L'ULTIMO ADDIO di Hugo Montero*
Traduzione Gabriele Morandi
Pochi mesi prima della sua morte, nel dicembre del 1983, Julio Cortázar andò a Buenos Aires per salutarla l'ultima volta.
In Argentina rimase 8 giorni, visitò gli amici, e ricevette l'affetto della gente e l'indifferenza dell'allora governo radicale.
Fu l'ultimo saluto al paese che ospitò tutti i suoi racconti.
Quando le ruote dell'aereo si staccarono definitivamente da Buenos Aires, lo scrittore poté respirare tranquillo. Perfino la tosse, che lo aveva accompagnato durante tutta la sua permanenza nel paese, sospese per un momento il ritmo implacabile sul suo corpo malato. Dall'alto, di notte, la immagine diffusa della città dal finestrino dell'aereo era rassicurante. Buenos Aires... ripeteva tra le sue labbra, nel silenzio del volo, lo scrittore, ogni volta più lontano.
Questo silenzio era lo stesso che lo aveva accolto giorni prima al suo arrivo, e quella indifferenza lo stava accompagnando anche adesso, così come la tosse e la stanchezza insopportabile, durante i suoi ultimi secondi sopra il cielo argentino.
Prima di sdraiarsi e consegnarsi al sogno che lo avvicinerà di più al cielo francese, lo scrittore non riuscì ad evitare di disegnare sul suo volto un accattivante sorriso mentre questa terra si perdeva in un paesaggio sempre più azzurro e sempre più lontano.
I suoi amici dicono che Julio Córtazar venne nel dicembre del 1983 a Buenos Aires, consapevole che l'avrebbe salutata per l'ultima volta.
Dicono anche che era consumato dalla malattia che lo avrebbe ucciso appena tre mesi dopo, in una fredda Parigi; ma che nonostante ciò conservasse intatta la sua ironia, la sua perspicacia e la sua presenza provocante, violenta, frutto della sua struttura fisica così particolare, con quegli occhi indipendenti che parevano l'opera di qualche poeta cubista.
Cortázar era argentino, ma non lo era da una prospettiva banalmente nazionalista. Cortázar era argentino perché scriveva in argentino e qualsiasi artista merita di essere giudicato per il suo lavoro, perché è li che si trova la sua radice, e la sua identità. E la sue opere parlavano sempre molto di Argentina. Malgrado ciò, quando arrivò non ebbe la percezione di essere nella sua terra, fin dall'inizio si era sentito straniero ancora una volta, perché in realtà sempre lo avevano fatto sentire così; uno straniero.
Soffiavano per Buenos Aires venti nuovi in quei tempi, la parola democrazia aveva guadagnato una certa sonorità positivamente e la gente percepiva che, una volta per tutte, si era lasciata alle spalle questo lasso storico sinistro, simboleggiato dalla presenza delle divise militari. La vita culturale risorgeva dalle ceneri, le vie del centro moltiplicavano la loro offerta di opere culturali e di artistiche, i libri censurati e nascosti riapparivano negli scaffali, ritornavano anche persone innominabili da fuori, però altri rimanevano, per sempre, lontani. Anche Cortázar, che si era trasferito molto prima del golpe militare del 1976 in Francia, e che si era qualificato come "esiliato" perché non aveva la scelta di poter tornare nel suo paese e perché sapeva che le sue parole non potevano essere lette e ascoltate liberamente nella sua terra, volle tornare. Solo, malato, stanco, volle tornare per l'ultima volta. A dire addio, a passeggiare per le sue strade (le stesse strade nelle quali camminarono tutti i suoi personaggi), a chiacchierare faccia a faccia con sua madre, a salutare i "vecchi amici".
"Questo viaggio lo fece quando non avrebbe dovuto farlo, fu molto nocivo per la sua salute. Era sfinito, disanimato, fu uno sforzo grande. Poco dopo fu ricoverato e iniziò un tour per gli ospedali. Lottò inconsciamente contro la malattia, perché aveva molta voglia di vivere. Non era assolutamente nei suoi progetti morire", ricorderà il suo amico e collega Saùl Yurkievich, alcuni anni dopo. Nonostante tutto, Cortázar si tolse la soddisfazione di uscire a camminare per il centro di Buenos Aires e fu ad una sola cerimonia pubblica durante la sua visita: partecipò ad un omaggio agli autori del Teatro Aperto al Margarita Xirggú, dove ricevette una calda ovazione dalle molte persone presenti lì. Raccontano che Cortázar si emozionò tantissimo per quel riconoscimento che, e lo sapeva, meritava ampiamente.
Carlos Gabetta ricordo che rimase a discutere con Julio all'angolo di una strada del centro in piena Avenida Corrientes, all'uscita di un cinema dopo aver visto :"No habrá mas penas ni olvido", il film tratto dal libro di Osvaldo Soriano. Julio aspettava li un giornalista di Le Monde che doveva intervistarlo tra qualche minuto. Improvvisamente, iniziò a sfilare per il viale un corteo: era una manifestazione per i diritti umani. Julio rimase in silenzio davanti a questo, finché qualcuno lo riconobbe e gridò "Lì c'è Cortázar!". Il grido fu un segnale per tutti. La manifestazione si tramutò in un tumulto intorno al cronopio (i cronopi sono personaggi di una serie di racconti del libro Historia de cronopios y de fama di Julio Cortázar, che sarà poi chiamato dai suoi ammiratori grande cronopio, e cronopi i suoi lettori n.d.t.). Si mescolarono baci e abbracci, germogliarono domande accumulate e sorrisi emozionati, confusero le loro giovani voci che volevano raccontargli in due parole le tante sensazioni percorse con i suoi libri e quegli intimi desideri di essere per un attimo La Maga alcune, e Oliveira altri. L'espressione del suo viso tradiva l'emozione per tanto affetto, tante parole e dal più profondo del suo petto pulsava con forza quella macchina imperfetta che si sarebbe fermata alcuni mesi più tardi. Però quel giorno, circondato di giovani (i suoi lettori, quelli di sempre), il cuore batteva contro le pareti del cronopio, lottando per uscire per una volta e saltare in strada dove gli altri cronopi si salutavano con un indimenticabile canto che parlava di un ritorno e di un amore: "Bienvenido, carajo! Bienvenido, carajo!"
