"Correvo pensando ad Anna” di Pasquale Abatangelo
Presentazione alla Mensa occupata di Napoli
Alcune considerazioni sul libro di Vittorio Bolognese

Pasquale ci racconta la sua storia, la storia dei NAP e della sua militanza nelle BR in carcere, dal basso, dal di dentro. Una storia fatta di resistenza e di lotta senza mediazioni perché qualsiasi lotta in carcere ha di fronte il livello più alto di scontro del sistema repressivo...E il libro rappresenta ancora una volta un momento di lotta. E' una macchinetta di caffè riempita di esplosivo e scagliata contro il potere e i suoi apparati, come quelle che venivano usate durante le rivolte. E lo fa diventare un’ arma in mano a chi lo legge.
Non è una denuncia delle brutalità di uno stato democratico, ma ne svela la sua reale natura.
Non è neanche una storia rivolta al passato perché tutta la legislazione emergenziale di quegli anni non è mai stata dismessa, anzi sono stati ulteriormente affinati i metodi e gli strumenti per contrastare, prevenire e reprimere chi si organizza e lotta nelle sue molteplici espressioni. Perché, perché quella crisi economica apertasi in quegli anni oggi è ancora più acuta e devastante.
In maniera molto semplice e diretta Pasquale ci fa vivere la dura realtà in cui muove i suoi primi passi, le esperienze che formano il suo carattere e il terreno in cui coltiva i primi germogli di una coscienza antagonista, rivoluzionaria e comunista. Tutto ciò è ben contestualizzato in quegli anni 60/70. Ecco, CONTESTUALIZZARE una storia non è una cosa semplice ma è a mio avviso di fondamentale importanza. Quando poi si tratta di ricostruire i percorsi che ci hanno portato alla scelta della militanza in organizzazioni clandestine che praticavano la L.A., la cosa diventa ancora più difficile. Contestualizzare e connettere è la chiave di lettura che più ci da la possibilità di entrare nel clima di quegli anni. Pasquale, seppure si trova a ricostruire un percorso sia personale che collettivo quasi esclusivamente dal carcere, dove è stato per 20 anni a partire dal 74, riesce sempre a focalizzare dove stava la forza dirompente delle lotte, e cioè nella capacità di legarsi a chi lottava fuori dalle mura: “il legame con l'esterno era un fatto decisivo”.
Quel legame significava dar voce e CONNETTERE le lotte dei prigionieri con tutto ciò che si muoveva all'esterno delle carceri. In questo senso, ci dice che“I NAP sono stati il prolungamento radicale della lotta dei detenuti italiani...sono stati il tentativo di dare voce al proletariato meridionale e a strati di classe subalterne, che prima di allora, erano muti e sotto considerati...”
Connettersi con le lotte degli operai, con quelle degli studenti, dei disoccupati e degli emarginati e con tutte le realtà di lotta, espressione dei vari strati di classe, fino alle organizzazioni combattenti.
“Tutte le conquiste ottenute con le lotte dei prigionieri erano la diretta espressione di quel contesto di scontro sociale che si era venuto a determinare con l'esplosione del 68”. E' questo stesso contesto sociale che darà vita alla scelta della LA.
Come scrive Pasquale:
“La critica dell'autorità, delle istituzioni totali, dei dispositivi di potere innervati nella scuola, nelle caserme, negli ospedali, nei manicomi, aveva prodotto uno sguardo nuovo anche sulle prigioni. “
“Era l'apertura aspettata da anni...”
Così le lotte si diffondono nelle galere fino a divenire delle sommosse contro i pestaggi, i letti di contenzione, l'isolamento: le rivolte avevano bucato i muri delle prigioni.
Pasquale ci porta per mano nel clima di quegli anni, tra le mura, nelle sezioni e nelle celle delle carceri e nel loro ribollire. Tra sommosse, pestaggi, tra evasioni riuscite e quelle fallite. “Le prigioni diventano luoghi di riscatto sociale, di presa di coscienza, di lotta collettiva.”
Ci porta nelle aule dei tribunali che seppure diventano veri e propri bunker con gabbie di acciaio non riescono a zittire i compagni e divengono il megafono delle lotte e della guerriglia.
