Michela Volpi
“Noi, generazione dei trent’anni”

Si intitola “Noi, generazione dei trent’anni”, il primo libro di Michela Volpi, un percorso lucido e profondo dentro le dinamiche familiari, le emozioni irrisolte e il desiderio di libertà interiore. Come fosse una gigantesca sliding door a seprare il passato dalla consapevolezza di oggi. Un’opera che trasforma il vissuto personale in riflessione collettiva, parlando con forza a chi vuole un cambiamento, forse una rinascita...
Cosa per davvero ti ha spinta ad un simile libro?
Quando sono arrivata a scrivere questo mio primo libro, ero in un momento in cui ho voluto smettere di fare finta che andasse tutto bene. Ho cominciato a guardare certi pattern nella mia vita, nelle relazioni passate e presenti, nelle mie paure, e ho capito che non erano miei, ma li avevo ereditati. Scrivere è stato il modo in cui ho elaborato quella consapevolezza. E poi ho pensato che potesse servire anche ad altri, come aiuto, come sostegno emotivo o come consolazione.
E cosa hai ottenuto per te stessa e per la verità che verrà?
Ho ottenuto la cosa più importante: ho smesso di cercare fuori quello che avevo già dentro. Non è una frase da copertina motivazionale, è una cosa che ho dovuto imparare a fatica, più volte. Il libro è anche la documentazione di quel percorso.
Feedback dai tuoi coetanei? E ancora più interessante: da chi è stato genitore 30 anni fa?
I coetanei spesso si riconoscono subito, anche chi non ha mai messo piede da uno psicologo. Chi è stato genitore trent’anni fa ha reazioni più divise. C’è chi si difende, e lo capisco, e c’è chi invece dice “avrei voluto avere questi strumenti”. Quella seconda reazione mi ha commossa ogni volta.
Una copertina bianca... perentoria... severa come le tematiche del libro... vero?
Si, è stata una scelta precisa e decisa. Non volevo niente di rassicurante o decorativo. Il bianco è anche il colore della pagina, prima che ci scrivi sopra qualcosa che ti dia la possibilità di ricominciare. Il bicchiere invece, vuole riportare in maniera chiara il concetto del “ereditare emotività nocive”.
Pensi che ci sia una rinascita in fondo? O siamo destinati ad una involuzione sempre peggiore, anche in vista oggi di una educazione completamente demandata ai social network?
Dipende da noi. I social hanno tolto spazio alla profondità, è vero. Tutto è veloce, tutto è superficiale. Ma ho visto ragazzi di vent’anni parlare di traumi familiari, di confini, di salute mentale con una lucidità che le generazioni precedenti non avevano a cinquanta. Quindi no, non credo all’involuzione inevitabile. Credo che ci sia una finestra aperta, e sta a noi decidere se usarla per guardare fuori o per buttarci dentro qualcosa di vero.
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