Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi: Il Galileo di Lavia alla Pergola

Venerdì 13 Novembre 2015 13:05 Giusi Giovinazzo
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Siamo nel 1609, catapultati agli albori dell'età moderna, del lavoro intellettuale come professione e vocazione. Del potere temporale della Chiesa impaurito dalla Riforma protestante e dalle teorie copernicane divulgate dal “presentimento” di Giordano Bruno e da Galileo Galilei. Di quel potere che non conosce altro strumento al di fuori dell'Inquisizione, dell'abiura o del rogo per proteggere il suo dominio, senza sapere che “uccidere un uomo non significa difendere una dottrina, ma solo uccidere un uomo”, come scriveva Sebastiano Castellione.

Siamo al Teatro della Pergola, che inaugura la sua preziosa stagione teatrale 2015/2016 con uno spettacolo firmato e interpretato da Gabriele Lavia, Vita di Galileo, di Bertolt Brecht (26 Ottobre/12 Novembre), con un contorno di ventsei attori che recitano, cantano e ballano accompagnati dai musicisti della Scuola di Musica di Fiesole, come in un musical in cui sfioriscono i colori di Broadway.

Un terzetto lirico, a metà strada tra il coro del teatro greco e le canzoni del cartone Disney Hercules, ci introduce in scena. Le loro voci accordate in diverse tonalità, col senno di poi, sembrano già accennare ai vari strati, alla densità attraverso cui lo spettacolo si districa.

A definire la scenografia, ci sono tre lavagne e una costellazione di numeri e concetti scientifici che si prendono carico del senso comune e lo sublimano nelle teorie di cui oggi ci serviamo per spiegare ciò che ci circonda. La scienza, prima che come technè, è propriamente forma mentis, attitudine, prospettiva con cui ci si posiziona al mondo. Il Galileo di Brecht è la sua vita, il suo dramma di uomo che vive per la scienza -più che di scienza- e abiura le sue teorie rivoluzionarie -prova della disposizione astronomica, copernicana dei cieli- perchè impaurito dai mezzi di tortura con cui il Sant'Uffizio lo ammonisce.

La stesura della drammatugia di Brecht conosce varie fasi; quella conclusiva, segue la fine della Seconda guerra mondiale e il silenzio assordante delle bombe atomiche su Hiroschima e Nagasaki; non la visio Dei, ma lo scienziato di Italo Svevo che sale sul cucuzzolo del mondo e attiva un ingranaggio di distruzione mondiale.

Lo spettacolo di Lavia dura quattro brevissime ore che parlano del XVII secolo per parafrasarne il XX, una biblioteca di filosofia della storia che omaggia il pensiero scientifico solamente quando proviene dall'interrogazione di sé e del suo senso, non quando si impone come pensiero vittorioso e fa dell'aspirazione a una nuova alba un miraggio oltraggiato (“la verità si impone liberamente, se noi la imponiamo con libertà”).

La proibizione della verità è il leit motif di questa catena di eventi, in cui all'abolizione dei cieli non segue lo splendore di un bel nulla, anzi si annichilisce la fede nella “forza dell'uomo di cambiare il mondo”.

Nel momento in cui i sistemi matematici si affermano come modello indiscusso di validità conoscitiva, la scienza rischia di capovolgersi in una “nuova era di buio”, nel sapere cumulativo che non si cura della divulgazione, dell'educazione di quelle masse che vivono nei pregiudizi, nelle persuasioni del sempre-uguale portate in scena dal discorso del Potere. La scienza, diventata a sua volta parte integrante di quel discorso del Potere mondiale che si fronteggia in arzigogolati stratagemmi distruttivi, non si cura del “grido di dolore universale” dei “disgraziati” e del suo dovere di “insegnare a guardare” per un “diritto di capire” che appartiene a tutti (“chi non conosce la verità è uno sciocco; chi la conosce e la rinnega è un delinquente”).