Se queste pagine non fossero state scritte non credo che avremmo neanche potuto immaginare che chi è chiuso in una cella dietro a cancelli, sbarre, porte blindate, chi è sorvegliato da corpi militari sia all'interno che all'esterno delle mura, potesse essere parte della resistenza e del movimento rivoluzionario che è esploso negli anni 70.
Nel luglio del 74 Pasquale esce dal carcere di Siena dopo 11 mesi. Da questo momento ha inizio la sua scelta di rivoluzionario e di militanza a tempo pieno unendosi ai compagni dei NAP. Ed anche qui senza veli ci svela potenzialità, limiti ed errori di quel percorso.
Pasquale quando fa questa scelta si trova a riflettere su come fosse completamente trasformato, da ribelle, rapinatore, ed è lui stesso a farci capire come e perché: “Ero un altra persona...”.
In questa considerazione mi ci sono ritrovato appieno. Quando ti conquisti una coscienza di classe e fai determinate scelte è tutta la tua vita che cambia, il tuo modo di pensare, di agire e di rapportarti agli altri….ti guardi indietro e pensi di aver sprecato molto tempo.
E' una trasformazione che non avviene a tavolino, ma all'interno dei percorsi di lotta collettivi ed è quella mente collettiva che diviene la tua forza cosi come il vincolo profondo che si crea con i compagni con cui si condivide tutto.
Penso che tutti noi abbiamo una storia entro la quale sono avvenuti questi passaggi.
Io sono cresciuto in un quartiere operaio come Bagnoli, nel 69 appena diplomato alla scuola professionale qui al Casanova sono entrato in fabbrica dove sono rimasto fino al 1980 quando mi sono licenziato per entrare come militante regolare nelle BR.
La profondità del vincolo costruito con i compagni/e con cui ho condiviso la clandestinità e quindi un periodo di vita che possiamo definire radicale od estrema è ciò che mi ha dato la forza di resistere alla tortura quando sono stato catturato (il 2 ottobre 1982). Era alle compagne e ai compagni che pensavo mentre mi massacravano di botte decine di poliziotti nella Questura, mentre la squadra di torturatori mi teneva nudo in ginocchio con un cappuccio in testa e mi picchiavano in ogni parte del corpo, mentre mi portavano in chi sa quale caserma e mi tenevano nudo su un tavolo legato mani e piedi e mi torturavano con l'acqua e sale più volte fino a farmi perdere conoscenza e riprendevano da capo giorno e notte.
Non c'era niente di casuale, tutte le fasi del trattamento era stato studiato e quegli uomini erano stati addestrati per praticarlo fino a spezzare la tua volontà. Non sto qui a descrivere il tutto, ma alla fine sono riuscito a resistere.
Di fronte alla tortura eravamo completamente impreparati sia sul piano politico che organizzativo, ed ognuno ci si è dovuto misurare a partire da se stesso. E sono d’accordo con la valutazioni che fa Pasquale sulle estremizzazioni che ci sono state rispetto a chi aveva ceduto sotto tortura, ma aveva deciso di tornare nelle nostre fila per non diventare un burattino e un collaborazionista nelle loro mani. Ma sono ancora più d’accordo quando scrive che
“Il potere è violento:….. la violenza è la sua natura più profonda e inalterabile. Il vittimismo non serve a niente.Essere coscienti di questo è fondamentale per non arrivarci impreparati.”
Ecco, la forza di resistere non è un fatto fisico, ma è qualcosa che viene dal di dentro, da ciò che sei nel profondo del tuo essere. Pasquale nel suo libro ci fa toccare con mano la forza che promana dall’essere ribelle, rivoluzionario, comunista; una forza che si condensa in una grande umanità, in un senso di fratellanza che consente di costruire percorsi di lotta e di resistenza anche in situazioni estreme. La storia dei NAP è stata fortemente segnata da rapporti di fratellanza che andava ben al di là del vincolo politico e di militanza.
