Sergio Caputo o dell'essenza del Sabato Italiano

Mercoledì 07 Maggio 2014 12:07 Marco Ranaldi
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Sergio Caputo è stato l’icona del pop sperimentale degli anni 80. Rifacendosi all’uso dello swing soprattutto e usando arrangiamenti british, innovativi e con tanto di elettronica, Caputo, famoso soprattutto per la hit Un sabato italiano (titolo dell’omonimo primo album) sfonda il sound notturno degli italiani, soprattutto grazie ai video mandati in onda da Carlo Massarini nella sua irripetibile trasmissione Mister Fantasy. Da quel momento nella canzone d’autore italiana cambia il sound e Caputo registra successi su successi. Poi la svolta più rock, l’allontanamento dall’Italia ed ora il ritorno con un libro Un sabato italiano. Memories (Mondadori  296 pag. € 12,00) e un cd con due inediti Un sabato italiano 30 anni (Alcatraz Moon Italia) e questa conversazione ricca di spunti di riflessione.
Un cd con due inediti e soprattutto un libro di memorie, Sergio Caputo racconta la sua storia fatta di tanta avventura in un tempo che è stato importante.

Cosa rimane oggi della tua ricerca nel pop più contemporaneo dell’epoca?

la voglia di non adagiarmi su ciò che è stato già sentito, di non imitare me stesso solo per compiacere l'audience. Ciò include anche - talvolta - il tornare sui miei passi e rifare ciò che allora, per inesperienza o immaturità artistica, contaminò l'ispirazione dei brani con brutture sonore "di moda".  Oggi sento l'esigenza della classicità, voglio lasciare dietro di me qualcosa che fra 50 anni si possa ancora ascoltare.  Il racconto delle storie vere e del mondo che ha generato le canzoni di quell'album era anzitutto una mia necessità di rimettere in ordine dei ricordi rimasti ingarbugliati a causa della vita frenetica e molto spericolata che condussi in quel periodo. Questo libro risponde alle decine di domande che mi sono sentito porre negli ultimi 30 anni, ma anche ad una mia necessità di fotografare il me stesso di trent'anni fa alla luce della razionalità di oggi.

 
Un sabato italiano è veramente un manifesto di un’epoca soprattutto, così come racconti nel tuo libro, ma pensavi che dal quel brano in poi la tua vita sarebbe cambiata?

No. Non avrei mai immaginato che mi sarebbe rimasto incollato addosso come una seconda pelle. Ma credo che succeda a tutti quelli che in un modo o nell'altro si ritrovano ad aver creato un "classico". Te ne accorgi qualche decennio dopo. E non parlo solo del brano che dà il titolo all'album, ma anche di tutti gli altri.  Pezzi come "Spicchio di luna" continuano ad evolversi mio malgrado sulla loro struttura originale e non c'è nulla che io possa fare per bloccare questa evoluzione.  Oggi la mia vita è talmente cambiata che posso senza timori trovare un approccio più autentico e contemporaneo a dei brani che alcuni riterrebbero intoccabili solo perchè si sono abituati a sentirli in quel modo. 

 
Quanto d’esperienza del sound inglese c’è in quella tua sperimentazione?

Molto. Se ci fai caso, guardare le cose da una certa distanza - ce lo insegnano i pittori - aiuta a vederle con più chiarezza e ad identificarne i tratti più essenziali.  Per questo tutto il sound americano, dal blues al rock al jazz, guardato dal largo delle coste inglesi, assume una dimensione più leggibile e codificabile.  esempio: i Rolling Stones si ritengono ancora - essenzialmente - una band di Chicago-Blues.  Per lo swing è la stessa cosa: se ne catturano gli andamenti più tipici e si usano per creare cose differenti.

Il recupero dello swing come metafora di un’epoca irripetibile, però tu hai avuto la grande idea di usare una modalità di musica ritmata per raccontare storie allegre e riflessive, oggi riusciresti ugualmente a raccontare il nostro presente?

A livello di sentimenti, di emozioni e di nevrosi di base siamo le stesse persone di cento o di mille anni fa. Come veicolarle è solo una questione di preferenze, se mi passi l'espressione.


Mi racconti come è arrivata la svolta più rock nella tua musica?
Mi sono rifiutato di farmi rinchiudere in una gabbia. Quando hai successo con una cosa, la gente si aspetta che tu continui a fare sempre quella - salvo poi stancarsene e rottamarti.  Se oggi sono ancora qui e ho un pubblico che quando ho esordito non era neanche nato, è perchè mi sono fatto coraggio e ho seguito il filo dell'ispirazione, piuttosto che quello della ripetitività.

Adesso sei tornato in Italia della tua esperienza sulla west coast cosa rimane?

Moltissimo. Ho suonato con gente straordinaria per un pubblico che non sapeva chi diavolo ero. L'esperienza forse più formativa degli ultimi vent'anni.  ho toccato con mano le radici della musica che istintivamente mi aveva sempre attratto.  Oggi sono una persona migliore, per il solo fatto di essermi annullato, e aver ricominciato da zero dall'altra parte del mondo.

Infine quanto conta ancora l’elettronica nella tua scrittura?

È un concetto molto vasto. Per me l'elettronica è un mezzo. Avvalermene mi aiuta a spedire il processo creativo.  Dei due brani inediti dell'album, per esempio, uno é nato all'aeroporto di milano e l'ho fissato con l'aiuto di garageband, l'altro l'ho cantato nell'iPhone per le scale dell'ospedale dove è nata mia figlia Lucrezia. Roba impensabile negli anni 80.

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