Il Potere, l'obbedienza necessita di un atto di fede, una credenza che non può esser messa in discussione; è per questo che il dubbio, la scienza non può andare a braccetto con gli ambienti ufficiali, a meno che -come nel caso della filosofia che si fa disputa di ghirigori abiurando alla sua natura di interrogazione continua- non si adatta allo status quo, incapace ormai di vedere ciò che lo oltrepassa. Il sapere non è la litania di un Collegio imporporato dalla “sancta semplicitas”, non è mantenere la differenza e lo scarto tra l'effimero e l'eterno come garanzia di salvezza dell'uomo, perchè tutto questo fa sì che l'uomo si consideri una nullità, un condannato dalla notte dei tempi all'errore e al peccato.

La filosofia, il sapere degli Azzeccagarbugli, dell'Ipse dixit, che non mangia “il frutto proibito della conoscenza”, ma che si accontenta della regolarità con cui le cose accadono perchè danno senso alla sofferenza con cui quelle cose si affrontano (“la causa della povertà della scienza è la sua presunzione di esser ricca”). In questo “grande teatro del mondo in cui ci sono poveri affaticati”, la credenza che la Terra sia un bijou dell'Universo, sia al centro del sistema solare apprezza la fatica come merito.

E se l'ostrica non soffrisse più per quel granellino di sabbia che la logora e permette alla perla di sbocciare? Al diavolo la perla! Se quella miseria sapesse che la sofferenza non è necessaria, non è causata da una danza di calotte di cristallo che intrappolano la Terra nella sua anacronistica uguaglianza di fatto e non di diritto, ma che è un disegno umano quello che stabilisce “chi sta sopra e chi sta sotto”? È il monologo commovente tra padre Fulgenzio e Galileo.

La stessa filosofia drammatugica non insegue lo spettatore che assiste, ma che quello che si rende partecipe del messaggio artistico non con immedesimandosi, ma con l'empatia razionalizzata che acquista consapevolezza della terra sventurata ma beata se non ha bisogno di eroi.

La tecnica teatrale dello straniamento è esemplificata nell'intermezzo in cui un disabile attraversa il palco trascinandosi sulle stampelle, le ginocchia e il ritornello carnevalesco “mai ci sarà un uomo padrone di se stesso”. È un modello teatrale elogiato anche da Marcuse, nel suo Uomo a una dimensione.

Un'affermazione dell'umanità in tutta la sua tragicità, che ringrazia “Dio per il pane quotidiano e mai il panettiere che l'ha fatto”, che vive in città sempre più piccole, “come la testa delle persone”.

Lo spettatore ride e si commuove con le vicende di questo grande scienziato fiorentino, che soffre perchè alla fede nella ragione dell'uomo, al monito “abbiate fede nei vostri occhi!”, non segue una società in cui l'individuo sia libero di ricercare e diffondere le sue scoperte, libero di sapere, come nel caso di quell'Andrea Sarti che si reca in Olanda per proseguire i suoi studi. Questa fuga dei cervelli è tremendamente attuale, questa migrazione di intelligenze che non trovano nido ospitale nella patria del taglia qua e là sulla cultura e il diritto allo studio, di quell'Italia che costringe l'insegnamento al precariato e il sistema scolastico al disvalore, alla “peste dell'ignoranza”, agli investimenti su ciò che è commercializzabile (“vale scudi ciò che frutta scudi”).

L'uomo che viene privato degli strumenti per conoscere è un uomo tragicamente asservito.

Questo classico letterario mi rimanda alle dispute aristoteliche della Christianitas europea come al finale di Scent of woman e il monologo di Al pacino agli eminenti professori della Berard School.

Il motto dell'Illuminismo kantiano del sapere aude, del coraggio di servirci della nostra intelligenza per uscire da uno stato di minorità, deve essere un omaggio imperituro a quelle Ipazia che sono morte perché credevano che la verità è figlia del tempo, della libertà e non dell'autorià, e furono soffocate dalla stupidità dell'uomo che si esprime in più delle volte nel pensiero dogmatico, superstizioso.

Che non sia una “notte di sventura quella in cui l'uomo vede la verità”, ma un simposio, un impegno per far sì che il pensiero sia “il più grande godimento concesso all'essere umano”.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 13 Novembre 2015 17:29 )