Come hanno scritto i compagni che hanno contribuito a preparare questa iniziativa: “cospirare vuol dire respirare insieme” e questo certamente è stato verissimo per Pasquale e per gran parte di noi che abbiamo militato in quel variegato movimento degli anni 70.
L'esplosione del 1977 Pasquale ce la fa vivere da dentro il circuito differenziato delle carceri speciali, l’ Asinara.
Ci trasmette il sadismo nazifascista delle guardie, dei marescialli e dei direttori delle carceri. Chi dirigeva tutto questo era un personale scelto posto nei posti chiave del Ministero. E il libro ci fa vivere nei fatti come “lo stato italiano aveva allestito un sistema esplicito di guerra contro i detenuti appartenenti ai gruppi armati e comunisti.”
16 marzo 78 il sequestro Moro e la Campagna di Primavera. Le BR per noi operai, al di la di quello che loro stessi scrivevano, aveva messo in crisi il governo di unità nazionale e il compromesso storico. Era l'intera DC ad essere processata insieme al PCI che era definitivamente uscito allo scoperto in quell'abbraccio mortale.
Ma l'azione Moro e il suo sequestro forse rappresenta il culmine della propaganda della LA, per noi era la dimostrazione pratica che era possibile aprire uno scontro rivoluzionario e di potere in questo paese.
Il “Dopo Moro e l'intera campagna che ne era seguita, Pasquale ce la fa vivere nel dibattito che si sviluppa in carcere tra tutti i compagni...e seguendo le sue parole “si inizia a prendere atto che di fronte all'innalzarsi dello scontro un vuoto di tattica andava colmato da un programma immediato di lotta.” Da qui la necessità di organizzarsi anche su questo piano. Oltre alle brigate di campo ci sono i Comitati di lotta. La settimana rossa.
“All'Asinara si pensava e si agiva, si agiva e si pensava...” Ma questo è ciò che caratterizzava in gran parte la realtà del settantasette, delle BR e dalla miriade di formazioni combattenti nelle maggiori metropoli del paese. Era un continuo assalto contro il potere.
Sono gli anni in cui tutte le realtà politiche organizzative delle BR “si ponevano il problema di un salto di qualità non più rimandabile nell'operato della guerriglia...” e non solo. Come scrive Pasquale “noi prigionieri ritenevamo di poter offrire un contributo decisivo...”
Tutti ci sentivamo investiti, a torto o a ragione, di questa responsabilità.
Pasquale ci riporta anche tutto l'impegno e l'entusiasmo di tutti i compagni che si sentivano investiti a contribuire, anche da dentro, a sciogliere questo nodo sia sul piano pratico che teorico.
Anche tra noi che eravamo fuori era forte la spinta e la convinzione che in quella fase dovevamo essere capaci di “intercettare i bisogni immediati del proletariato” dirigere i movimenti di lotta e coinvolgerli nello scontro di potere.
E credo che impedire questo passaggio era l'imperativo della borghesia e dello Stato in quegli anni.
Il 79 si apre con la fine della solidarietà nazionale e a fine 79 inizio 80 c'è il governo Cossiga, le leggi speciali ... enormi poteri alle forze dell'ordine e aumento delle pene. Ci sono le esecuzioni dei compagni a Genova e per strada. C'è l'articolo 90, i braccetti della morte, la tortura.
Ci sono i 61 licenziamenti FIAT e la marcia dei 40.000. La borghesia passava al contrattacco nelle fabbriche, nei quartieri nelle scuole …
Ma c’è anche, e Pasquale ce la fa vivere la resistenza e l’attacco da parte dei compagni dentro il simbolo per eccellenza delle carceri speciali: l’Asinara.
Con il libro Pasquale ci fa quasi partecipare alla battaglia del 2 ottobre del 79 all'Asinara, al sequestro D'Urso del 12 dicembre del 1980, e alla battaglia nel carcere di Trani del 28 e 29 dicembre.
Cosi a D’Urso si aggiungono le 18 guardie sequestrate. La piattaforma presentata dai compagni contiene molti punti, ma al centro c'è la chiusura dell'Asinara.
Dopo l'assalto al carcere e il massacro dei compagni da parte dei corpi speciali di Dalla Chiesa, il 29 dicembre, due giorni dopo le BR uccidono a Roma il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi braccio destro di Dalla Chiesa. La risposta immediata fu decisiva.
