Un artista, sia musicista, danzatore, attore, è un essere umano che ha l’urgenza di esibirsi dal vivo. Con un pubblico di persone vive davanti, di cui percepire umore, odore e suono, con cui incrociare lo sguardo in un unico, irripetibile momento.
Ha bisogno del groppo allo stomaco prima di salire sul palco, perché qualcosa può sempre andare storto: salta la corrente, prendi una decisione repentina su un assolo o nel dire una battuta, cadi male e finisci lo spettacolo con una caviglia dolorante o ti va via la voce un’ora prima di iniziare il concerto.
Non si pone il problema di guidare 1800km in tre giorni dormendo 4 ore a notte, magari per tornare il lunedì a fare un lavoro extra che gli permetta di sostentare una famiglia.
Ha bisogno di appagare l’ego, ma non con i cuoricini e le faccine gialle.
Con un gruppo di ragazzini sudati che ti cercano in camerino o tra il pubblico di un festival perché per loro sei un esempio, con le urla sfegatate di chi ha capito che stai per fare il pezzo che stavano aspettando, a volte anche con qualcuno che è attratto fisicamente da te per quello che fai e te lo dice senza freni indipendentemente dal fatto che poi finiate la serata insieme.
Ha bisogno dell’odore della sala prove, del camerino, delle altre persone con cui si esibisce e lavora, di fumo e di alcolici.
Perché un artista si esprime al massimo se può avere tutti i sensi appagati, se può uscire dalla sua zona confortevole, se rischia e, soprattutto, se condivide tutto quanto con altre persone in uno spazio fisico e in un tempo comuni.
Questo spazio e questo tempo ce lo dovremo riprendere al più presto.
Tutti.
Altrimenti non saremo più né artisti né pubblico.
Saremo solo produttori e fruitori di un misero intrattenimento.
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