La teoria dell’indovinello

Domenica 28 Aprile 2013 19:53 Simone Rebora
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Daniel Heller-Roazen è professore di Letteratura Comparata alla Princeton University, autore di libri come Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, oltre a una raffinata edizione critica delle Arabian Nights. L’ultimo libro a cui sta lavorando, riguarda invece le “lingue segrete”, quei linguaggi che esprimono il loro significato solo per alcuni “iniziati” (siano essi sacerdoti, criminali o poeti). Un esempio tipico di queste formazioni sono per l’appunto gli indovinelli.

Jean-Auguste-Dominique Ingres - Edipo e la Sfinge

Il primo e più celebre fra tutti è quello della Sfinge (“Qual è quell’animale che al mattino cammina su quattro zampe, di giorno su due e la sera su tre?”), che pone già in partenza un problema definitorio non indifferente. Quello che infatti viene risolto da Edipo (la soluzione era “l’uomo”, per chi non ci fosse già arrivato…) non era tanto l’“indovinello della Sfinge”, quanto piuttosto “l’enigma della Sfinge”. La lingua inglese sembra non porre il problema, usando il termine più generico “riddle”, che li indica un po’ entrambi. Eppure la lingua italiana pone una distinzione fondamentale. A voler abbozzare una definizione, si potrebbe dire che l’indovinello è quanto viene detto per gioco, mettendo in difficoltà l’interlocutore ma alla fine riconciliandolo con la soluzione. L’enigma, invece, non prevede una soluzione: non a caso Edipo fu il primo a risolverlo, e tutti gli uomini che ci avevano provato prima di lui, erano stati uccisi dalla Sfinge. Insomma, l’indovinello è prima di tutto un gioco. Non c’è spargimento di sangue: allora, proviamo a divertirci!

 

© Chetblong

Punto primo: la soluzione, spesso, non implica ragionamento. Ci si può bloccare per ore a pensarci, ma poi si scopre che la risposta la si conosceva dapprincipio, che era rimasta sempre “sulla punta della lingua”. Punto secondo: molto spesso la soluzione è già inclusa nell’indovinello stesso: “Ve lo dico, ve lo ripeto, se ancor non lo sapete, dei begli asini sarete!”. E chi ci pensa (o dopo quanto?) che la risposta è proprio nelle prime parole: IL VELO? Eppure ce l’avevano detto, e pure ripetuto! Terzo punto: la soluzione dell’indovinello implica una più profonda conoscenza del linguaggio in cui è formulato. Conseguenza inevitabile: un indovinello in una lingua straniera non potrà mai essere capito da chi parla solo italiano. “Qual è la più grande sega che hai mai visto?”. Quando scopriamo che la risposta è: L’ARKANSAS, inevitabilmente storciamo un poco il naso. L’Arkansas ha la forma di una sega?, ci sono tante segherie?, sono solo seghe mentali? Ma il nostro amico americano non fa una piega, e, anzi, scoppia pure una bella risata: Which is the biggest saw you ever saw?” “Arkansas”, ovviamente! Che a pronunciarlo correttamente suona all’incirca: ARKAN-SAW. Un indovinello ci costringe a farci tante domande, ma poi, alla fine, quel che c’insegna è che non dobbiamo proprio farcene nessuna.

Per DEApress, Simone Rebora

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