IL FALSO MITO DELLA MITE MAREMMA: UNA TERRA DOVE LA VIOLENZA SULLE DONNE E’ UNA PRASSI RADICATA

Martedì 23 Novembre 2021 10:37 Laura Ciampini
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IL FALSO MITO DELLA TERRA MITE. MAREMMA: UN TERRITORIO DOVE LA VIOLENZA

DELLE DONNE E’ UNA PRASSI RADICATA                                                                     

 

Entrando nel corso di Grosseto, da piazza Dante, si dispiegano i versi di “O mite terra”, una canzone dedicata alla Maremma, scritta da Spartaco Trapassi e da Elio Menconi, che vinse nel 1952 il concorso radiofonico RAI " Il microfono è vostro". La canzone fu commissionata ad hoc per dare nuova linfa al repertorio popolare, che si incentrava sulla durezza della vita della società contadina, e voleva dare un’immagine positiva della Maremma “o terra figlia, o terra genitrice lieto connubio di lavoro e amor”. Ma si trattava di un restyling di facciatae quell’amore erachiaramente un espediente letterario. Analizzando le strofe del repertorio folkloristico maremmano vediamo che si riprende per lo più il clichè della donna angelicata di tradizione stilnovista, quindi una figura totalmente immaginaria. Ma ci sono testi che mettono in luce una realtà ben diversa -e sicuramente più veritiera- come in “Ne la stalla di Cecco Bicocca” in cui la donna si trasforma dalla benigna mucca all’infame vacca, per di più contraddistinta da una “grossa tacca”, tanto per dire metaforicamente quanto profonda fosse la sua lussuria. Il ritornello, chiarisce quale sia l’unica possibilità di difesa per l’uomo: “Se c’hai la moglie ammazzala,CiribiribiccolaCiribiribiccola, Se c’hai la moglie strozzala”. L’invito a uccidere la moglie viene raccolto anche in altre canzoni in cui il marito parla in prima persona, e dice: “M’è cascata la moglie nel fòco”. E’ cascata, a lui. Nell’incipit troviamo spudoratamente l’ammissione di colpevolezza del marito per un delitto efferato, compiuto in ambito domestico, il focolare, ma giustificato quasi come fosse un fatto accidentale. E’ solo momentanea l’incertezza nel vedere le conseguenze delle sue azioni, mentre la donnasta bruciando: ‘un so se la levo ‘un so se la copro, poi l’uomo conclude affermandol’ineluttabilità della sua morte “Già che la cosa è ita così…. dammi la pala la voglio coprì”. Il complice porta la pala e si mette fine all’esistenza della moglie. L’ultima strofa rivela un altro aspetto inquietante della vicenda: che l’omicidio è occultato con la complicità di un familiare, che assiste al fatto e sa “dove trovare la pala”. Esegue un ordine imperativo del capofamiglia, al quale non ci si può sottrarre. Quel corpo devastato dalle fiamme va coperto, va nascosto, nelle vicinanze della casa. E questo la dice lunga sulla cattiva abitudine di “lavare i panni sporchi in famiglia”, sull’omertà e sulla complicità nei confronti di questa violenza. D’altra parte il già ci indica un altro aspetto da non sottovalutare, che questa fine era prevedibile, che prima o poi doveva accadere, il fatto che ha scatenato “la caduta nel fuoco”, ossia la colluttazione a seguito di un litigio, ha semplicemente accelerato i tempi.

 

Altro che terra mite e “pien d’amor”.

 

Si tratta di canzoni che si intonavano nei bar, a veglia nei poderi, e il fatto più inquietante è che la cantavano anche le donne, giustificando e accettando così la violenza su di loro perpetrata.

 

Chi avesse la curiosità di vedere la mostra allestita presso l’archivio di stato di Grosseto dal titolo “Atti & misfatti” potrebbe verificare che anche nei procedimenti giudiziari risalenti alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, le mogli erano totalmente alla mercè dei loro mariti e scontavano le conseguenze del presunto “delitto d’onore”. C’è il caso di una donna che sopravvive alle numerose pugnalate del marito, il quale se la cava con una condanna lievissima, mentre è lei che viene messa in carcere, con l’accusa di adulterio…

 

E il frutto di questa “cultura patriarcale” così radicata, è palese dai dati sui femminicidi e sulle violenze commesse oggi dagli uomini sulle donne nella nostra provincia che, presenta -purtroppo- cifre in linea con le statistiche a livello nazionale. Lo sanno le forze dell’ordine, la task force del codice rosa, i centri antiviolenza presenti sul territorio. Dati che hanno visto un incremento a causa della pandemia, che ha costretto a una reclusione forzata.

 

Proprio per questo la Rete delle donne di Grosseto, che include molte realtà del territorio, mette in evidenza la data del 25 novembre, quando ogni anno si commemora la “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne”. Lo fa in conformità con le nuove regole per le manifestazioni che contrastano la diffusione del COVID e propone due appuntamenti.

 

Giovedì 25 alle ore 17 si terrà nella sala Friuli della chiesa di San Francesco lo spettacolo di Irene Paoletti, dal titolo “Una donna senza una barca è una prigioniera", assolo teatrale scritto e interpretato da Irene Paoletti.Dice la regista: “ La storiadella pirateria femminile è utilizzata come metafora di una nuova organizzazione,sovversiva e consapevole, delle donne, unico spiraglio di trionfo di genere in duemillenni di sottomissioni e soprusi in cui la nave, piccolo microcosmo da governaree difendere, assume il significato di simbolo della libertà.
Quando la società arriva a strangolare i diritti e i valori umani in nome di interessipolitici ed economici, le donne, si muovono per ristabilire la difesa della propriaterra e dei propri simili, la solidarietà, la pietas. Tutto questo a costo di trasgredirel’ordine costituito”.
Alle 18,30 presso la sede di Rosa Parks, in via Piave 19 a Grosseto, si terrà la presentazione del “Quaderno dei 16 Giorni per l'eliminazione della violenza sulle donne”, incentrato quest'anno sul tema della prostituzione.Si ricorderanno alcune donne che hanno sfidato il meccanismo che porta soprattutto le giovani africane al lavoro forzato nei campi agricoli e alla prostituzione, come PettyEris Stone, la cui storia è stata ricostruita da Laura Ciampini. In questo giroentrano in gioco le mafie italiane in combutta con le micromafie organizzate dagli immigrati, che hanno comunque un unico obiettivo: ridurre alla schiavitù queste ragazze. E ricordiamo che non è un fenomeno dal quale la Maremma sia immune, anche nella nostra provincia la tratta ha fatto diverse vittime, come la ragazza nigeriana assassinata tra Castiglione e Punta Ala.

 

Certamente le donne di Grosseto, quando alzano lo sguardo al cielo percorrendo il cuore della città, hanno la consapevolezza che la loro terra non è affatto mite, ma continuano a lottare per renderla sicura e giusta.

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 24 Novembre 2021 19:58 )