Hasan Atiya Al Nassar (le poesie di un esiliato)
Hasan Atiya Al Nassar, nato in Iraq nel 1954, fin dall'adolescenza si avvicina alla poesia ed alla letteratura. Dopo essersi trasferito a Baghdad per studiare, inizierà a pubblicare le prime opere vari giornali culturali. All'età di 25 anni,nel 1979, Al Nassar fugge dall'Iraq perché si oppone al regime e non vuole fare il militare. In Italia, si laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, città in cui si stabilisce e che racconta in molte delle sue poesie.ed inizia a collaborare con l'Associazione DEA e in seguito grazie a Balducci con testimonianze.
La lirica di Al Nassar presenta un notevole sincretismo tra la cultura irachena e la nostra realtà italiana, con molte delle sue poesie che riportano frasi in arabo inserite in una versificazione italiana. Oltre all'unione di queste due realtà nella poetica di Hasan è centrale il "tema dell'esilio", infatti l'iracheno cerca costantemente di ritrovare il contatto con quella che è la sua realtà originale, ricordandola in vari componimenti. La struttura stessa dei suoi componenti è intinseca delle poesie mediorientali, con una versificazione libera e prolungata e l'utilizzo di varie strofe, che permettono al poeta di muoversi in una dimensione "descrittivo-evocativa".
La lirica di Al Nassar presenta un notevole sincretismo tra la cultura irachena e la nostra realtà italiana, con molte delle sue poesie che riportano frasi in arabo inserite in una versificazione italiana. Oltre all'unione di queste due realtà nella poetica di Hasan è centrale il "tema dell'esilio", infatti l'iracheno cerca costantemente di ritrovare il contatto con quella che è la sua realtà originale, ricordandola in vari componimenti. La struttura stessa dei suoi componenti è intinseca delle poesie mediorientali, con una versificazione libera e prolungata e l'utilizzo di varie strofe, che permettono al poeta di muoversi in una dimensione "descrittivo-evocativa".
La scelta di questa struttura poetica spesso però non si confà all'idea italiana di poesia, arrivando quasi a contrastarla. Ma, se ad una prima lettura la sua poetica può sembrare difficile da comprendere, con uno sforzo di "auto-inclusione" il lettore può immedesimarsi in quella realtà che viene raccontata nelle sue poesie: una realtà dolorosa, che vuole mostrare al lettore la condizione di un mondo a lui lontano, inserendola in modo diretto nei suoi componenti con figure evocative come "un fanciullo// come me randagio" (da Conflitto- Roghi sull'Acqua babilonese).
Sono proprio le figure retoriche forti ed evocative che donano a queste liriche l'"unicum" necessario per definirle "poesie degne di nota". Frasi come: - Ma noi, compagna d'esilio, // avremo un sentiero// lastricato di fango- (da Esilio- Roghi sull'Acqua babilonese), o - Non c'è via di fuga dalla tomba- (da Corona sull'acqua d'amore- ibidem), o ancora - Dormiva come dormono// i morti, // era avvilito come me- (ibidem) rappresentano e raccontano la vita e la realtà di un uomo che a volte si sente "straniero" non solo etimologicamente, ma soprattutto ontologicamente. Al Nassar infatti è un uomo che è strappato alla sua quotidianità e recluso in un mondo alieno, che lo rifiuta, forse involontariamente o forse no...
Questo sentirsi rifiutato è quindi la causa prima del sentimento di estraneità e del desiderio di ritrovare un luogo che gli possa appartenere; ciò porta poi alla genesi delle vena della "tristezza di un esiliato" che caratterizza la poesia mediorientale, poesia che, parafrasando Ungaretti, nasce dalla necessità di esprimere dolore.
È proprio questo sentimento di tristezza incurabile che porterà Al Nassar a vivere la vita di un vero e proprio "poet maudit": incompreso e sottostimato in un mondo che riduce il singolo ad un atomo e si impegna a distruggere e cancellare il diverso, l'estraneo, lo straniero.
Hassan Atiya Al Nassar muore nel 2017, ma il suo messaggio persiste, forte, ma inascoltato, nelle sue poesie e nella raccolta "Roghi sull'Acqua babilonese" pubblicata dalla casa editrice DEA che ha sempre creduto e sostenuto la figura del poeta iracheno.-Un articolo in ricordo di un uomo doppiamente esiliato-
Sono proprio le figure retoriche forti ed evocative che donano a queste liriche l'"unicum" necessario per definirle "poesie degne di nota". Frasi come: - Ma noi, compagna d'esilio, // avremo un sentiero// lastricato di fango- (da Esilio- Roghi sull'Acqua babilonese), o - Non c'è via di fuga dalla tomba- (da Corona sull'acqua d'amore- ibidem), o ancora - Dormiva come dormono// i morti, // era avvilito come me- (ibidem) rappresentano e raccontano la vita e la realtà di un uomo che a volte si sente "straniero" non solo etimologicamente, ma soprattutto ontologicamente. Al Nassar infatti è un uomo che è strappato alla sua quotidianità e recluso in un mondo alieno, che lo rifiuta, forse involontariamente o forse no...
Questo sentirsi rifiutato è quindi la causa prima del sentimento di estraneità e del desiderio di ritrovare un luogo che gli possa appartenere; ciò porta poi alla genesi delle vena della "tristezza di un esiliato" che caratterizza la poesia mediorientale, poesia che, parafrasando Ungaretti, nasce dalla necessità di esprimere dolore.
È proprio questo sentimento di tristezza incurabile che porterà Al Nassar a vivere la vita di un vero e proprio "poet maudit": incompreso e sottostimato in un mondo che riduce il singolo ad un atomo e si impegna a distruggere e cancellare il diverso, l'estraneo, lo straniero.
Hassan Atiya Al Nassar muore nel 2017, ma il suo messaggio persiste, forte, ma inascoltato, nelle sue poesie e nella raccolta "Roghi sull'Acqua babilonese" pubblicata dalla casa editrice DEA che ha sempre creduto e sostenuto la figura del poeta iracheno.-Un articolo in ricordo di un uomo doppiamente esiliato-
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