Stefano Ghisleri
“La cantata del caffè”
Una tazza di caffè contro un intero mondo. In “La cantata del caffè”, Stefano Ghisleri mi trasporta nella Lubecca del primo Settecento, dentro una società in cui musica, amore e desiderio di libertà devono ancora misurarsi con ciò che è consentito essere. Il caffè diventa il profumo della modernità, quasi il simbolo di ogni novità capace di rivoluzionare quelle abitudini cementate nei secoli. Sullo sfondo, Buxtehude, Bach, il clavicembalo e una musica che non accompagna semplicemente la storia, ma ne determina ritmo, struttura e pensiero. Viaggio dentro i solchi di modi antichi, affascinanti... la sintesi delle piccole cose di questo libro è un punto chiave.
Da pianista e compositore… che peso ha la tua biografia nella trama e nell’arredo del romanzo?
La musica ha avuto un peso in tutti gli aspetti della mia vita. Una delle cose più belle del suonare uno strumento è potersi sedere di fronte a una grande composizione e suonarsela nota per nota, poterla sviscerare fin nel profondo. In un certo senso, questo è quello che può fare anche un lettore leggendo una pagina di un libro. La scrittura di questo romanzo è stata notevolmente influenzata dal mio essere musicista. Per prima cosa, i personaggi: sono tutti musicisti o appassionati di musica. Nel loro interesse e nelle loro impressioni su quello che ascoltano all’interno del romanzo c’è tanto di me, di quello che provo quando ascolto o suono certe composizioni. La forma stessa del romanzo, poi, richiama quella di un’opera lirica, con la divisione in un Preludio seguito da quattro atti. Anche lo stile di scrittura è musicale, in quanto sono convinto che si scriva anche per le orecchie, non solo per gli occhi.
Una tazza di caffè contro il vecchio mondo: oggi quale sarebbe il nostro caffè? Usando le allegorie…
Potremmo dire che ogni novità che entra nella nostra vita può essere vista come il caffè del mio romanzo. Nel nostro mondo i social sono sicuramente un fattore divisivo tra le vecchie generazioni e le nuove, ma anche le pietanze che arrivano dall’Oriente, che molti non vogliono assaggiare perché “non si fidano”, o le IA, che sono sempre più presenti. Il caffè è la metafora del cambiamento all’interno del romanzo e credo che ogni periodo storico riempia le proprie tazzine di una bevanda diversa. La novità va assaggiata senza pregiudizi e, in un secondo momento, ci deve essere lo spazio per una riflessione su di essa.
Non so se abbia senso chiedertelo, ma secondo te quanto talento e quanta magia abbiamo perduto lungo la storia? Quanta musica è andata perduta e neanche lo sappiamo?
È molto difficile rispondere a questa domanda. Sicuramente c’è una quantità sterminata di musica che giace nelle biblioteche: manoscritti immobili assaliti dalla muffa. Ma c’è anche tanta musica pubblicata che non viene mai eseguita e che, quindi, si perde. Alcune volte, del tutto casualmente, trovo un brano che non conosco su YouTube e scopro un piccolo gioiello del passato. Credo che l’unica possibilità di evitare questo sia uno studio serio della musica in ambito scolastico, con docenti preparati e con un metodo docente-studente, non docente-classe, dove si impara al massimo la lettura delle note. Se ci pensiamo, la maggior parte degli studenti non sa chi fosse Giuseppe Verdi: com’è possibile che il compositore dell’opera più eseguita al mondo, “La traviata”, sia sconosciuto in patria?
Bach entra nella storia quasi raccogliendo un testimone… quanto ti sei divertito a giocare con la Storia?
Il mio divertimento nell’incastrare storia e fantasia è stato un po’ quello del compositore che realizza un contrappunto. Ci sono delle regole che non si possono eludere e, per me, queste regole sono il rispetto degli avvenimenti storici, sia nel tempo sia nello spazio; poi c’è una parte riservata alla fantasia, dove appunto ho inserito i miei personaggi e li ho fatti muovere. È un lavoro affascinante e, allo stesso tempo, impegnativo, che porta però, quando la struttura inizia a definirsi e gli incastri a combaciare, una grandissima soddisfazione.
Tradizione e modernità: siamo sicuri che oggi vinca sempre la seconda?
Andrebbe definito esattamente cosa si intende per tradizione, perché essa può avere un significato positivo ma anche negativo. Ritengo che la tradizione sia qualcosa che ci può aiutare quando ci ricorda da quale cultura veniamo e, per questo, può darci un senso di unità; ma se la si intende come staticità delle cose, come il ripetere certi usi e costumi perché sono così da secoli, allora no: lo troverei limitante nella vita e assolutamente sbagliato nell’arte. Lo stesso dualismo può valere per la modernità: non tutto quello che è nuovo è male e non tutto è bene. Non saprei dire quale stia vincendo, ma non credo che si debba fare una guerra tra le due. Quando penso alla scrittura o alla composizione, nelle quali faccio naturalmente riferimento ad autori del passato — e vengo pericolosamente attratto dal loro stile — ripeto il motto che il capitano Nemo fece incidere sul Nautilus: “Mobilis in mobili”. È così che dovremmo essere: elementi mobili all’interno di un mondo in cambiamento, senza lasciarci trascinare né mettere l’ancora.
Domanda provocatoria: la vera rivoluzione nasce dalle grandi idee o, qualche volta, basta cambiare quello che mettiamo dentro una tazza?
Sono un lettore di libri di storia della scienza e quello che ho imparato da questi testi è che le grandi idee non sono fulmini che appaiono improvvisamente nella notte: sono il frutto di un lavorio che dura spesso decenni e che qualcuno, alla fine, ha la forza — e il coraggio — di raccogliere. Per cambiare, quindi, c’è bisogno di tempo e di piccole variazioni a quello che facciamo tutti i giorni. Se ci dicessero che dobbiamo perdere molto peso, capiremmo subito che questo processo richiede mesi e mesi di duro lavoro; lo stesso vale per le nostre idee: dobbiamo allenarci a pensare diversamente, compiendo un passo alla volta.
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
