Le sfumature della complessità, ovvero "L'ingegner Gadda va alla guerra"

Domenica 29 Marzo 2015 22:15 Giusi Giovinazzo
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Il professor Keating nell'Attimo fuggente organizza la sua lezione nel cortile di un severissimo istituto scolastico, invitando gli alunni del corso a cercare il loro modo di marciare, la loro postura, la loro andatura e, insomma, il loro modo di stare al mondo. Un ciack che, pur nell'evidente semplificazione, potrebbe offrirci una parafrasi del modo di stare sul palcoscenico di Fabrizio Gifuni nelle vesti dell'Ingegner Gadda va alla guerra, lo spettacolo in programmazione alla Pergola di Firenze fino a domenica 29 Marzo. La regia è di una firma preziosa come quella di Giuseppe Bertolucci.

L'ingegnere, questo D'Annunzio dai pensieri ordinati e affollati, è un'ombra che gestisce lo spazio scenico con le parole, con un linguaggio preciso eppure allusivo, inseguendo raggi e circonferenze di luce proiettati dal fondo della sala. Una recitazione spasmodica, frenetica, a tratti comica e un ritmo che nella sua comicità mantiene l'ancoraggio forte alla tragicità, all'angoscia, alla malinconia e al rimorso. Il gioco di luci che allestisce la scarna scenografia crea lo spazio della narrazione, del monologo di questa recitazione fatta di carne e sangue, di un corpo incarnato sul filo del rasoio della sua memoria. Un profilo in apnea con se stesso e una memoria che risale al 1915, al contesto disumano della Prima guerra mondiale, alle aspettative deluse di giovani intervestisti che ricamavano la potenza della patria sull'opportunità del conflitto. Il sudiciume delle trincee, gli scarponi arrangiati cuciti a macchina risvegliano gli animi -gli squarci di speranza in cui immancabilmente si proietta l'ingenuità adolescenziale- dal torpore della propaganda fascista, dall'ideologia del corpo sportivo, dall'olimpismo e dal “ticket” che ogni regime esige per mantenersi credibile, facendo del proselitismo la sua missione. Questa figura in scena continua a camminare, a rivoltarsi, a trincerarsi, a esprimersi nel campo minato dei suoi dolorosi ricordi, tra marce militari e direzioni controcorrente, dissacranti. La “soddisfazione sadica e omoerotica” per la guerra si sbriciola nel campo assurdo della sua realizzazione, in questo regno della demenza in cui adagiamo i nostri istinti, perchè ci fa comodo delegare l'ardua eppur naturale sentenza di giudicare il male. Manchiamo di questo atto sacrale di conoscenza, che non dovrebbe poter esser distinguibile dalla definizione stessa di ciò è umano.

La guerra non ha nulla di esaltante, nulla di omerico e di glorioso, poichè il meglio che puoi aspettarti è una manciata di eroismo da reduce e una vita vissuta all'insegna dell'automatismo esteriore, della ragione personale che si abitua al giogo della ragione di servizio. L'idea dello spettacolo, di Fabrizio Gifuni, è imbevuta delle intuizioni di Pier Paolo Pasolini e Carlo Emilio Gadda, narratori dell'Italia post-bellica di cui hanno saputo “cogliere il bacio velato della parvenza”. L'estetismo, la cultura del corpo, dell'individuo assorbito dalla follia narcissica e dall'io collettivo, non può che evolversi nel sentimento di decadenza, di malinconia proprio delle giornate d'autunno e dei secoli brevi. Dopo aver istruito il pubblico in sala con il suo “Libro di note”, l'ingegnere -come scavalcando se stesso in scena- si posiziona nel proscenio e si commenta attraverso le geniali parole di Carlo Emilio Gadda e il suo Eros e Priapo (di cui gli ultimi paragrafi sono stati pubblicati il 6 Novembre del 2010 sulle pagine dell'Unitò, e questo la dice lunga sull'attualità della riflessione). Questa densissima conclusione dello spettacolo parla della maniera di consolidarsi delle ideologie totalitarie, del fascimo e della sua erezione perpetua, una tendenza ad elevarsi fino alla messinscena della patria del delirio, una tana che si fa platea e si arma del suo condottiero. Questo totem, “questo Io-minchia, invaghito, affollato di sé” nel suo “istrioneggiarsi da gran ciuco”, si pavoneggia nella dedizione del super maschio, deprimendo la nostra facoltà critica. Una prigionìa di imbacuccati al deririo di un qualunque Cesare che non conosce gli altri e che vive all'insegna della calunnia narcisistica. Non sono ammesse discriminazioni etiche nella salvaguardia assoluta della persona scenica del “messer Io”, in questa religio di fantomatici eroi che ci ricorda quanto beate siano quelle terre che non hanno bisogno di eroi. Questo “sterco del mondo”, nell'impossibilità di “subordinare l'Io a Dio”, si costruisce nella menzogna narcissica della sua voce radiofonica, “richiamo sessuale potente”.

Lo stile della rappresentazione è una miscela di barocco e gotico, di luci e ombre, di movimeni che inseguono e fuggono lo spazio luminoso. Una corsa all'insegna di se stesso che si districa attraverso una passeggiata psicoanalitica nel cuore della storia e dei ricordi. L'ingegnere è solo sulla scena, dinanzi alla platea che, attenta, insegue un percorso mnemonico in frasi coreografiche, catapultata nella fruizione di quella che sembra una danza contemporanea. Se il crimine è la mancata idolatria, il compito dell'uomo non può che essere quello di ridere dell'immagine gonfiata dei vari duci che costruiscono la propria fama sulle barzellette e le prospettive hollywoodiane delle famiglie color pastello che sorridono alla telecamera. Solo scrollandoci di dosso “l'incapacità di una costruzione etica e giuridica” e la semplificazione possiamo prepararci a portar il peso della complessità della realtà che contribuiamo ad assemblare, questo quadro caravaggesco, kafkiano che una danza apache ci costringe a dipingere.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 09:48 )