraio e quali sono le sue rivendicazioni? Questa la seconda domanda a cui cercherò di rispondere.
Negli ultimi giorni del gennaio 2011, mentre a Tunisi si gioiva per la fuga di Ben Ali e al Cairo si registravano i primi morti di piazza Tahrir, un gruppo di giovani marocchini ha diffuso via Facebook una piattaforma di rivendicazioni politiche, sociali ed economiche ed ha stabilito una prima giornata di protesta per domenica 20 febbraio (da cui il nome del movimento). Nel loro documento, tra le altre cose, i “rivoluzionari” marocchini reclamano la fine dell’assolutismo reale e il passaggio ad una vera monarchia parlamentare, una nuova costituzione democratica che sancisca la separazione dei poteri (fin’ora monopolio del sovrano) e la piena sovranità popolare, la destrutturazione di un regime arcaico che si serve della polizia politica e di poteri informali per mantenere un controllo capillare in tutto il territorio. In breve, il “20 febbraio” vuole che il popolo abbandoni lo status di suddito e diventi a tutti gli effetti cittadino di un nuovo Marocco.
Le mobilitazioni lanciate dal movimento in questi quattro mesi hanno riscosso un largo successo tra la popolazione che, quasi ogni domenica, è scesa in massa nelle strade dell’intero paese per chiedere “dignità e un vero cambiamento”. A nulla sono valse le aperture di Mohammed VI – la nomina di una commissione reale per la riforma della costituzione e la liberazione di alcuni detenuti politici – per frenare le proteste, a cui le autorità, nelle ultime settimane, hanno deciso di rispondere con la violenza del manganello (un manifestante è morto lo scorso 2 giugno in seguito ai colpi inferti dai poliziotti).
Ma quale rapporto, dunque, lega il movimento amazigh ai giovani del “20 febbraio”? Alla domanda ha risposto l’attivista berbero Rachid Raha, fondatore del Congres Mondial Amazigh: “il movimento 20 febbraio è frutto del contribuito apportato fin dalla sua nascita da numerosi attivisti amazigh, sparsi in tutto il territorio nazionale, che hanno saputo cogliere l’importanza dell’iniziativa e della congiuntura storica che stiamo vivendo. Quanto al movimento berbero in sé, condivide le rivendicazioni presentate dal “20 febbraio” al cento per cento e sostiene le sue azioni, partecipando direttamente e facendo opera di sensibilizzazione attraverso i suoi canali associativi. Non è un caso se gli abitanti delle regioni berberofone hanno risposto in massa ad ogni appello lanciato dai giovani. Solo ad Al Hoceima (città di riferimento per gli imazighen del Rif) il 20 febbraio sono scese in strada 35 mila persone. In più il CMA, e la rete di associazioni di cui si fa portavoce, è membro del Consiglio nazionale di appoggio al movimento 20 febbraio (CNAM), che raccoglie ormai ottantadue organizzazioni. Una sorta di comitato informale dei democratici marocchini, dove la componente berbera siede al fianco dei difensori dei diritti umani, degli islamisti e della sinistra radicale”.
La denuncia di un sistema autocratico e corrotto e la necessità immediata di un cambiamento sembra così aver superato perfino i vecchi dissapori ed i contrasti ideologici, che fino alla nascita del “20 febbraio” avevano opposto – anche in modo violento – i militanti berberi ai marxisti panarabisti (retaggio nasseriano) e agli islamisti dell’associazione Giustizia e Carità, raccogliendo invece i consensi di una rappresentanza civile e politica trasversale. Del resto, come ha spiegato Mounir Kejji, altro attivista amazigh e fondatore del centro studi Tarik Ibn Zyad di Rabat, “per fondare il Marocco del futuro prima di tutto bisogna dimenticare gli attriti sterili che ci hanno diviso ed indebolito in passato”.
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(*) Giornalista free-lance e ricercatore al Centre Jacques Berque di Rabat. Vive in Marocco dal settembre 2009. Pubblica i blog (r)umori dal Mediterraneo e Jacopoinmovimento. Lo ringraziamo per averci concesso di pubblicare questo suo contributo, che arricchisce l’approfondimento sulle mobilitazioni nel Nord Africa e sulle rivendicazioni oggetto delle proteste diffuse.
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