Nel segno un po' sbiadito di Henze e con la consapevolezza che nulla dura in eterno, a Montepulciano il tempo è divenuto occidentale, nel senso che fra un marxismo e una ottuagenaria dinastia compositiva, si è così giunti alla formula tout court del Cantiere. Datlev Glanert ha ceduto la mano al francese Vincent Monteil, il quale, con profumo di vino Bourgogne, ha lavato i panni in Arno e ha approntato la difficile edizione dello spanding rewiew. Pertanto, via le opere liriche (solo un atto unico di Montalbetti), via il teatro (solo Goldoni contemporaneizzato) e tanta, tanta musica, romantica e francese, tedesca e impressionista. L'edizione di quest'anno si avvale della presenza dei giovanissimi componenti della Royal Northern College di Manchester che, inglesamente parlando, hanno suonato nel pomeriggio di ieri un quintetto d'archi, un discreto Mozart (quello del K 614) e un buon Brahms tardo romantico (dell'op. 111), ma per affrontare questa letteratura ci vuole tanta ma tanta saliva e scioltezza emotiva. Ci han maggiormente convinti i due giovani trii di legni che si sono esibiti nel secondo concerto pomeridiano, soprattutto per la particolarità dei programmi. Infatti, nel chiostro del palazzo comunale (con una solerte signora addetta alle pulizie che ha continuato imperterrita il suo lavoro, giustamente) abbiamo assistito alla doppia esecuzione dell'Aquillo Wind Trio e del Trio Volant. In verità il secondo ci ha colpito maggiormente per la profondità di lettura, la pulizia tecnica e la ricercatezza stilistica, soprattutto per aver proposto due capisaldi della letteratura per trio di legni, ovvero la Suite apres Michel Corrette op 161 di Darius Milhaud e i 5 Pezzi di Jacques Ibert. Considerando che le due opere sono difficili e rare, i tre giovanotti sono stati veramente bravi nel leggere e interpretare musica così particolare e ricercata. Anche gli Aquillo hanno dato prova di buona lettura con l'esecuzione della "tostissima" Suite di Alexandre Tasman, opera ostica, complicata, difficile. Meno intensa è stata invece la lettura della bellissima Pavane di Maurice Ravel, troppo veloce e troppo asciutta per carezzare il dolore partorito dalla discreta penna del compositore francese. Si sono però ripresi quando hanno eseguito il Trio W 182 di Hietor Villa Lobos, sudamericano molto strawinskijano e tanto raveliano nell'animo.