Sono costretti a chiudere l'Asinara, a liberare un compagno gravemente malato e vengono pubblicati anche i comunicati dei compagni in carcere.
La campagna D'Urso per noi che stavamo costruendo la colonna a Napoli fu un importante punto di riferimento e la liberazione dei compagni un punto irrinunciabile e fondamentale.
Gli stessi espropri delle armi dell'estate del 1982 nelle caserme di Castel di Decima a Roma, quella di S. Maria Capua Vetere a Napoli e l'attacco al convoglio militare di Salerno erano finalizzate a procurarsi armi idonee ad attaccare le carceri speciali dove erano rinchiusi i prigionieri rivoluzionari.
Pochi mesi dopo la conclusione della campagna D'Urso tuttavia portammo a compimento il sequestro Cirillo su cui già da mesi stavamo lavorando. “sfondare la barriera sud”. Era questo che i NAP qui a Napoli si proponevano e noi volevamo riprendere anche quel filo rosso che ci avevano lasciato.
Cirillo (27 Aprile 1981) si apre con lo scenario del dopo terremoto. La DC con i suoi boss con Gava in testa, si apprestava a mettere assieme tutto lo sciame di sciacalli, imprenditori e faccendieri legati al suo carro. Il Grande Affare doveva partire con la deportazione del proletariato da tutto il centro storico verso le paludi della periferia. A decina di migliaia i senza tetto erano stati trasferiti nelle scuole e nei campi di roulottes e container sparsi in tutta la provincia. Interi quartieri erano diventati dei cantieri a cielo aperto e la gran parte dei vicoli del centro storico erano stati chiusi con muri di cemento.
Napoli non era Milano Torino, o Roma e forse l'azzardo stava proprio in questo, pur rimanendo ancorati alla centralità della classe operaia, il nostro riferimento era il proletariato metropolitano con tutti gli strati sociali e proletari in lotta. Dagli operai ai disoccupati, dagli studenti agli emarginati ai lavoratori dei servizi. E' da qui che provenivano tutti i compagni e le compagne che militavano nella colonna napoletana.
Contro la deportazione si impose la requisizione delle case sfitte, la chiusura dei campi dove erano stati ammassati i senza tetto, la pubblicazione dei documenti, il sussidio ai disoccupati e il pagamento di un miliardo e quattrocentocinquanta milioni di lire. Per dirla tutta noi avremmo liberato Cirillo anche se non avessero pagato...per noi non era una condizione.
La DC dovette cedere su tutto fino a immischiarsi in loschi traffici con la Camorra attraverso i suoi uomini dei servizi con cui noi non abbiamo mai avuto niente a che fare.
Oggi i compagni qui sanno cosa sia lottare contro la disoccupazione la cementificazione, lo svuotamento del centro storico, gli sfratti, la “città vetrina”e la repressione. Il terremoto qui a Napoli non finisce mai.
Concludendo, La mia chiave di lettura di quegli anni mi fa leggere la storia delle BR come un' unica storia che si è formata dalle diverse realtà in cui si è sviluppata man mano che si è estesa e ramificata, e la storia dei Nap è tutta interna altrimenti non poteva convergere in essa.
Anche le divisioni, di cui Pasquale parla ampiamente nel libro, sono state dovute ai diversi tentativi per rilanciare l’iniziativa e dare delle risposte alle trasformazioni in corso.
Comunque tornando al libro,Pasquale ci da una testimonianza diretta e non addomesticata, un tassello di memoria di cui avevamo bisogno.
Perché farlo? perché come dice lui alla fine: “le storie come le mie ricominciano sempre”e se riusciamo ad individuare limiti ed errori che ci hanno portato alla discontinuità attuale sarà un altro passo avanti.
Chiudo con le tue parole:
Questa testimonianza è una porta verso il futuro. Una conferma della volontà che scommette sui tempi lunghi della storia. Dobbiamo fare un passo avanti quando è possibile, ma saperne fare anche indietro se necessario. Dobbiamo vincere.
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