La faccia marcata di baci, il suo stilizzato autografo in un monte di libri e tra le sue mani, un regalo profondamente speciale: un ramo di gelsomini. Julio aspirò l'aroma di quei fiori con la certezza di tornare a percorrere aromi conosciuti. Dopo, lo condivise agli amici: "Annusino questo... gelsomino dell'Argentina. Con questa fragranza, non c'è in nessuna altra parte".
Un elefante ferito.
"E' possibile che Cortázar sia andato a Buenos Aires per guardarsi allo specchio per l'ultima volta. Disse che era malato e che sarebbe tornato a Febbraio. Voleva eludere la stampa e fuggire dalla ammirazione bigotta. Temeva che non lo lasciassero camminare tranquillo per quei marciapiedi e quelle piazze che lui ricordava come un elefante ferito. Però credo che come tutti noi, temeva soprattutto all'oblio". Così scrisse qualche giorno dopo la sua morte, Osvaldo Soriano. Però la sua presenza, gigante e commovente, e il suo infrangibile impegno con il socialismo, con Cuba e con il Nicaragua, non erano elementi troppo ben visti per certi personaggi di quinta categoria, entrati nel nuovo governo democratico. Mentre Cortázar era a Buenos Aires, l'allora presidente eletto Raúl Alfonsin organizzò un ricevimento formale con numerosi intellettuali in un atto di riaffermazione dei principi democratici. Non mancarono lì quegli intellettuali, come i Borges e i Sabato, gli opportunisti, quelli che avevano elogiato le divise militari prima e che si accomodarono velocemente dopo, giunta l'ora della democrazia. In quel ricevimento non partecipò Cortázar, perché non lo invitarono, però lui sarebbe voluto andare, sapeva che avrebbe dovuto esserci.
Secondo lo scrittore Miguel Briante, l'organizzatore che aveva il numero telefonico di Cortázar, decise di non chiamarlo. In questo senso, Soriano dichiarò che "Julio non chiese l'intervista, però riteneva interessante equilibrare e contrastare la presenza dei Sabato e degli eccessivamente moderati nel governo, o chi era rimasto durante la dittatura". L'idea era che chi ne era rimasto fuori, o fu vittima della famosa "campagna antiargentina"(campagna propagandistica della giunta militare in risposta alle denunce per violazione dei diritti umani n.d.t.), potesse essere ricevuto dal nuovo Presidente, come segnale che questa restava una questione aperta. Da qui il forte significato politico di questo episodio. La storia avrebbe confermato che la cosa non ha preso la direzione di essere "molto aperta" così come si diceva, e per questo l'assenza di Cortázar fu un sintomo eloquente del futuro prossimo.
Il suo amico Hipólito Solari Irigoyen fu l'incaricato di confermargli, imbarazzato, che non aveva ottenuto l'udienza richiesta. "Non è niente, visita più visita meno, quello che vorrei è che gli vada bene e che possa gestire bene il governo..." raccontano che fu la risposta di Julio, poche ore prima della sua definitiva partenza. Chissà, forse Cortázar riuscì a evitare di dover dare la mano all'uomo che tempo dopo avrebbe firmato, con la solita mano, i decreti di Punto Final e Obediencia debida (disposizioni legislative firmate dal presidente Alfonsìn che limitava la punibilità dei reati commessi dalla dittatura militare solamente agli alti gradi dell'esercito n.d.t.) e quell'incontro mancato si rivela oggi in un violento contrasto tra il nome di uno scrittore che perdura nel tempo per la sua coerenza ideologica, per il suo impegno politico e per il suo straordinario talento, e il nome di un politico che, in cambio, appena perdura (come se, per altro, avesse chissà quale merito in questo).
L'indifferenza arrogante nel trattamento di Cortázar da parte del potere politico argentino fu un atteggiamento ben studiato fin d'allora. Già il 12 febbraio del 1984, una volta saputa la morte dello scrittore a Parigi, il governo di Alfonsìn inviò una miserabile necrologio, 24 ore dopo e con una laconica frase di circostanza: "Profonde condoglianze per la perdita di un esponente genuino della cultura e della letteratura argentina".
"La sepoltura fu tristissima. Un freddo polare con soltanto un po' di sole che qualche pietoso Dio pagano fece filtrare tra i rami, per far si che il grande cronopio andasse via sotto un immagine bonariense", sintetizzò Javier Fernández, in una lettera inviata al libraio Héctor Yánover. Al funerale dello scrittore, da parte dell'ambasciata argentina "mandarono il portiere", segnalò ironico Miguel Briante.
Julio se ne andò via in silenzio, come sempre. Rimane per quelli di questo lato dell'oceano il suo traboccante talento e il suo impegno esemplare, però ci rimane anche questa ridicola soddisfazione al sapere, quasi con certezza, che l'ultima immagine che scelse Cortázar prima di andarsene fu quella delle nostre strade, l'immagine della sua gente. Consolazione più che sufficiente per un ultimo addio.
*Di seguito ecco l'articolo originale in spagnolo: http://www.izquierdoshumanos.com/single-post/2015/12/01/El-%C3%BAltimo-adi%C3%B3s
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
